«Massimo sforzo, minimo risultato». A un certo punto, mentre parliamo, Vasco Brondi la butta lì così, citando Francis Alÿs. Non è una provocazione, ma qualcosa che per lui è da prendere assolutamente sul serio. Infatti il suo nuovo libro, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Einaudi, uscito lo scorso 14 aprile), gira attorno a questa idea: fare qualcosa senza sapere se servirà davvero, cosa ne verrà fuori, persino sprovvisti della sicurezza di percorrere la giusta direzione. Vale per chi fa arte, così come per chi passa l’intera esistenza a pregare o a meditare. Poi, tutto d’un tratto, lancia l’affondo: «Il vero miracolo è la fede», che per il cantautore – ora nei panni di scrittore – unirebbe tutti: da Nick Cave ai sufi, da Federico Fellini alle cartomanti, dai CCCP ai monaci tibetani, da David Lynch fino a Simone Weil. Non si tratta di un elenco strampalato da social media manager, è un modo per dimostrare che certe traiettorie si toccano anche quando sembrano lontanissime. D’altronde, scherza, «le vite dei santi sono molto rock’n’roll».
Poi c’è il presente, che sembra andare da un’altra parte e, invece, incredibilmente torna a questa tesi. Così, nel corso della chiacchierata sul libro, ci finiscono le canzoni costruite «come opere di ingegneria», l’iperattività continua («che però è totalmente passiva»), addirittura un cambio di paradigma sociale: «La lotta di classe si è trasformata in lotta interiore». Che sarebbe testimoniato, anche recentemente, dalle reazioni al mercato di giovani come Madame, Blanco, Angelina Mango o Sangiovanni. Sono gli esempi, per Vasco Brondi, che accettare che il risultato possa essere nullo e fare cose «al limite del controproducente» non è una possibilità ma qualcosa di inevitabile. E quando il discorso scivola sull’intelligenza artificiale, non cambia registro: «Uno strumento come tanti altri», sostiene, mettendola sullo stesso piano delle tecnologie che hanno già trasformato musica e scrittura. Non nega che possa creare problemi, ma il campo su cui si gioca la partita è un altro: «Il fine è la questione». Il resto, come per ogni cosa, si capirà strada facendo.

Foto: Valentina Sommariva
Un libro complesso che, in fondo, professa il ritorno alla semplicità è un paradosso?
Inserisco un capitolo che si intitola Notizie di me, perché a volte scrivere canzoni mi dà la sensazione di scoprire delle cose di me che non mi ero accorto di conoscere. La scrittura ha unito i puntini dei miei inizi fino ad oggi, per cui ci sono dentro anche tutti i cortocircuiti e le influenze che ho avuto, terrene e ultraterrene. E di quanto si somigliano.
Per esempio?
Tra questi cortocircuiti ci sono i maestri, spesso inattesi, che attraversano il libro. Siamo stati allievi di maestri peggiori così come migliori. Artisti che da ragazzino, con i miei amici, cercavo e ammiravo con grande attenzione e che sono morti giovani e male, spesso sprecando il loro talento ma lasciando dietro di loro una scia che ancora ci illumina. Poi ci sono i maestri spirituali, i guru, i mistici, i santi che ho conosciuto in seguito, ma che hanno tanti aspetti in comune con quegli artisti. A leggere le vite dei santi, per esempio, sono quasi tutte molto rock’n’roll. Mi sono accorto che tanti artisti insospettabili avevano vite spirituali profondissime e un contatto con il profondo superiore a quello che poteva avere, a volte, un monaco. Sono apparenti contraddizioni che fanno parte anche di me, della mia traiettoria.
Nel libro racconti di aver smesso di separare canzoni e lavoro interiore, fino al punto in cui «il confine tra creatività e spiritualità spariva». In un presente dominato da piattaforme, algoritmi e numeri, quello spazio è più difficile da raggiungere?
Più che possibile è inevitabile raggiungerlo. Per me non è stata neanche una scelta. Come per gli artisti citati, non è stato uno spostamento volontario dalla ricerca “orizzontale”, quella dei numeri o del suonare ogni anno in un posto più grande, alla ricerca “verticale”, quella che ti impone di togliere uno strato e andare in profondità. Che poi è “l’alto dei cieli”, il mistero che non riusciamo mai a spiegarci. L’arte, dalla notte dei tempi, è sempre stata parlare con l’invisibile. È più spirituale dello spirituale. Non a caso, in tante pratiche contemplative, gli artisti sono considerati con maggiore attenzione degli stessi maestri, perché sono tramiti diretti con il mistero. E credo che sarà sempre più inevitabile.
Questo tipo di ricerca implica necessariamente una rinuncia alla massima diffusione?
Non bisogna confondere questa ricerca con la chiusura all’ampia diffusione. Gli artisti più profondi sono quelli che sono riusciti a essere personali e allo stesso tempo popolari, quindi eterni. Chi invece costruisce canzoni come opere di ingegneria, pensate per rispondere nel modo migliore alle richieste del pubblico o delle radio, spesso viene dimenticato. Su cento tentativi una hit può uscire, ma rimane lì senza generare niente. Io però non credo ai geni incompresi.
All’inizio del tuo percorso scrivi che è stata l’ignoranza a diventare una forma di libertà.
Credo che sia tutto correlato. Quell’ignoranza fa sì che tu non creda di essere furbo, men che meno il più furbo, perché non conosci le scorciatoie del settore. Quando ho iniziato non conoscevo le regole dell’ambiente musicale né l’armonia, per cui mi sono buttato allo sbaraglio facendo solo quello che era inevitabile. C’erano gruppi che mi piacevano, ma non riuscivo a copiarli perché non ero capace. Quindi mi è venuto fuori qualcosa di assolutamente personale. Con il tempo queste pratiche servono a tornare lì, a utilizzare l’arte come un esperimento con la verità.
Il rischio, altrimenti, è trasformare l’arte in un esercizio meccanico.
A un certo punto sembra di giocare ai cruciverba. E i risultati sono ripugnanti, non valgono niente. Quando l’ho fatto senza ispirazione, mi sono venute cose brutte. Manca la scintilla. David Lynch descrive le sue pratiche dicendo che ti portano in acque più profonde, dove puoi trovare pesci più grossi. Anche per me è stato interessante avviarmi lungo le strade tracciate da mistici e artisti per avere a che fare con le leggi dell’universo, più che con quelle del mercato.

La cover di ‘Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte’ (Einaudi)
Nel libro emerge anche una critica all’idea di opera come prodotto perfetto, «un prototipo per sbancare il botteghino». È il mainstream parte del problema?
È un aspetto delicato. Non bisogna confondere l’arte con qualcosa che dev’essere per forza pesante. La canzone pop è un sistema leggero e alcune canzonette si sono trasformate nel tempo in veri e propri documenti storici che contengono in tre minuti un decennio. Non è una questione di snobismo. Però tutto ciò che viene prodotto in modo seriale è facilmente riconoscibile: le ascoltiamo per sei mesi e poi non ci ricordiamo più nulla, sarà forse un caso? Per una hit, tante altre produzioni non sono belle canzoni. Non vale la pena praticare quel tipo di sport.
In questo scenario, l’AI sembra arrivata per sconvolgere. Scrivi che «nell’epoca degli esordi delle intelligenze artificiali» diventa centrale «l’intelligenza emotiva». Non hai timore che, con qualche prompt, a breve chiunque possa produrre una canzone “alla Vasco Brondi” o un libro come questo?
Considero l’intelligenza artificiale uno strumento come tanti altri. Per scrivere un libro come questo, che è molto complesso, a differenza di Pier Vittorio Tondelli che scriveva Il weekend postmoderno, io ho avuto a disposizione il computer e internet. E comunque c’è voluto parecchio lavoro per arrivare a un risultato del genere, pur essendo estremamente facilitato rispetto al passato quando dovevi scrivere a penna e cercare nei cassetti. È uno strumento, come nella musica: abbiamo a disposizione le tastiere MIDI, non devo più chiamare un’orchestra ma posso ottenere lo stesso risultato con un click. Usata bene può solo migliorare il livello della ricerca. Come tutti i grandi cambiamenti potrà essere problematica, ma teniamo conto che è uno strumento creato da esseri umani, che possiamo usare anche e soprattutto per obiettivi positivi. È il fine la vera questione. Persino la chitarra elettrica, se la diamo in testa a qualcuno, ha un fine che non è troppo piacevole. Per cui, senza troppa paura, rimango in attesa a vedere cosa succederà.
A un certo punto sostieni: «Il vero miracolo è la fede». E parli della noia come forza creativa, raccontando l’esperienza dei CCCP e di Giovanni Lindo Ferretti, dove arte e spiritualità si sovrappongono. È il massimo attrito rispetto alla società dei consumi?
È il punto più importante del libro. Cito il motto di Francis Alÿs per la sua performance When Faith Moves Mountains: «Massimo sforzo, minimo risultato». A questo solo la fede ti può portare. Cioè al non temere la sproporzione, anche ridicola, tra l’impegno che ci metterai e l’eventuale risultato che raggiungerai, che può essere nullo. È la stessa cosa che fanno gli artisti. Possiamo raccontarci che non c’entra, invece secondo me siamo pieni di fede, gli artisti come chi frequenta le pratiche spirituali. Il Dalai Lama, quando gli chiedevano se funzionassero le pratiche che ogni giorno faceva, rispondeva: «Non lo so, spero di sì. Lo scoprirò quando morirò». Così come La conquista dell’inutile, il titolo di quel capitolo del libro, viene dal diario di Werner Herzog scritto durante le riprese di Fitzcarraldo, visto che tutto il film è stato un atto di fede girato tra mille problemi, per portare addirittura una nave su una montagna. Per questo è necessario rivendicare, in una società iperproduttiva, il fare cose che sono siano al limite del controproducente. In definitiva, sono convinto ci voglia molta fede per costruire delle macchine inutili in un’epoca tanto utilitaristica.
Quello che descrivi, come dicevi prima in modo inevitabile negli artisti, mi sembra sia riscontrabile nei più giovani, come Madame e Blanco, che in questi giorni sono usciti con dischi distanti dalle logiche di mercato, persino in netta avversione. Oppure a chi, come Angelina Mango o Sangiovanni, si sono presi periodi di pausa perché, per vari motivi, non riuscivano più a sopportare certe pressioni.
L’iperattività, che esiste anche nel mondo dell’arte perché fa parte di una società iperproduttiva, è totalmente passiva. Sei solo trascinato da questo moto perpetuo che già ti circonda. Rispetto ai nomi che hai citato, mi fanno pensare che gli artisti sono spesso sia lo schiavo che il padrone. Perché possono decidere loro stessi, oppure essere travolti finché non arrivano a impazzire. In buona sostanza, la lotta di classe si è trasformata in lotta interiore.
Cosa consiglieresti agli artisti più giovani?
Visto che li vedo alle prese con questa lotta interiore, intanto faccio il tifo per loro. Gli vorrei ricordare cosa diceva Pitagora: «Siamo qui per osservare il cielo». E aggiungeva: «La filosofia è l’arte di rimanere appostati». E quando gli chiedevano cosa fai, rispondeva: «Niente, sono un filosofo». Chi fa arte ha il dovere di andare contro la spinta generale e fermarsi un attimo, per avere qualcosa da dire di più sentito. In generale credo che il mondo dell’arte stia facendo un altro giro, infatti dai ragazzini inizia a essere premiato ciò che non è omologato al resto, grazie a Dio. Mi sembra che inizino a pensare che è da sfigati quello che viene prodotto per piacere o andare in radio, mentre valorizzano ciò che ricerca nella loro profondità. La direzione è quella di togliere strati e sotto c’è sempre qualcosa di interessante.
Brian Eno nel libro Cosa fa l’arte – Una teoria incompiuta sostiene, in sintesi, che l’arte non appartiene agli artisti, ma è un comportamento umano diffuso. Ti ritrovi?
Assolutamente sì. Quando uno scava tanto nel profondo finisce in un luogo in cui sparisce l’ego. Nella tradizione vedica indù sostengono: «Agli dèi piacciono i sacrifici, ma il sacrificio che apprezzano di più è quello dell’ego». Un monaco che ho conosciuto, e che parlava pochissimo inglese, diceva sempre: «No ego, no problem». Carl Gustav Jung sosteneva che la nostra più grande allucinazione è sentirci separati dagli altri e da tutto il resto. Ecco, attraverso l’arte possiamo andare così nel profondo che non ci siamo più noi separati dagli altri, ma facciamo qualcosa tutti assieme e che non viene più solo per forza da noi.
Prima di salutarci, per tornare ad aspetti più terreni ma che interessano ai fan, ti chiedo se, dopo questo libro e con i tempi che ti saranno necessari, tornerai alla musica.
È stato molto interessante utilizzare un anno per scrivere e leggere tutti i giorni, e non ho preso quasi mai in mano la chitarra o fatto concerti. Invece adesso non vedevo l’ora di rimettermi a fare musica. Mentre il libro andava in stampa ho ricominciato a scrivere canzoni e sentito quanto è veramente importante fare anche altro, fermarsi per riordinare le idee e rallentare il respiro. Per me la musica è una forza magnetica e respingente. La devo frequentare per un po’ e poi starci alla larga per un periodo, ma alla fine torno sempre da lei.















