Si chiama Codice binario (01), ed è l’EP di debutto di alma, artista torinese al secolo Gabriele Disopra. Il progetto è frutto dell’iniziativa Future nata in casa Woodworm, che mira a scovare i nomi su cui scommettere come “next big thing” del panorama musicale italiano.
Quattro i brani: i singoli già pubblicati Nome proprio (Petra) e Passi di noi, e i due inediti Ho tracciato quel confine e Rumore. Il ritmo di progressione sta tutto nel titolo, nel richiamo a quel codice binario che alma interpreta come interscambio, più che alternanza, tra due dimensioni: quella collettiva della notte e quella intima e intimista, dove il vissuto deve essere rielaborato e, in un certo senso, esperito da capo in una nuova forma. Stati esistenziali che si ripercuotono anche nella forma sonora dei brani, a cui alma ha dato vita insieme alla produzione di Ale Bavo, alla visione del regista Simone Ciccorelli, e alla mano di Fabrizio Fusaro sui testi dei due inediti.
Per farci raccontare meglio questo debutto, abbiamo raggiunto proprio alma con qualche domanda.
Raccontaci meglio la scelta di questo titolo, Codice binario (01).
Il titolo riflette il sistema che conosco per processare la realtà: un’oscillazione continua tra due stati che, pur essendo opposti, non possono fare a meno l’uno dell’altro. Da un lato c’è l’energia cinetica della notte, quella spinta che ti porta a cercare un movimento liberatorio per zittire temporaneamente i pensieri; dall’altro c’è il ritorno inevitabile nella propria stanza, dove quel ritmo si spegne e resti solo tu con il tuo “rumore interno”. Questo EP non è un tentativo di risolvere questo conflitto, ma di accettare la coesistenza di queste due frequenze: la vulnerabilità del pensiero che si scontra con la forza d’urto del club.
Una dimensione che hai voluto esplorare anche due inediti.
In questo EP entrano due nuovi brani che esplorano lo stesso nodo: la difficoltà di abitare lo spazio che ci circonda. Rumore nasce dal logorio di un mondo che non abbassa mai il volume, quella pressione esterna che ti satura i sensi e ti spinge a cercare il silenzio altrove. Ho tracciato quel confine, invece, sposta il conflitto all’interno: è una sorta di sindrome dell’impostore applicata ai sentimenti, il timore di non essere mai abbastanza per chi abbiamo davanti. Sono due facce della stessa distanza: una subita dalla realtà circostante e l’altra scelta per proteggersi, per evitare di distruggere qualcosa di prezioso solo perché non ci si sente all’altezza di reggerne il peso.
Com’è stato partecipare a Futures?
L’esperienza con Futures è stata per me un esercizio di traduzione: mi ha messo nelle condizioni di prendere un’urgenza che era privata e caotica e strutturarla di modo che potesse arrivare agli altri. Ho imparato ad accettare le mie fragilità, a esporle, cercando di conservare la bellezza di quel caos, di quelle ondate emotive. Non cerco più di risolvere il mio sentirmi fuori luogo, ma uso la musica per rivendicare quel disallineamento come un punto di vista legittimo nel mondo odierno, o quantomeno interessante nella sua complessità e contrapposizione.










