Ad un certo punto, durante la conversazione, María Zardoya usa la parola “nest”, nido, per descrivere il processo di registrazione di Melt, il suo primo disco solista a nome Not for Radio. A registrarlo erano solo lei, Gianluca Buccellati e Sam Evian, lontani dal mondo, nel cuore dell’inverno, nella neve dello Stato di New York. Uscivano a fare passeggiate nei boschi, rientravano, registravano. Il mondo esterno non esisteva. «Nessun altro esisteva», dice. Sensazioni che emergono in Melt, disco che ha proprio la qualità di un progetto nato in uno spazio chiuso, isolato, lontano da qualsiasi logica di mercato o di aspettativa.
María Zardoya la conoscete come la leader e voce dei Marias, il gruppo indie pop di Los Angeles che negli ultimi anni ha costruito un seguito fedelissimo grazie a un suono che scivola con disinvoltura tra dream pop, R&B e qualcosa che sembra uscito da una colonna sonora di un film che vorreste vedere. Ma nella discografia dei Marias c’è una canzone che a un certo punto ha cominciato a girare su TikTok in modo incontrollabile (No One Noticed), e quando succede una cosa del genere – quando il tuo suono diventa meme, colonna sonora di milioni di video, materia virale – bisogna fare i conti con una nuova versione di sé stessi. Quella versione che sta sul palco di una arena e guarda un pubblico enorme che canta ogni parola.
Ne abbiamo parlato prendendo come occasione il concerto che terrà il prossimo 17 aprile al Teatro degli Arcimboldi di Milano, suo esordio nel nostro paese.
Cominciamo dal Coachella. Era il primo show di Not for Radio fuori da un teatro, giusto?
Sì, era il nostro primo festival. Prima di Coachella avevamo suonato solo in teatri. Not for Radio nasce proprio per essere vissuto in quel contesto. Gente seduta, la dimensione più intima, uno spazio raccolto, i dettagli sonori che emergono nel silenzio. A Coachella era tutto diverso. Lo puoi immaginare: tutti in piedi, energia alta, un po’ caotica.
Come ci si rapporta a un pubblico del genere quando fai musica così introspettiva?
È stata la sfida principale. Mi sono chiesta come fare ad abbassare l’energia di un pubblico su di giri senza perderlo del tutto? Come band, volevamo che sentissero la ricchezza degli strumenti, gli strati della musica. Nei nostri live abbiamo un pianoforte vero, un organo vero, sintetizzatori vintage che in qualsiasi momento possono fare quello che vogliono. È come camminare su una fune tesa. E secondo me è proprio quella tensione a tenere l’attenzione alta.
Ci siete riusciti?
Verso la fine del set, soprattutto con la nostra versione molto più spoglia e silenziosa di No One Noticed, sì. Il pubblico si è come… fermato. Ha iniziato ad ascoltare davvero. È quello che volevamo.
C’è anche una dimensione simbolica nel fatto che sia stato proprio il Coachella la vostra prima uscita dal teatro. Dopotutto era stato il Coachella anche il primo grande palco dei Marias.
Esatto. E sullo stesso palco. Non è stata una cosa cercata, ma quando me ne sono resa conto è stato molto bello. Come un cerchio che si chiude. Not for Radio compie il suo rito di passaggio nello stesso posto in cui l’avevano fatto i Marias.
E in che modo il Coachella ha “ufficializzato” Not for Radio come progetto serio, coerente e duraturo?
Penso che abbia aiutato a chiarire, anche per me, che Not for Radio non è un esperimento temporaneo o un progetto collaterale. È una parte di me che esiste accanto ai Marias, ma che è altrettanto reale. I Marias e Not for Radio sono due facce della stessa persona. Avere il Coachella come prima tappa fuori dai teatri è stato come dire che si tratta di un progetto nato per restare.
Parliamo del disco. Quando l’ho ascoltato la prima volta mi ha fatto pensare a una certa tradizione del dream pop e dello shoegaze degli anni Novanta ma in un modo che non suona nostalgico, piuttosto contemporaneo e personale. Da dove viene?
Penso che sia partito come un esperimento, senza un piano preciso. I Marias stavano crescendo molto, No One Noticed era diventata virale, e c’era questa parte di me che da un lato adorava l’idea di stare su un grande palco, davanti a un pubblico enorme. Ma ce n’era un’altra, dall’altra parte, che voleva solo ritirarsi. Camminare da sola. Sedersi sotto un albero e ascoltare musica. (ride) Not for Radio è quella parte di me più introversa che ha bisogno di silenzio per funzionare.
Possiamo quindi dire che sia nato come reazione alla popolarità crescente dei Marias?
In un certo senso sì. Più diventavamo visibili, più sentivo il bisogno di creare qualcosa che fosse completamente al di fuori di quella traiettoria. Non per rinnegare i Marias, ma per ricordarmi chi ero prima che tutto diventasse così grande. E credo che il nome stesso, Not for Radio, mi abbia dato la libertà di farlo davvero. Scegliere un nome che togliesse ogni pressione. Non importa se passa in radio, non importa se è commerciale, non importa cosa pensa la label. L’unica cosa che importa è se mi piace mentre lo faccio.
Come avete lavorato in studio?
Eravamo in tre, persi nel bel mezzo dell’inverno nello stato di New York. Neve ovunque. Ogni giorno facevamo passeggiate nella natura e poi tornavamo a registrare. Non esisteva niente al di fuori di noi tre. È stato come essere dentro un nido per un mese. Nessuna interferenza esterna, nessun altro punto di riferimento. Quando abbiamo finito e abbiamo dovuto condividere la musica con altre persone è stato stranissimo, quasi un trauma, perché quella musica l’avevamo fatta solo per noi. Non avevamo pensato al pubblico nemmeno per un secondo.
È un modo di lavorare radicalmente diverso rispetto a quello che si fa oggi nell’industria musicale.
Sì, totalmente. E credo che quelle session abbiano cambiato anche il modo in cui lavoro con i Marias. Ho imparato a essere più presente nel momento della scrittura, a non pensare continuamente a come verrà percepita dagli altri… Pensare prima di tutto a come gli altri penseranno alla tua musica uccide la canzone prima ancora che nasca.
Come descriveresti il suono live di Not for Radio a qualcuno che non vi ha ancora visti?
Imprevedibile. Sul palco abbiamo strumenti veri ma una produzione molto minimale, senza backing track. Ogni sera è diversa. Gli strumenti possono creare un suono che non avevano mai fatto prima, i volumi possono cambiare perché c’è un mixer sul palco che ogni sera viene impostato diversamente. Insomma, siamo tutti consapevoli che qualcosa potrebbe andare storto in qualsiasi momento.
E non è una cosa che vi spaventa?
No, è proprio quello che vogliamo. Quella sensazione di rischio tiene alta l’attenzione nostra e del pubblico. Ed è anche lo stesso spirito con cui abbiamo registrato il disco. Non sapevamo mai cosa sarebbe uscito da quegli strumenti e invece di combattere questa sorpresa, l’abbiamo abbracciata. Ogni show è diverso, e questo secondo me è il senso più profondo dell’idea di suonare dal vivo. Non sei lì per rifare il disco, sei lì per fare una cosa che esiste solo quella sera.
Cosa possono aspettarsi le persone che verranno a Milano?
Apritevi. Non portate aspettative precise. Non cercate di inquadrare quello che sentite in una categoria. Venite per sentire qualcosa, per vivere qualcosa che esiste solo quella notte. Il teatro è il contesto perfetto per Not for Radio.
Sarà la tua prima volta a Milano. La prima volta in Italia, addirittura.
Sì, non ci sono mai stata. Sono completamente aperta a tutto quello che succederà. È bello non avere un parametro di confronto. È una pagina bianca.
E in termini di scaletta? Ci saranno sorprese?
Lo show al teatro è molto più lungo del set che abbiamo fatto al Coachella. Suoneremo tutto il materiale di Not for Radio, senza lasciare fuori niente. E poi ci sono quattro canzoni inedite che non sono sull’album.
Quattro inediti. Non male come promessa.
(ride) Sì, penso che darà un’idea di dove stiamo andando. Come ti dicevo, ogni show di Not for Radio è un po’ diverso dall’altro e quello che succederà lì sarà solo di Milano.
Ultima cosa. Sei portoricana, hai collaborato con Bad Bunny, siete entrambi artisti latini di successo enorme nel mercato anglofono. Senti una responsabilità rispetto a questa identità?
Un po’ sì, ma non in senso oppressivo. È più un senso di orgoglio. Sono portoricana e sono fiera di esserlo. Mostro la mia cultura in tutto quello che faccio, nella musica, nell’estetica, nel modo in cui mi racconto. Non è una scelta strategica. Sono semplicemente io. E Bad Bunny è semplicemente lui. Ma il fatto che noi semplicemente siamo quello che siamo, in spazi così visibili, ha un peso che sento e che non voglio ignorare.










