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Jay Weinberg senza maschera

Da 50 persone nei bar a 50 mila negli stadi con Springsteen. E poi Madball, Against Me!, il licenziamento dagli Slipknot, gli strumenti in vendita. Il batterista racconta come sono andate le cose con la band di ‘Iowa’ e non solo

Jay Weinberg senza maschera

Jay Weinberg dal vivo coi Suicidal Tendencies

Foto: Jeremychanphotography/Getty Images

Jay Weinberg aveva 18 anni quando Bruce Springsteen gli ha offerto l’incredibile opportunità di sostituire il padre Max Weinberg alla batteria nella E Street Band per un tour europeo negli stadi. Lui fino a quel momento aveva suonato solo nei bar. Quei concerti hanno dato il via a una carriera che va avanti da 17 anni durante la quale Weinberg ha suonato nei Madball, negli Against Me! e negli Slipknot. Non è filato tutto liscio. Si è separato dai tre gruppi non sempre pacificamente. L’uscita dagli Slipknot è stata particolarmente difficile visto che ci ha suonato assieme una decina d’anni prima che gli altri prendessero la «decisione artistica», parole loro, di lasciarlo a casa nel 2023.

Negli ultimi due anni, Weinberg è stato in tour coi Suicidal Tendencies, ha registrato con i Fuming Mouth, ha lanciato i Portraits of an Apparition, ha cominciato a pubblicare musica solista. Ha anche collaborato con Reverb per vendere parte della sua attrezzatura, inclusi i kit di batteria che ha usato con la E Street Band e gli Slipknot. In questa intervista racconta per la prima volta tutta la storia.

Partiamo dagli strumenti. Perché hai deciso di liberarti di tutta quella roba?
Mi è sempre piaciuto tenere l’attrezzatura, gli strumenti che ho usato in questi 17 anni, ma visto che sto costruendo uno studio casalingo ho cominciato a fare una cernita delle cose che ho. Hai mai sentito parlare del metodo di Marie Kondo per liberarsi degli oggetti? Dice: «Se una cosa non ti dà gioia, liberatene». Mi ritrovo a guardare quegli strumenti con gli occhi di uno che sta per diventare genitore per la prima volta: cosa dovrei tenere nel mio spazio vitale e cosa invece avrebbe più senso rimettere in circolo nel mondo? Voglio che questi strumenti continuino ad avere una vita, solo non con me. È anche un’opportunità per fare del bene, visto che una parte dei proventi vanno a MusiCares, un’organizzazione che ammiro molto e che fa un lavoro straordinario per i musicisti in difficoltà.

Jay Weinberg - Bruce Springsteen & The E Street Band "Radio Nowhere" Live Drum Cam

Ripercorriamo alcuni momenti chiave della tua carriera? Quanto sei cresciuto artisticamente suonando con la E Street Band nel 2009?
È stata una curva di apprendimento verticale, suonavo la batteria da soli tre anni all’epoca. Il mio rapporto con la band passa attraverso mio padre e quelli che considero zii e zie della E Street Band, e ovviamente Bruce. È curioso perché ne parlavo con Steve [Van Zandt] l’anno scorso. Mi ha riferito di una conversazione che ha avuto con Bruce e di cui non sapevo nulla. Steve mi aveva visto suonare al bar di Handsome Dick Manitoba nel Lower East Side di New York con la mia band del liceo. Suonavo da un paio d’anni, ci ispiravamo a Mastodon e Slayer, musica folle e complicatissima per degli adolescenti. In quel periodo cercavano di risolvere il problema del batterista e quindi Steve ha detto a Bruce: «E se fosse il figlio di Max? L’ho visto suonare della roba pazzesca in un bar. Ci conosce e noi conosciamo lui. È cresciuto con noi. Fidati, la musica che ascolta farà sembrare le tue canzoni Mary Had a Little Lamb». Visto che si trattava del suo posto nella band hanno sentito che ne pensava mio padre e lui ha detto che poteva essere una grande idea. La cosa sarebbe restata in famiglia, come per Jake Clemons, che è nella band da dieci e passa anni. Fare le cose in famiglia è importante per loro e per Bruce. In quanto a me, non potevo deluderli e il fatto che stessero facendo un salto nel buio prendendo un musicista inesperto come me significava molto. Sapevo di avere tanto da dimostrare. Richiedeva esercizio, impegno e concentrazione. Faceva paura, ero un diciottenne che doveva affrontare tutta quella roba.

Anche perché Bruce in quel tour poteva decidere sul momento di suonare una canzone o raccogliere un cartello dal pubblico e chiedere una cosa che non avevi mai suonato in vita tua.
È successo un sacco di volte. Faceva parte dello spettacolo, ho imparato ad apprezzarlo. Anche senza parlare, Bruce mi ha guidato, mi ha fatto da coach. Per me era tutto nuovo. Non avevo mai suonato davanti a più di 50 persone. Il fatto che fosse con la famiglia, di sangue e quasi, mi ha permesso di affrontarlo. Quando l’esperienza è arrivata alla sua naturale conclusione, volevo portare quell’energia, quella concentrazione e quella determinazione nella mia musica.

Com’è stato suonare coi Madball?
A quel punto erano anni che suonavo heavy, punk-rock e hardcore, in band piccoline ovviamente. «Ci serve un batterista per un tour che parte fra due settimane, conosci mica qualcuno?», mi hanno chiesto. Non mi hanno domandato se fossi disponibile o interessato. Ho avuto la possibilità di suonare con una band hardcore leggendaria che rispetto di brutto. Ho fatto un tour su un bus per un mese, forse anche qualcosa di più, e c’erano tipo 31 persone su quel bus. Era folle, ma ero carichissimo.

Quando hai mollato, hai parlato di «eventi disturbanti all’interno del gruppo». Cos’era successo?
Avevamo appena fatto un album, ero entusiasta. Era la mia prima vera esperienza in studio, non vedevo l’ora di portare in giro le canzoni nuove, ma ho iniziato a capire che non era l’ambiente giusto per me, forse per differenze generazionali o altro. Ne ho parlato coi ragazzi: «Dopo queste cose penso sia meglio che troviate un batterista più in linea con voi». Fine della storia. Mi spiace per come si è sviluppata la situazione. Ma l’anno scorso, i Suicidal Tendencies hanno avuto la grande opportunità di suonare al Black N Blue Bowl, organizzato in gran parte da Freddy [Cricien] dei Madball e dai suoi collaboratori. Non vedevo Freddy da una quindicina d’anni. Ci siamo abbracciati ed è stato come dire: ehi, avevo 19 anni e stavo cercando di capire cosa volevo fare nella musica e semplicemente quella cosa non erano i Madball. A distanza di anni ci rendiamo conto che sono dettagli insignificanti rispetto al quadro generale.

Parlami del tuo periodo negli Against Me!.
Be’, è un nome che non sentivo da tanto tempo. Il mio caro amico Andrew Seward era stato negli Against Me! per molto tempo. Quando ho lasciato i Madball ho ripreso a studiare. È stato Andrew a contattarmi: «Ehi, ci serve qualcuno in fretta». Era un’opportunità incredibile che mi entusiasmava. Pensavo si trattasse solo di qualche concerto. Il primo giorno insieme abbiamo suonato una quarantina di pezzi in sala prove e a quel punto hanno deciso di portarmi in giro con loro più a lungo. Siamo stati in tour per nove mesi circa. Ho messo in pausa gli studi perché non volevo fare entrambe le cose a metà, dovevo dedicarmi completamente a una delle due. Volevo capire cosa significava essere un musicista in tour a tempo pieno, ma sapevo che prima o poi avrei chiuso il mio percorso di studi. Mia madre era un’insegnante di storia quand’ero piccolo, mi ha  trasmesso l’importanza dell’istruzione. Allo stesso tempo, ho visto che stava emergendo qualcosa di cupo e tossico. Ho deciso che era il momento giusto per rallentare e tornare a scuola.

Quando hai lasciato, Laura Jane Grace ti ha attaccato sui social in varie occasioni. Tu non hai mai risposto.
Voglio rimanerne fuori, pulito. Vale per il mio lavoro, in qualsiasi band, e questo vale anche per gli Against Me! e Laura. Non sentivo il suo nome da un’eternità. Che sta facendo adesso?

Fa musica come solista.
Ok. Io l’ho sempre pensata così: chiunque può dire quello che vuole, ma io conosco la verità e mi basta. Non ho bisogno di sguazzare nel fango per fare notizia. Non è mai stato il mio modo di gestire le cose. Voglio mantenere la mia professionalità. Se qualcuno vuole andare in un’altra direzione, è una sua scelta. Non è qualcosa che posso controllare.

In sostanza ha detto che sei un ragazzino viziato. Non deve essere stato facile incassare senza reagire.
(Ride) Certo. A dire il vero fa quasi sorridere pensarci… cioè, è successo tipo 14 anni fa. Se stai lì davanti al computer a twittare per 14 anni cercando di ridimensionare un tuo ex compagno di band, penso che la cosa dica molto più su di te che su di me.

Slipknot - live at Rock in Rio 2015 [Full Show]

Deve essere stata un’emozione incredibile entrare negli Slipknot.
Sì, avevo 23 anni. Ho fatto parte della band per dieci anni, quasi un terzo della mia vita, e la stragrande maggioranza della mia vita creativa.

Nei primi anni era un segreto persino il fatto che tu fossi nella band. Tenevano nascoste le loro identità.

Non potevo dirlo nemmeno agli amici cari del settore, nemmeno a quelli che costruiscono le mie batterie, non potevo dire perché mi servivano due enormi set con doppia cassa. «Dovete fidarvi di me, vedrete che ne varrà la pena». Ma lo capivo, ero un loro fan prima che arrivassero i telefonini con la fotocamera, prima in sostanza che ogni cosa finisse su Internet. C’era un’aura di mistero attorno alla band, non c’erano dettagli sui membri, non si sapeva che aspetto avevano, si conoscevano vagamente i nomi veri. Era un mistero affascinante e attirava un sacco di gente, me compreso. Riuscire a catturare quell’energia che viene dall’ignoto, soprattutto nell’era dei social media e degli smartphone, è stata un’impresa notevole. Siamo riusciti a farlo per un annetto.

È difficile suonare la batteria con una maschera?
Sì, è difficile. Detto questo, quando suoni quelle canzoni, a un certo punto diventa quasi strano farle senza maschera.

Ti sentivi un membro effettivo, un turnista, una via di mezzo?
Se sei il nuovo arrivato in una band che esiste da 15 anni e ha una sua identità e dinamica, sarai sempre l’ultimo arrivato. Ho fatto l’audizione per la band prima che il mondo sapesse che avrebbero smesso di suonare con Joey Jordison. Abbiamo suonato insieme per un giorno, provando le vecchie canzoni. Era il primo passo tipo: «Ok, sa suonare i pezzi vecchi, ora cosa può portare di nuovo?». Sei parte della band, sei un turnista, sono solo etichette. Quello che conta è il lavoro che fai, il processo creativo. So che devo contribuire alla creazione di una canzone o di un album che sia membro effettivo della band o meno. È sempre lo stesso lavoro. Il mio principale partner nella scrittura era Jim Root, il chitarrista. Lui proponeva riff di chitarra e io portavo il mio contributo, il mio entusiasmo, il mio impegno e la mia energia per dare forma al brano. Ecco cosa contava davvero. Tutto il resto svanisce quando fai la cosa fondamentale: creare in studio e suonare dal vivo. Man mano che il nostro rapporto si rafforzava, anche le mie responsabilità e il mio contributo aumentavano.

Ti hanno mandato via nel 2023. Cos’è successo?
Per tornare un attimo indietro, dal 2018 ho iniziato ad avvertire un certo dolore all’anca sinistra mentre facevo attività fisica. Ho avvisato il management: «Ho questo problema all’anca, non so cosa sia, ma lo terrò sotto controllo». Non mi impediva di suonare, ma era lì e ne ero consapevole. All’inizio del 2020, quando non eravamo in tour e c’era il lockdown per il Covid, ho fatto una risonanza magnetica e ho scoperto di avere quello che si chiama conflitto femoro-acetabolare. Significa in pratica che mi ero lesionato il labbro dell’anca correndo e facendo kickboxing. Non potevo correre per più di cinque minuti perché poi non sarei riuscito a camminare per giorni. Così ho riferito le parole del medico ai miei compagni di band e al management. All’epoca avevo 30 anni. «Falla adesso che sei giovane», mi ha detto il dottore a proposito dell’operazione, «potrai recuperare completamente, bastano cinque o sei mesi».

Visto che non stavano facendo nulla, ho spiegato alla band che mi sarebbero serviti sei mesi per rimettermi in sesto. Mi è stato chiesto di non fare quell’intervento perché dovevamo registrare un disco, andare in tour, non potevo rallentarli. Ero stato abituato a sentire la pressione costante tipo: «Sei licenziabile, sei sostituibile in ogni momento». In quel clima, non è facile prendere decisioni basate sulla salute, perché non vuoi creare problemi e non vuoi essere sostituito. Passano un paio d’anni e fortunatamente andando in tour il dolore non peggiora, ma di certo non migliora. A settembre 2023 ho visto che avevamo concerti fino a novembre e poi il successivo era ad aprile dell’anno dopo. Ho pensato di operarmi a novembre 2023, subito dopo l’ultimo concerto, e ho detto alla band: «C’è una finestra di tempo, posso recuperare prima del prossimo show. Se vogliamo lavorare in quel periodo, ho collaborato con una società chiamata MixWave per creare uno strumento virtuale coi miei suoni di batteria. Se sono con le stampelle e non posso suonare, posso comunque programmare e contribuire dal punto di vista creativo». Avevo previsto ogni possibilità e ho avuto l’ok: «Vai tranquillo, fai l’intervento». La mattina dopo essere tornato a casa dall’ultimo concerto insieme, ho ricevuto una telefonata dal manager della band che mi ha informato che avevano deciso di non rinnovare il mio contratto alla fine dell’anno. Ero scioccato, avevo un sacco di domande. Perché? Cos’è successo?

È successo, a dirla tutta, alla fine di un anno molto difficile all’interno della band. Forse legato a tensioni esistenti prima del mio arrivo. Fatto sta che non mi hanno dato alcuna spiegazione, solo «è una decisione artistica, non sei più il batterista degli Slipknot». Poi mi ha detto che volevano pubblicare un comunicato congiunto il giorno dopo: «Prenditi la giornata per pensarci, sono disponibile se vuoi parlarne». Mi è crollato il mondo addosso. Questa cosa a cui avevo dedicato tutto quanto – concentrazione, impegno, amore, inseguendo un sogno nonostante le difficoltà e l’ambiente instabile e negativo – si è trasformata improvvisamente in un mucchio di domande senza risposta. Sono uscito a fare una passeggiata con mia moglie per schiarirmi le idee. Venti minuti dopo hanno pubblicato un loro comunicato online.

Come ti sei sentito?
Come si sentirebbe chiunque. Riassume perfettamente la confusione che c’era. E, come dicevo, arrivava dopo un anno estremamente teso per la band, dinamiche di relazioni che duravano da 25 anni e che io potevo osservare solo da fuori. È successo senza spiegazioni. La situazione era confusa allora, e a dirla tutta, anche oggi. Come ultimo arrivato, ti ritrovi in mezzo a tensioni preesistenti e cerchi di muoverti come puoi. Uno vuole le cose in un modo, un altro in un altro, moltiplicalo per otto persone… e tu devi cercare di soddisfare tutti. Questo è stato il mio unico scopo per dieci anni. Mi ci sono dedicato completamente. Come hai detto tu, dopo dieci anni come fai a dire se sei dentro o fuori dalla band? Non è un breve lasso di tempo. Ma è facile per uno come me finire vittima del fuoco incrociato. Forse sono diventato un capro espiatorio. Negli ultimi due anni ho cercato di elaborare l’esperienza e imparare. Voglio vivere nuove esperienze, fare collaborazioni, suonare con più gente possibile, costruire nuovi rapporti. Sto entrando in ambienti creativi, in studio o dal vivo, dove c’è amore e rispetto reciproco in modi che non avevo mai sperimentato prima.

C’è una band che forse conosci, i King Gizzard & the Lizard Wizard. Negli ultimi tempi sono diventato loro amico. Il loro batterista Cavs è venuto a vedermi suonare con gli Infectious Grooves. Mi hanno fatto capire cosa significa lavorare in un ambiente creativo positivo, basato sul rispetto reciproco. È come trovare acqua nel deserto. Tutte le nuove relazioni che ho costruito negli ultimi due anni sono così, e anche i Suicidal Tendencies rientrano in questa categoria.

Bello sentirlo.
Ovviamente l’uscita dagli Slipknot è stata dura. Ha messo il punto finale a una fase lunga, un terzo della mia vita. Ma non è mai stato nella mia natura… come dicevi tu, come fai a restare in silenzio quando qualcuno ti attacca online? Non ho mai voluto essere uno che si piange addosso. Non credo sia questo il senso della vita di un creativo.

Jay Weinberg - Drone Operator (feat. NOWHERE2RUN) [Official Music Video]

Dimmi delle canzoni che hai messo online, Drone Operator e Sandstone.
Dopo essere stato escluso da un progetto a cui mi ero dedicato per dieci anni avevo un sacco di energia da incanalare. Quando sei in tour incontri gente, ti dici «dobbiamo mettere su una band, amico, dobbiamo fare un progetto parallelo», cose del genere. Nella maggior parte dei casi non succede, ma non essendo io un cantante ho chiesto a George Clarke dei Deafheaven di cantare sulla mia prima canzone, la primissima che ho pubblicato a mio nome. Esito a chiamarlo progetto solista perché non lo è. Preferisco considerarlo un progetto comunitario collaborativo, non ho intenzione di mettere in piedi una Jay Weinberg Solo Band. Comunque, George ha azzeccato il pezzo in una sola take e la cosa mi ha acceso creativamente, ci avevo lavorato da solo suonando chitarra, batteria e basso, e lui l’ha portata al traguardo. Così mi sono chiesto: ci sono altre persone nel mio giro con cui voglio fare qualcosa di simile? Questo mi ha portato a lavorare con i Nowhere to Run, dove ci sono musicisti dei Code Orange con cui ho suonato in tour. Abbiamo fatto un pezzo che abbiamo appena pubblicato. Mi ha permesso di fare un reset mentale. Dovrebbe diventare un album che vorrei pubblicare verso ottobre.

Passando ad altro: hai seguito il cosiddetto Drummergeddon dell’anno scorso, quando un numero assurdo di band famose ha perso o cambiato batterista?
Drummergeddon? È la prima volta che sento questa parola… Non ho riflessioni particolari da fare. Le band sono entità complesse, quindi il fatto che succeda… non so. Non faccio parte di quelle dinamiche, a meno che non faccia parte anch’io del Drummergeddon. Forse ci sono troppo dentro per accorgermene.

Hai visto la prima esibizione dei Rush con la nuova batterista Anika Nilles?
Non l’ho ancora vista, ma lei è fortissima. Devo assolutamente recuperarla. Complimenti ad Alex e Geddy per aver scelto una musicista di gran talento, sono curioso di vedere cosa accadrà. Hanno trovato un modo bellissimo per ricordare il loro amico e compagno di band Neil Peart, trattando la sua eredità con rispetto, amore e onore. E credo che Anika abbia e continuerà ad avere un approccio altrettanto rispettoso e sensibile.

Nella E Street sei in panchina, tra le riserve? Se tuo padre non potesse suonare per qualche motivo – metti che si faccia male a una spalla o altro –pensi che verresti chiamato al volo?
È divertente che tu la metta così. Adoro questa definizione, la panchina delle riserve della E Street. C’è gente come Tom Morello pronta a entrare in campo: «Fammi entrare, coach, andiamo in tour». Mi piace un sacco. Mi vengono i brividi solo a pensarci. Sì, guarda, quando il Boss dice salta, tu chiedi: quanto in alto? È così.

Pensi che potresti catapultarti lì e suonare uno show senza prove, se servisse?
È una richiesta bella impegnativa. Rispondo così: so nel profondo del mio cuore che esiste un rapporto tra Bruce e mio padre che non può essere replicato da nessuno al mondo. Non importa chi tu sia, è impossibile. Lo fanno da 52 anni. È pazzesco. Ero al primo show a Minneapolis l’altra sera… che serata incredibile, che scaletta straordinaria. Rappresenta molto ciò che amo della band. Amo The Ghost of Tom Joad. Amo American Skin. Amo l’inizio con War. Da fan e da batterista senti l’eccitazione. Posso dirti questo: farei del mio meglio. Se mai dovesse succedere… spero non ci sia mai un motivo per cui mio padre non possa suonare. Ma per qualcuno che ama così tanto quella band e la studia… per me significherebbe moltissimo. Darei tutto quello che ho.

Guardo spesso tuo padre alla fine dei concerti e penso: ma come fa a essere ancora in piedi dopo aver suonato così tutta la sera? È incredibile considerando che ha 75 anni.
Io e mio padre non parliamo di batteria. Non ci diamo consigli tecnici. Il nostro rapporto con la musica non è di quel tipo. Parliamo di disciplina, etica del lavoro, concentrazione. E quella concentrazione gli spettatori la vedono. È una cosa che mi ha sempre ispirato tantissimo. Ma sì, vederli a 75 anni fare quelle cose, suonare per tre ore… è disumano. Stanno entrando in un territorio inesplorato.

Penso a quando mio nonno aveva 75 anni. L’idea che lui e i suoi amici salissero su un palco a suonare Badlands sarebbe stata assurda.
È folle. Ho un rispetto enorme per questo. Ne sono ammirato. Non voglio sembrare morboso o che, ma voglio vedere quanti più concerti di questo tour, perché voglio assorbire ogni goccia di ispirazione e passare più tempo possibile con la mia famiglia, mio padre, la E Street Band. Voglio vivere tutto questo al massimo. Anche solo a livello superficiale, godermi i concerti, ma anche a un livello più profondo, perché è tutto intrecciato nel mio DNA. Questo tour è stato molto improvvisato. Si è concretizzato all’ultimo momento. Eravamo stati al loro ultimo concerto del tour l’anno scorso in Italia. Non sapevo quando sarebbe stato il successivo, la vita può diventare complicata. Andrò a qualche concerto quando i miei impegni me lo permetteranno. Io e mia moglie vogliamo vivercelo. Nostra figlia nascerà poco dopo la fine del tour. Quindi spero che ci saranno altri concerti in futuro, così potrà vedere suo nonno fare tutto questo.

Non vedo perché non dovrebbe succedere.
Nessuno lo ferma. È una gioia poter condividere questa esperienza, osservarla da fan e poi andare al bar dell’hotel con mio padre, sederci e parlare di quanto è stata bella la serata. Cerco di assorbire ogni aspetto di questa dinamica perché, avendo intrapreso anch’io un percorso nel rock, con tutte le sue turbolenze, abbiamo molte più cose in comune di quanto avremmo mai immaginato. Andiamo dritti al punto, senza filtri. Non c’è modo di addolcire la realtà di questa vita creativa, i problemi di sono. La domanda fondamentale è: quanto significa per te tutto questo?

Jay Weinberg - Sandstone (feat. George Clarke) [Official Music Video]

Da Rolling Stone US.