‘Il caso 137’ e ‘La donna più ricca del mondo’: la recensione doppia | Rolling Stone Italia
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Due film francesi per capire la società che (non) siamo

‘Il caso 137’ e ‘La donna più ricca del mondo’. Storie diverse ma con molto in comune (a partire da due grandi attrici: Léa Drucker e Isabelle Huppert). Tra politica, lotta di classe, e tutto quello che oltralpe sanno fare meglio

Due film francesi per capire la società che (non) siamo

Léa Drucker in ‘Il caso 137’ e Isabelle Huppert in ‘La donna più ricca del mondo’

Foto: Fanny de Gouville/Teodora Film, Europictures

Arrivano nelle sale italiane lo stesso giorno – 16 aprile – due film francesi molto diversi ma con più di un punto di contatto. Erano entrambi a Cannes 2025 (uno in concorso, l’altro fuori), hanno per protagoniste due ottime attrici, sono ispirati a fatti di cronaca vera liberamente rimaneggiati a beneficio del genere e del registro.

Soprattutto, danno uno sguardo sulla e della società del nostro occidente viziato e indifferente, arrabbiato e vanesio, spesso pasciuto e sempre impreparato – o così pare – agli scossoni che destabilizzano l’ordine delle cose. (Per la verità, c’è già nelle nostre sale un altro bel film francese, e sta andando pure bene, che per raggiungere lo stesso scopo usa il passato: Lo straniero di Ozon, da Camus. Però è un’altra storia.)

Léa Drucker e Jonathan Turnbull in ‘Il caso 137’. Foto: Fanny de Gouville/Teodora Film

Il primo dei due film è Il caso 137 (distribuito da Teodora Film). Dominik Moll, che l’ha diretto (e scritto con Gilles Marchand), s’è imposto col suo noir si direbbe post-chabroliano a metà anni ’90/primi 2000. Intimité, Harry, un amico vero, Lemming (da noi Due volte lei). Titoli che hanno indicato un modo e un mondo. Da qualche anno ha preso una piega meno simbolica e più, diciamo così, realista. Prima Only the Animals – Storie di spiriti amanti (titolo italiano stupidissimo per l’originale Seules les bêtes), poi La notte del 12, cronache nere dalla montagna che indagano, principalmente, su un’umanità che non sa affrancarsi dalle vecchie logiche di una certa brutalità ordinaria, gretta, perlopiù maschile, nascosta sotto i tappeti di quelle casette linde e modeste. Un piccolo capolavoro passato un po’ sotto silenzio.

Usa la stessa lente Il caso 137. Siamo nella Parigi dei gilets jaunes. Un ragazzo manifestante, arrivato dalla provincia in città, resta ferito dopo le percosse della polizia. Stéphanie (Léa Drucker, premiata col César) lavora per la polizia della polizia, cioè l’organo preposto a valutare – ed eventualmente sanzionare – i crimini interni. Si mette a indagare, e noi seguiamo il dossier con lei. E anche un po’ i fatti suoi: il figlio adolescente, l’ex marito, un gattino randagio che diventa la sua compagnia. Interrogatori, prove, video girati col telefonino. Anche qui la violenza, un certo utilizzo della forza maschile, l’abuso di potere, una parentesi razziale: una cameriera nera è testimone del pestaggio, «ma perché dovrei aiutarvi? Ve ne state occupando con tanta attenzione solo perché di mezzo c’è un ragazzo bianco, con noi mica fate così». È cinema politico ma è anche cinema e basta. Ha il passo, come sempre in Moll, del giallo, sa appassionare anche se di mezzo ci sono tante inchieste, tante carte. Costringe a guardare là dove, nello scroll infinito tra una notizia di cronaca e l’altra, tutti ancora preferiamo guardare i video di gattini (non è una metafora: c’è davvero nel film). Lo sguardo finale di Léa Drucker è struggente.

Isabelle Huppert e Laurent Lafitte in ‘La donna più ricca del mondo’. Foto: Haut et Court

Il secondo film è La donna più ricca del mondo (esce da noi con Europictures). Thierry Klifa è un regista poco noto e distribuito da noi (un paio d’anni fa era arrivato l’invisibile I re della scena con Mathieu Kassovitz e Fanny Ardant). Quest’ultimo lavoro è una commedia spassosa, intelligente, congegnata a regola d’arte. L’ho visto in un cinemino di Parigi quando è uscito, l’autunno scorso. La sala era piena, rideva, trasaliva davanti a un piccolo film indie pensato per spettatori adulti. Era uscito da pochi giorni e stava già facendo un sacco di soldi. Mi veniva da piangere.

La storia è quella di Liliane Bettencourt (cfr. la docuserie Netflix L’affaire Bettencourt – Uno scandalo miliardario), ma per ragioni legali qui hanno cambiato i nomi. Marianne (sempre regale Isabelle Huppert), a capo del più grande colosso di cosmetici del mondo (nella realtà L’Oréal), s’incapriccia di Pierre-Alain (debordante Laurent Lafitte, anche lui César quest’anno), fotografo e soprattutto bon vivant più giovane di lei, evidentemente e flamboyantemente gay anche se gioca a fare il seduttore; più di tutto, l’unico capace di stanarla dalla sua gabbia altoborghese tra acquisti d’arte, vestiti non più da sciura, persone nuove e tempo per sé stessa che, scopre la madame, sono il vero lusso. Marito (André Marcon), figlia (Marina Foïs), persino il maggiordomo di casa (Raphaël Personnaz: menzione speciale, in un cast di tutti fuoriclasse) pensano che ci sia sotto un raggiro. Se avete visto su HBO Max Gina Lollobrigida – Diva contesa, che non è affatto male, sapete di che stiamo parlando. Al fondo c’è l’eterna lotta di classe, i soldi che regolano le relazioni, una società imbrigliata nei ruoli assegnati, lo sberleffo di chi prova a far saltare il banco – e di chi, (in)consapevolmente, sta al gioco.

Dovrei direi come sempre che in Italia non siamo più capaci di fare questo cinema. Il famoso “cinema medio”. Un cinema colto ma popolare, politico ma con la vocazione dell’intrattenimento. Un cinema fatto di grandi copioni e grandi star locali. Un cinema che non va per forza indietro, come spesso il nostro, ma guarda alla società attuale per cavarne qualcosa di buono o cattivo, in ogni caso “parlante” a noi seduti lì davanti. Non lo dico, ma avete capito.