Paris Internationale è arrivata da noi (per smascherarci) | Rolling Stone Italia
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Paris Internationale è arrivata da noi (per smascherarci)

La prima volta non si scorda mai. E così, le première della "cookie exhibition" di Parigi arriva a Milano per sparigliare le carte. E farci accorgere di quanto siamo distratti, dietro al velo dell'apparenza

Paris Internationale

Paris Internationale

Foto: Margot Montigny

Milano, ad aprile, è una città che accelera fino a diventare quasi irriconoscibile, una coreografia continua di inaugurazioni, talk, opening, badge. Merito del cortocircuito fra l’Art Week guidata dal miart e la Design Week dominata da Salone del Mobile e Fuorisalone. In questo flusso perfetto — e perfettamente prevedibile — Paris Internationale Milano 2026 fa qualcosa di diverso: non si espande, si infiltra (dal 18 al 21 aprile).

Lo fa prendendo un edificio che non è pronto. Palazzo Galbani in via Fabio Filzi non è uno spazio espositivo, non ancora. È un cantiere. Strutture esposte, superfici irrisolte, un modernismo anni Cinquanta che non è stato lucidato per diventare instagrammabile. Di fronte, il Grattacielo Pirelli di Gio Ponti — icona verticale, definitiva, uno dei simboli più compiuti della Milano moderna. Qui invece, in questo edificio dei fratelli Soncini con Pier Luigi Nervi, tutto resta in sospeso. Un’architettura pensata per lavorare, non per essere fotografata.

È una scelta precisa. Paris Internationale nasce a Parigi nel 2015 come piattaforma indipendente e non profit fondata da un gruppo di galleristi con l’idea di mettere in discussione il formato tradizionale della fiera d’arte: meno stand, più progetti; meno accumulo, più visione curatoriale. Una fiera che prova a funzionare come una mostra collettiva, dove le gallerie presentano uno o due artisti in dialogo, costruendo narrazioni coerenti invece di sommatorie.

Portare questo modello a Milano — nel momento di massima saturazione — è quasi un gesto ironico. E anche molto lucido.

Paris Internationale Milano

Foto: Aurélien Mole

«Milano riunisce diverse qualità che risuonano profondamente con Paris Internationale: una forte cultura del collezionismo, una tradizione consolidata nell’arte contemporanea e una prossimità eccezionale tra arte, design, architettura e produzione. È una città in cui le idee circolano trasversalmente tra le discipline e in cui collezionisti — privati e istituzionali — sono attivamente coinvolti nella creazione contemporanea. Ma soprattutto, ci è sembrato il momento giusto», spiega Nerina Ciaccia, co-fondatrice di Paris Internationale / Galleria Ciaccia Levi, Parigi–Milano. Il “momento giusto” è una formula elegante per dire: Milano è pronta a essere usata in un altro modo.

Le 34 gallerie selezionate — Clima, Veda, Martina Simeti, Ordet, Francesca Minini — sono dislocate lungo quattro piani della struttura.

Gallerie emergenti e affermate sono volutamente mescolate, in contrasto con la suddivisione settoriale tipica delle fiere tradizionali. Ogni realtà non costruisce stand, ma micro-narrazioni. Leonora Carrington dialoga con il presente, Gaetano Pesce si intreccia con Giovanni De Francesco, Nick Mauss occupa lo spazio con un respiro quasi istituzionale. Non c’è spettacolo, o meglio: lo spettacolo è nella sottrazione.

Anche gli Special Projects funzionano così. Non come highlight, ma come deviazioni. Robert Mapplethorpe appare accanto a interventi contemporanei, Anna Franceschini e Ambra Castagnetti lavorano sul margine, sul dettaglio, sul tempo. Tutto sembra chiedere una cosa che a Milano è sempre più rara: attenzione.

Paris Internationale Milano

Foto: Margot Montigny

«I collezionisti» – continua Nerina Ciaccia – «sanno che la selezione è rigorosa e che le gallerie presentano progetti curati, spesso di natura quasi espositiva e museale, che riflettono una chiara posizione curatoriale. Questo approccio è particolarmente apprezzato dai collezionisti più consapevoli — coloro che attribuiscono valore al tempo, all’attenzione e a una relazione di lungo periodo con gli artisti. Paris Internationale è un luogo in cui le acquisizioni sono spesso l’inizio di rapporti duraturi, più che transazioni isolate».

E poi c’è lo spazio, che qui fa da interlocutore. L’allestimento di Christ & Gantenbein con NM3 evita qualsiasi gesto definitivo: pareti autoportanti, strutture reversibili, niente ancoraggi, solo presenze temporanee. Come a dire: siamo di passaggio.

Paris Internationale Milano

Foto: Margot Montigny

Intanto Park continua il suo lavoro di recupero, che non punta alla perfezione ma alla possibilità. Non c’è nostalgia, non c’è estetica del “prima e dopo”. C’è piuttosto una domanda: cosa può diventare questo spazio senza perdere la sua incompiutezza?

Perché se è vero, come dice ancora Ciaccia, che Milano è una città in cui arte, design e produzione si intrecciano fino a diventare indistinguibili, allora questa fiera non è un corpo estraneo. È un riflesso. Solo che, invece di amplificare il sistema, lo mette leggermente fuori asse. Non abbastanza da romperlo. Ma abbastanza da farlo vedere meglio.