Le voci sull’esistenza dei bot per gonfiare i numeri dello streaming hanno raggiunto il picco nell’estate del 2025 quando in agosto è finita online una telefonata fatta in carcere da Young Thug. Il rapper e fondatore della Young Stoner Life Records diceva di aver speso 50 mila dollari per gonfiare gli stream dell’album di Gunna DS4Ever e far sì che debuttasse al primo posto della classifica americana. Cosa che è effettivamente successa, superando persino Dawn FM di The Weeknd. «Ho speso 50 mila dollari extra comprando quegli stream del cazzo per te, 50 mila», dice Young Thug nella telefonata. «Non ti sei guadagnato il numero uno sopra a The Weeknd, amico mio, quella roba l’ho pagata io».
Le frodi negli streaming sono un problema ben noto nell’industria musicale. Vengono messe in atto dagli artisti e/o dai loro rappresentanti che utilizzano i bot e le cosiddette streaming farm per aumentare artificialmente gli ascolti facendo riprodurre le tracce ripetutamente tramite script automatici, account falsi, profili fasulli, il tutto per raggiungere posizioni più alte in classifica. Viene fatto di solito nella prima settimana di uscita di un disco, per aumentare le probabilità di debuttare al numero uno. «Alcune pratiche sono relativamente innocenti, altre no. In tutti i casi si tratta di frodi», dice l’avvocato Christian Castle, specializzato nel campo della musica e della tecnologia.
Aziende come iHeartMedia e Pandora sono state accusate di praticare un altro tipo di accordo sottobanco. Si tratta dei cosiddetti steering agreements, contratti tra i servizi di musica digitale e gli editori musicali o le etichette discografiche che accettano di ricevere meno royalties in cambio di un maggiore airplay. In sostanza, tramite gli algoritmi gli ascolti vengono indirizzati verso i dischi di chi ha pagato. Pandora l’ha definita una forma di concorrenza sui prezzi, Castle la considera una forma di payola, termine coniato da Variety nel 1938 per descrivere la pratica illegale di pagare le radio affinché passassero i dischi. Qualcuno regalava al direttore dei programmi di una radio una BMW o un viaggio a Tahiti e come per magia l’artista in questione aveva la sua bella hit radiofonica. Oggi la payola ha assunto forme diverse, ma tutte consistono sostanzialmente in pagamenti per manipolare la percezione pubblica e ottenere un vantaggio sleale.
Le moderne streaming farms automatizzate possono essere magazzini privi di finestre o uffici vuoti con centinaia o migliaia di smartphone, computer e server che riproducono gli stessi contenuti in loop continuo, generando da migliaia a milioni di stream fraudolenti. Le aziende che dichiarano di poter incrementare gli stream sono facilmente rintracciabili su Google. Alcune operano in abbonamento e addebitano una quota mensile fissa per generare migliaia di ascolti, altre chiedono dai 300 dollari al mese in su. L’intelligenza artificiale ha aggravato ulteriormente il problema essendo in grado di generare migliaia di canzoni fake e milioni di stream.
I guadagni possono essere notevoli. Beatdapp, azienda specializzata nel rilevamento delle frodi in questo campo, stima che gli stream musicali fraudolenti generino circa 2 miliardi di dollari all’anno in royalties illegittime, sfruttando il fatto che i servizi di streaming ripartiscono i proventi proporzionalmente alla quota di ascolti. Analisti di J.P. Morgan hanno recentemente calcolato che, caricando un brano di 30 secondi su una piattaforma e programmando un dispositivo per ascoltarlo in loop per 24 ore, si potrebbero guadagnare 1200 dollari al mese.
Spotify ha riconosciuto l’esistenza del problema e dedica risorse significative al rilevamento e alla mitigazione degli ascolti artificiali, con l’obiettivo di tutelare gli artisti e garantire una distribuzione equa dei guadagni. Sul proprio sito, l’azienda definisce uno stream artificiale come «uno stream che non riflette un ascolto genuino da parte dell’utente, incluso qualsiasi tentativo di manipolare Spotify attraverso processi automatizzati (come bot o script)». Quando viene individuata una manipolazione degli stream, racconta Laura Batey, vicedirettrice della comunicazione aziendale di Spotify, «interveniamo rimuovendo i conteggi, trattenendo le royalties e applicando sanzioni. Questo ci consente di tutelare i pagamenti per gli artisti onesti e che lavorano con impegno».
Apple Music, dal canto suo, sostiene di avere un ambiente strettamente controllato. In occasione di una conferenza musicale a Londra nel gennaio 2025, il responsabile delle partnership musicali dell’azienda ha detto che «meno dell’1% di tutti gli stream è manipolato» grazie a un sistema di monitoraggio in tempo reale, analisi dei dati e collaborazione con i distributori per arginare le attività fraudolente.
Luminate (che si occupa del tracciamento di singoli, album e video musicali per le classifiche americane di Billboard, ndr) dispone di una serie di controlli approfonditi per rilevare eventuali dati fraudolenti da parte dei fornitori e garantire che la classifica sia reale, ma il compito di individuare le frodi ricade in primo luogo sulle piattaforme di streaming, che idealmente dovrebbero rimuovere gli stream fraudolenti prima di trasmettere i dati a Luminate che li raccoglie per compilare le classifiche. «Luminate utilizza algoritmi di machine learning basati su grandi quantità di dati storici per rilevare anomalie in tutti i dati forniti da partner esterni. Questa prassi si aggiunge ai sistemi di rilevamento adottati da ciascuna piattaforma di streaming», ha detto un portavoce della società. Anche Pandora afferma di aver intensificato gli sforzi per contrastare i cybercriminali sviluppando sistemi di rilevamento basati sull’intelligenza artificiale e filtri che intende condividere con l’ecosistema musicale. La strategia di Pandora combina l’expertise degli umani con machine learning e altri strumenti.
Queste rassicurazioni possono offrire un certo conforto ad artisti e ascoltatori, ma considerato che lo streaming globale genera, secondo l’International Federation of the Phonographic Industry, 20,4 miliardi di dollari l’anno, anche una minima percentuale di manipolazione può tradursi in centinaia di milioni di dollari sottratti dai truffatori.
I creativi sono preoccupati. Nel 2024, oltre 200 artisti – tra cui Billie Eilish, J Balvin, Chuck D e i Mumford & Sons – hanno firmato una lettera aperta contro le minacce dell’intelligenza artificiale ai diritti dei creatori, ai loro compensi e «all’ecosistema musicale». Il 24 marzo scorso Missy delle Mannequin Pussy si è rivolta a Spotify in un post su Instagram: «Vorrei iniziare ad avere una vera conversazione con chiunque all’interno dell’azienda su cosa intendete fare a proposito delle frodi generate dall’AI, alla proliferazione di non artisti che approfittano dell’assenza di regolamentazione e su come stiano contribuendo ad aumentare il rischio che piattaforme come la vostra diventino bersaglio di uno sfruttamento culturale».
Tutte le strategie messe in campo sembrano però avere scarso effetto deterrente. Nel 2024, il musicista del North Carolina Michael Smith è stato incriminato dalle autorità federali per frode telematica, cospirazione a fini di frode telematica e cospirazione ai fini di riciclaggio di denaro: aveva utilizzato bot e intelligenza artificiale per generare oltre 10 milioni di dollari in entrate da streaming su più piattaforme, tra cui Spotify, Apple Music e Amazon Music. Nel dicembre 2025, Drake è stato accusato di aver sfruttato la propria partnership con il casinò online Stake per finanziare con milioni di dollari campagne di potenziamento artificiale degli stream. Le accuse sono contenute in una class action intentata contro Drake, Stake, lo streamer Adin Ross e il miliardario australiano di criptovalute George Nguyen. «Gli stream non autentici» dicono gli accusatori «sono stati calibrati per ingannare i motori di calcolo delle royalties e di raccomandazione; costruire artificialmente una popolarità; distorcere playlist e classifiche; e sottrarre sia valore economico che attenzione del pubblico».
Drake ha a sua volta accusato Universal Music Group, la sua stessa etichetta, di aver adottato una pratica analoga per aumentare gli stream di Not Like Us, il feroce diss di Kendrick Lamar nei suoi confronti. Drake ha intentato causa all’etichetta, contestando diffamazione, inadempimento contrattuale e danno economico. Un giudice ha respinto i capi di imputazione relativi alla diffamazione, Drake ha presentato appello e il procedimento è tuttora in corso (un portavoce di UMG ha definito le accuse false, aggiungendo che «l’idea che potremmo voler danneggiare la reputazione di qualsiasi artista – figuriamoci di Drake – è priva di senso. Abbiamo investito in modo massiccio nella sua musica… per molti anni, contribuendo a fargli raggiungere un successo commerciale e personale di portata storica»).
Anche Top Dawg Entertainment è stata accusata di ricorrere ai bot. Nel luglio 2025, lo youtuber Akademiks ha attaccato la TDE durante una delle sue dirette accusando la label di aver utilizzato bot per gonfiare i numeri di streaming di Doechii. «È ridicolo», ha accusato Akademiks. «Mi state dicendo che non è Nicki Minaj, non è Drake, non è Lil Wayne… ma è Doechii? Assolutamente no. Dovete smettere coi vostri bot» (Top Dawg non ha risposto alle numerose richieste di commento e Doechii non si è espressa pubblicamente sulla questione).
Il fenomeno riguarda anche il K-pop. Diversi artisti del genere, tra cui Jimin dei BTS e membri delle Blackpink, hanno visto milioni di stream rimossi dai loro brani su Spotify lo scorso anno durante un’operazione di pulizia degli ascolti artificiali, pur non essendo mai stati accusati di condotte scorrette. I casi di streaming fraudolento possono riguardare anche artisti di primo piano, talvolta a loro insaputa o per effetto di azioni compiute da terzi.
«A volte non sono nemmeno gli artisti, ci sono altri soggetti in malafede», spiega Batey. «Un artista trova online un’agenzia di marketing che promette di aumentare il tuo conteggio degli stream. Non dicono che acquisteranno un esercito di bot, ma è quello che fanno. Poi gli stream vengono rimossi, le royalties non arrivano e l’artista pensa di essere stato vittima di una qualche manovra».
I BTS e le Blackpink sono artisti di grandissimo rilievo e possono reggere l’urto, ma sono gli artisti più piccoli e indipendenti a soffrire di più, privi come sono delle risorse necessarie per far fronte a perdite ingenti. Come sottolinea Castle, sono spesso loro il bersaglio principale. «Ci sono persone che approfittano di artisti non legati a una major», afferma. «Le major si adoperano in ogni modo per evitare che cose del genere accadano, o almeno che le coinvolgano negativamente».
Anche le piattaforme di streaming hanno buone ragioni per contrastare i cybercriminali. Secondo Castle, la logica matematica è semplice: più stream falsi riescono a eliminare, meno denaro saranno tenute a versare alle etichette. «Se sei un’etichetta, riceverai una quota calcolata sulla base di tutti gli stream di quel catalogo: è il numeratore», spiega Castle. «Il denominatore è la totalità degli stream. Quel denominatore cresce costantemente, ma il numeratore no. Soprattutto nel caso di artisti scomparsi, quel numeratore non aumenterà mai più. Quindi si riduce progressivamente nel tempo». È anche per questo che molti artisti – tra cui Taylor Swift, Thom Yorke dei Radiohead e Neil Young – hanno protestato contro Spotify e le altre piattaforme di streaming.
«Le piattaforme pagano la stessa percentuale di ricavi a prescindere», prosegue Castle. «Quello che interessa loro davvero, più di ogni altra cosa, è tenere quel 70%, diciamo, di cui circa il 50% va alle etichette e circa il 18% agli editori per i diritti sulle composizioni». Le frodi hanno un effetto su quella formula, continua Castle. «Se riescono a eliminare i brani fraudolenti, quegli stream non vengono conteggiati. Scompaiono. E questo riduce automaticamente il denominatore, aumentando il valore del pagamento». Per Batey, la portavoce di Spotify, «l’impostazione “numeratore contro denominatore” è un po’ fuorviante. Lo streaming non è una torta di dimensioni fisse che si divide in fette sempre più sottili man mano che viene caricata più musica. Il pool totale cresce con l’aumento del numero di abbonati e degli ascolti, e i pagamenti si basano sulla quota di ascolto di ciascun artista. Quindi sì, gli stream aumentano, ma aumenta anche il denaro distribuito. Per questo i compensi continuano a crescere anno dopo anno, anziché diminuire».
«Gli stream artificiali tentano di distorcere il sistema», continua Batey, «ed è per questo che li rimuoviamo e non li paghiamo. Spotify non trattiene il denaro che sarebbe stato corrisposto in relazione a stream artificiali; individuare quelle attività significa preservare quella somma affinché non esca dal conto complessivo delle royalties. Quel denaro viene poi distribuito in base agli stream legittimi secondo la quota di ascolto».
Riguardo agli artisti non più in attività, aggiunge che «l’idea che la quota di un artista diminuisca necessariamente nel tempo non riflette il reale andamento degli ascolti. La quota di un artista si muove insieme ai comportamenti degli ascoltatori. Può crescere, stabilizzarsi o diminuire nel corso del tempo. Il catalogo è spesso il più duraturo e può tornare a impennarsi in qualsiasi momento, spinto da una serie tv, la viralità o una nuova generazione che lo scopre», come successo per l’interesse suscitato da Stranger Things per come Purple Rain di Prince.
Mentre i soggetti in malafede diventano sempre più creativi e imparano ad aggirare gli ostacoli che incontrano, Spotify e le altre grandi piattaforme devono continuare a combattere il fenomeno con strumenti sempre più sofisticati. I team dedicati alla scansione dei dati di streaming a tempo pieno monitorano costantemente determinati segnali nel back-end: un picco improvviso nel volume di stream da un unico indirizzo IP o da un unico Paese, oppure la riproduzione di soli 30 secondi di un brano per qualificarlo ai fini delle royalties. Spotify è restia a fornire troppi dettagli sui suoi processi, temendo di offrire ai malintenzionati una mappa per eludere i sistemi messi in atto per individuarli.
Se l’uso dei bot per lo stream è un problema presente da tempo , oggi si è aggravato ulteriormente grazie all’intelligenza artificiale e alla capacità di produrre brani falsi. Nel settembre 2025, Spotify ha annunciato di aver rimosso oltre 75 milioni di brani dalla propria piattaforma nel corso dell’anno precedente, nell’ambito di un piano articolato in tre punti per rendere il servizio più sicuro per utenti e artisti: un sistema migliorato di filtraggio dello spam e nuove «indicazioni per i brani con crediti standard del settore». Ma per la sua piena implementazione sarà necessario del tempo. «Vogliamo essere cauti per non penalizzare i caricamenti legittimi», dice l’azienda in un comunicato. Con la proliferazione dei deepfake vocali, Spotify ha inoltre aggiornato la policy sull’impersonificazione, consentendo agli artisti di presentare un reclamo quando una voce non è la loro per ottenerne la rimozione del brano.
Nel tentativo di aumentare la trasparenza nei confronti degli ascoltatori, anche i distributori che consegnano le canzoni con i relativi crediti alle principali piattaforme stanno predisponendo piani per segnalare l’eventuale utilizzo dell’intelligenza artificiale nella creazione di un brano. Si sta già affermando come standard su tutte le piattaforme. Apple Music, ad esempio, ha lanciato dei tag da inserire qualora qualsiasi parte del contenuto faccia uso dell’AI. Deezer ha implementato uno strumento di rilevamento dell’AI nel tentativo di garantire «una rappresentazione equa per tutti gli artisti, offrendo al contempo chiarezza» ai propri utenti.
Anche distributori come DistroKid e TuneCore svolgono un ruolo fondamentale nel contribuire a rilevare le attività di streaming fraudolento. Gli artisti più piccoli privi di un contratto discografico si affidano ai distributori che possono fungere da intermediari monitorando i dati degli artisti e collaborando con le piattaforme per individuare e segnalare attività sospette.
Le penali applicate ai distributori per gli stream falsi incentivano le aziende a preservare la propria integrità. Su Spotify, ad esempio, la sanzione scatta quando oltre il 90% degli stream di un brano risulta illegittimo. Ai distributori viene addebitata una tariffa mensile fissa di circa 10,82 dollari per ogni brano incriminato e sono obbligati da contratto a trasferire l’onere del pagamento agli artisti che hanno caricato il contenuto. Le conseguenze ulteriori possono includere la rimozione del brano o di tutto il catalogo, la trattenuta delle royalties, la sospensione dell’account e la perdita dell’idoneità a future promozioni sulla piattaforma.
Nel settembre scorso, Young Guru, storico ingegnere del suono di Jay-Z, ha partecipato a una tavola rotonda durante il Playlist Retreat annuale di DJ Jazzy Jeff in Delaware, dove ha espresso con forza la sua preoccupazione per l’intelligenza artificiale. In quello stesso intervento, ha fatto notare quanto è diventato facile, al giorno d’oggi, essere un “artista” con la possibilità di caricare contenuti su qualsiasi piattaforma di streaming in qualsiasi momento. Castle concorda: bisogna rendere tutto più difficile.
«È troppo facile accedere a una piattaforma di streaming con la propria musica», dice Castle. «Brani generati dall’AI compaiono nelle pagine degli artisti scomparsi. Non dovrebbe succedere, ma lo permettono perché sarebbe troppo costoso in termini di risorse approfondire e verificare chi è davvero chi. Ma se si trovano a dover impiegare tutte queste persone per il contrasto alle frodi, perché non farlo a monte? Bisogna passare al setaccio ogni brano e stabilire chi ne detiene i diritti, bisogna rendere più difficile l’accesso al sistema».














