Nathalie Baye è morta venerdì 17 aprile nella sua casa di Parigi, all’età di 77 anni. Ad annunciarlo è stata la famiglia in un comunicato firmato anche dalla figlia Laura Smet, precisando la causa del decesso: la demenza a corpi di Lewy, malattia neurodegenerativa che da mesi ne aveva aggravato le condizioni al punto da tenerla lontana dalla vita pubblica.
Con lei il cinema francese perde una delle sue interpreti più versatili e rigorose, capace di attraversare con naturalezza registri, generi ed epoche diverse senza mai perdere intensità.
Nata nel 1948, Baye aveva iniziato a studiare danza a quattordici anni nel Principato di Monaco, affiancando in seguito i corsi di teatro e diplomandosi al Conservatoire national supérieur d’art dramatique di Parigi. Nel 1972 aveva mosso i primi passi nel cinema.
La sua carriera conta oltre ottanta film e una traiettoria che non è mai stata lineare, e proprio in questa libertà risiede la sua forza. Dieci volte candidata al César, ha vinto il premio in quattro occasioni: come migliore attrice non protagonista per Si salvi chi può (la vita) di Jean-Luc Godard (1980) e Une étrange affaire (1981); come migliore attrice protagonista per La spiata (1982) e Il giovane tenente (2005). A questi riconoscimenti si aggiunge la Coppa Volpi per la migliore attrice alla Mostra del Cinema di Venezia per Una relazione privata di Frédéric Fonteyne.
A ciascuno resta una versione di Nathalie Baye. Per alcuni è l’estetista ironica e spigolosa di Vénus Beauté (Institut) di Tonie Marshall (1999). Per altri è la contadina del XVI secolo del Ritorno di Martin Guerre di Daniel Vigne (1982), figura tragica sospesa tra colpa e inganno. Per altri ancora è la protagonista intensa e trattenuta di Una relazione privata.
Ma la sua filmografia è più ampia e stratificata di qualsiasi definizione. Ha lavorato con François Truffaut in Effetto notte (1973), uno dei grandi film sul cinema stesso, e ancora con lui in L’uomo che amava le donne (1977) e La camera verde. Con Godard in Si salvi chi può (la vita) (1980) e Detective (1985). Con Bertrand Tavernier in Una settimana di vacanze (1980). Con Claude Sautet in Mado (1976). Con Claude Miller, che la diresse in diversi film negli anni Ottanta. Con Steven Spielberg in Prova a prendermi (2002), portando la sua misura anche in un contesto internazionale. Con Xavier Dolan, Bertrand Blier e Claude Chabrol.
Ha alternato cinema d’autore e grande pubblico, ruoli principali e secondari, senza mai perdere il controllo della propria traiettoria. Una continua reinvenzione, una resistenza alle etichette.
Negli ultimi anni il confronto con la malattia aveva assunto anche una dimensione pubblica. Nel 2023 era tra i firmatari di una tribuna rivolta al presidente Emmanuel Macron sulla necessità di riformare la legge francese sul fine vita. «Ogni anno, francesi colpiti da malattie gravi e incurabili si confrontano con sofferenze fisiche e morali che i trattamenti non riescono più a lenire», si leggeva nel documento, che denunciava come molti pazienti fossero «condannati a una fine lunga e dolorosa».
Baye aveva parlato apertamente della propria posizione: «Non vedo l’utilità di prolungare le sofferenze: quelle fisiche, forse contenibili con i farmaci, ma soprattutto quelle psicologiche». E ancora: «La nostra vita ci appartiene. Anche la morte. E se un giorno mi trovassi io stessa in quello stato, vorrei che si smettesse la commedia della vita».
Dal 1982 al 1986 era stata la compagna della rockstar francese Johnny Hallyday, con cui aveva avuto una figlia, Laura Smet, che le è rimasta accanto fino all’ultimo. Insieme avevano partecipato anche alla prima stagione della serie Dix pour cent. Alla notizia della morte David Hallyday ha scritto sui social: «C’est pas possible…», rivolgendo un pensiero alla sorellastra: «Laura, ti voglio bene». Un dolore privato che si intreccia con quello pubblico, mentre il cinema europeo saluta una delle sue interpreti più rigorose.










