Alzi la mano chi tra voi donne non s’è mai sentita disabilitata all’interno di un bagno pubblico. Le pose da acrobata per non sfiorare le superfici e cambiarsi i dispositivi mestruali in spazi rarefatti (eufemismo), preservando l’igiene intima ogni volta messa a rischio. Il luogo comune delle donne che vanno in due alla toilette nasce da un bisogno ignorato. Non certo l’unico: “Scusatemi, ho una vampata, potreste aprire le finestre”? La richiesta comune di una donna in fase di menopausa inizia con delle scuse e no, non è educazione, ma il paradosso automatico per cui si deve rispondere con la colpa (se non con la vergogna) a difetti e limiti di progettazione imputabili ad altri. La domotica non dovrebbe ormai conoscere la ciclica variazione della temperatura basale delle donne?
E vogliamo parlare della visita ginecologica con tutti i suoi screening? Che fastidio! Diamo per assunto debba essere più o meno disagevole, addirittura invasiva. Tanto dura poco, e se va bene se ne fa una all’anno: «Non abbiamo dati rispetto a un disagio specifico, se a procurarlo sia lo speculum, il lettino, il materiale freddo a contatto con la pelle. Ma questo dato non ce lo abbiamo perché non esiste o perché non interroghiamo il portato degli oggetti nell’influenzare questa e altre esperienze sul corpo di noi donne?». A domandarselo come motore di una più ampia e articolata indagine esplorativa è Chiara Alessi, tra le voci più autorevoli in tema di cultura materiale. La quale nel suo ultimo saggio La sedia del sadico. Il design sul corpo delle donne, edito da Laterza, utilizza il design proprio come strumento critico di genere, sgretolando assunti ereditati e insostenibili.

Chiara Alessi. Foto: Stefan Heisu
Chiara, come sei arrivata a questa ricerca?
Mi occupo ormai da tantissimo tempo non solo degli oggetti e delle loro storie, di come nascono, come si spostano, ma anche della relazione che hanno con le persone, che non soltanto li creano, ma che li usano e che agli oggetti affidano il compito di narrare chi siamo o meglio, come vogliamo essere visti. E questa ricerca doveva a un certo punto incontrare la mia esperienza, il corpo che io abito.
Con la ciclicità mestruale, la gravidanza, la contraccezione, la donna si confronta da quando esiste.
Esatto, ed è sempre stata in grado di dagnosticarsi e di prendere decisioni relative alle sue scelte sessuali e riproduttive. Le donne hanno inventato soluzioni e portato innovazioni sperimentate sul proprio corpo. Solo che non c’è traccia di questo nei musei e nemmeno nei libri. Nessuno di questi interventi è passato attraverso l’imbuto della storia. Dunque dobbiamo domandarci il perché di questo insabbiamento, come ci insegna dal 1974 Françoise D’Eaubonne ne Il femminismo o la morte. Al contrario, la storia è piena di oggetti che rappresentano la donna con il ventre abbondante e i seni prosperosi; oggetti con cui le società l’hanno raccontato esclusivamente come madre, relegando la sua identità a una sola funzione. Come ci siamo dette con Daria Bignardi durante una bellissima presentazione del mio libro: quel che avviene agli oggetti è un po’ quel che avviene con una madre di cui t’accorgi solo quell’unico giorno in cui eccezionalmente salta la recita dei figli, in cui manca alla sua funzione…
Tornando all’emblematica visita ginecologica, Chiara Alessi prova a rinegoziare una possibile perfettibilità dell’esperienza, rendendo visibili saperi rimossi, tecniche “non ufficiali” e il lavoro di attiviste, designer, ginecologhe e performer straordinarie come Terri Kapsalis. La quale, dialogando con le teorie della filosofa statunitense Judith Butler, ci fa guardare alla stanza del ginecologo come a un set: «Ogni oggetto contribuisce a creare tra i presenti una relazione di potere o al contrario di subalternità. Ma una volta interrogate le donne su quell’oggetto lì» – continua Chiara riferendosi alla GEC (Gynecological Examination Chair) – «le soluzioni arrivano senza esser rivoluzionarie: basterebbe una gradualità nel modo in cui certi elementi del setting intervengono anche prima di salire sul lettino, per prepararci a un’esposizione paralizzante oltre che scomoda. Uno specchio per vedere cosa succede, perché tu sei lì dentro, ma la posizione impedisce la vista di ciò che accade e non si tratta solo di privacy. Si sta guardando nella tua interiorità e tu ne sei esclusa. E lo sei da sempre se ci pensi, perché nessuno insegna alle bambine a esplorarsi, normalmente è qualcosa che viene inibito a differenza dell’autopalpazione del seno che impariamo a scopo autodiagnostico. E non è la stessa cosa?.
L’autodiagnosi è un altro tema foriero di contributi preziosi, di “kit fai da te” che permetterebbero l’auto-campionamento in sicurezza e garantendo intimità. Da qui si sono susseguiti una serie di studi anche radicali, per offrire alle donne strumenti per lo screening più flessibili nel rispetto della propria conformazione anatomica oltre che del personale vissuto sessuale e riproduttivo. È il caso di “Nella”, uno speculum messo a punto da un team di professioniste donne, mediche e designer dell’Oregon premiato nel 2020 dal Time come migliore invenzione del tempo. Rispetto alla contraccezione, invece, può destare stupore apprendere del preservativo vaginale, il Femidom? Ne avete mai sentito parlare? La ricerca rispetto a dispositivi che lasciano alle donne il controllo sui propri corpi riceve i dovuti finanziamenti e la dovuta eco mediatica? L’Italia ha riconosciuto l’impostazione androcentrica della medicina ed infatti è stato il primo paese in Europa ad approvare il Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere specifica (MdG). Perché allora siamo in pochissime a sapere che cos’è? Perché solo un numero bassissimo di donne arriva alla fase finale della sperimentazione dei farmaci che ne decreterebbe l’approvazione? Il libro di Chiara Alessi è un cappello pieno di ciliegie!
«Da decenni le neuroscienze lavorano in sinergia con la progettazione di ambienti, asili, uffici, ospedali, ed è ormai noto come la giusta illuminazione, l’equilibrio tra ingombro e spazi vuoti, l’utilizzo di certi colori contribuiscano al benessere delle persone. Eppure in molti ambiti (la domotica è uno di quelli citati nel libro, nda), si ignorano aspetti scientifici propri del corpo delle donne in risposta a quell’utente medio che il design del Novecento ci ha consegnato. I corpi delle donne, un po’ come quelli dei bambini e delle bambine, sono stati visti come miniaturizzazioni del corpo degli uomini, senza contare l’ordine degli organi nel nostro corpo, non considerando che abbiamo un seno, che la nostra pelle ha un’elasticità diversa. Il tema della temperatura poi non è banale. Non soltanto nell’arco della nostra vita, ma nell’arco del mese la temperatura basale delle donne cambia per via degli ormoni che produciamo, esponendoci a rischi maggiori per la nostra salute. Ma perché la scienza non studia i corpi delle donne?», conclude Alessi. «Siamo più vessate nel quotidiano, non abbiamo strumenti progettati su di noi, non abbiamo medicine tarate su di noi se non quando fungiamo da cavie, e tuttavia viviamo più a lungo degli uomini. Alcune soluzioni sono evidentemente nei nostri corpi».

Foto press
Chiara, il tuo intento come autrice è rinegoziare il design secondo una dichiarata prospettiva femminista, ma tra le pagine del libro le maglie del discorso si allargano.
È evidente come i corpi marginalizzati e trascurati dal design non siano solo quelli delle donne. Inevitabilmente il tema della disabilità ha spinto per entrare.
Ciò che infatti emerge con una certa enfasi nell’indagine dell’autrice è la disillusione rispetto ad approcci progettuali come lo Universal Design. Il quale, secondo la lente critica della designer disabile Aimi Hamraie, di universale avrebbe al massimo prodotto la depoliticizzazione dell’utente con disabilità in un’esclusione che diventa doppia: «Non era considerato storicamente e non lo è progettualmente se non come utente simbolico nelle schede da spuntare per essere a norma di legge», spiega Chiara. «È una specie di patto, una pacificazione impossibile. È limitante l’esperienza di porre un utente normalmente non alienato dalla società nei panni di chi invece vive questa marginalizzazione. Sicuramente può provocare un’epifania rispetto a tutta una serie di questioni che il corpo abile trascura, ma questo non provoca cambiamento. Il cambiamento avviene quando è l’utente con disabilità ad entrare nella progettazione».
Per una questione di uguaglianza sociale? No, non soltanto. Il primo passo è stato riconoscere la persona con disabilità come utente che partecipa alla frequentazione, all’interazione degli oggetti che lo circondano, da cui viene tendenzialmente disabilitato. L’altro fattore fondamentale per Hamraie, aggiunge Chiara è che nel coinvolgerlo ci arricchiamo della quota di immaginario che può apportare una persona con disabilità. «Per fare un esempio, nel libro introduco il collettivo spagnolo di pornortopedia Post op, che si occupa di progettare protesi sessuali che tengono conto di altre forme di mobilità e sensorialità del corpo. Questo va ad arricchire anche l’immaginario erotico di chi abita corpi abili, limitato al piacere che ci è noto, che ci è stato culturalmente trasmesso ma che evidentemente può allargarsi».
Il titolo del tuo libro fa il verso a La Caffettiera del Masochista, pietra miliare del design, in cui l’autore, lo psicologo Donald Norman, si interrogava sulla voce silenziata di chi utilizza gli oggetti rispetto a chi li progetta. Quando abbiamo iniziato ad appiattire l’utenza?
A un certo punto il Novecento ci ha consegnato questa idea del design, in cui la perfettibilità dell’oggetto doveva passare attraverso la massima semplificazione, l’imperativo less is more, per cui via le strutture, via lo sforzo, gli oggetti dovevano essere ridotti al nucleo funzionale, una progettazione per la maggioranza, per attendere tutti e tutte, design for all. Ma ci chiediamo mai chi lasciamo indietro quando rinunciamo alla complessità? Il design dovrebbe piuttosto aiutarci a tenerla insieme!
Che succede quando simbolizziamo le persone con disabilità?
Succede che attribuiamo loro contorni, caratteristiche, aspettandoci che facciano delle cose, e così le priviamo della loro quota politica in analogia con quanto avviene sul corpo delle donne. O siamo sante o siamo mostri, intrappolate in una bolla simbolica che fa perdere la concezione di quanto siamo diverse l’una dall’altra, con storie diverse e desideri diversi. E nonostante questo, aggiungerei, il marketing dei sex toys ha voluto dirci a un certo punto pure come dovevamo godere, quali strumenti acquistare, demolendo così il portato politico e trasgressivo di quel movimento.
È da questi strumenti che passa l’empowerment?
È una parola che non amo, forse perché contiene a sua volta una prescrizione nell’ordine del potere. Se per secoli ci è stato detto cosa dovevamo fare, quale posti dovevamo ricoprire, quale dovesse essere la nostra unica funzione, dirci oggi di che cosa dobbiamo liberarci per essere libere ha per me lo stesso sapore dell’ingiunzione paradossale.
C’è qualcosa nel design degli oggetti che può ispirarci politicamente?
Sì, è la loro quota anarchica. A un certo punto nella loro storia gli oggetti iniziano a partire per la tangente, diventano un’altra cosa rispetto a ciò per cui sono nati. A volte la loro forma ci disorienta rispetto alla funzione, disattendono il ruolo che è stato consegnato loro da chi li ha progettati. E così arriva una creatura marina e nella forma della forchetta vede una funzione totalmente diversa ma che ne mantiene il senso: l’arricciaspiccia! Ecco, sarebbe bello che ci portassimo addosso un po’ di questa quota anarchica che hanno gli oggetti, valutare se esista la possibilità di usare a nostro vantaggio il fatto di essere, come lo chiamava Carla Lonzi, il soggetto imprevisto della storia.










