«Nel 2006 so’ diventato padre della Tv italiana». Ma pure – aggiungiamo noi – nume tutelare de I Cesaroni. Se l’operazione “back to Garbatella” ha minimamente senso (e ce l’ha, a giudicare dallo stuolo di fan che venerdì ha assaltato la presentazione stampa a Roma), è solo perché a fare da garante c’è lui: Claudio Amendola, Cesarone de’ core e di fatto. Con lui tutto è iniziato nel 2006 e, vent’anni dopo, tutto ricomincia. Il nostro si è messo dietro la macchina da presa, ha richiamato chi doveva richiamare, ha rimpiazzato chi doveva rimpiazzare (senza mandarle a dire ai colleghi…) e ha traghettato la mitica bottiglieria di Roma Sud verso un nuovo immaginario televisivo. Da lunedì 13 aprile si va in scena, pardon, in onda su Canale 5, e la speranza è di uno share con un bel due davanti.
Pura operazione nostalgia. Eppure non ti facevo un nostalgico. Ti sei intenerito con gli anni?
Un po’ sì. Però, sia chiaro: non è “Oddio non sapemo che fa’… va’, dài, rifamo I Cesaroni”. È che proprio avevamo voglia di ri-raccontarli di nuovo: io, in particolare, desideravo rimettermi addosso quella parannanza di Giulio Cesaroni, perché in lui la gente normale si riconosce e ci sono tantissime cose da raccontare di questo Paese e dell’umanità.
Quindi non l’hai fatto solo per soldi, come a suo tempo dicesti a Belve?
Non qui. In passato ho fatto tante cose per denaro, a’ voglia, e non me ne vergogno perché recitare è pur sempre il mio lavoro. Ma I Cesaroni – Il ritorno no: lo considero il progetto più importante della mia carriera.
Si dice sempre così.
No, non è vero. Tante volte mi sono detto: “Boh, mica lo so perché ho fatto questo progetto… ah, sì, per i soldi” (ride)
Ci si rifugia nel passato quando il presente non è all’altezza della memoria. Hai un po’ nostalgia della vita di vent’anni fa?
Un po’? Solo un po’? Hai notato che quando in Tv appaiono i politici della Prima Repubblica sembrano Churchill? E non qualcuno di loro: tutti quanti. Pure nel nostro quotidiano le differenze sono palesi. Per esempio, quando andavo a scuola, se prendevo una nota mia mamma mi dava un calcio nel sedere che mi faceva fare 15 metri in strisciata, oggi i genitori vanno a lamentarsi con i prof. Stiamo parlando di due mondi completamente diversi.
In sei stagioni, I Cesaroni ci aveva dimostrato che in fondo la felicità è una cosa semplice: basta volersi bene e un modo per risolvere i problemi si trova. Il famoso “ce la faremo” di Giulio è ancora credibile?
Non solo è un messaggio attuale, ma pure rivoluzionario. Se c’è una cosa che ho capito della vita, è che l’unico errore da non fare è quello di portare la croce: basta mettersi sempre addosso dei dubbi, delle mire, volersi continuamente migliorare. Io vado benissimo così come sono, oh!
Quindi tu ce la fai a non crocifiggerti?
Sì, e mi riesce proprio bene bene. Voglio dire, so’ fortunato: ho tutto quel cavolo che voglio… ma perché me devo lamenta’? Che poi non sono nemmeno i beni materiali a fare la differenza. Le persone più capaci di godersi i momenti belli della loro quotidianità sono proprio quelle che hanno di meno.
Comunque posso dirti una cosa? Da oggi c’è uno più Cesarone di te: Ricky Memphis.
Lui è geniale. Quando Ricky ha accettato di interpretare il ruolo del mio consuocero nei nuovi Cesaroni, ho tirato un sospiro di sollievo e ho pensato: “Bene, c’ho il culo parato”. Memphis ha dei tempi comici degni dei più grandi nomi del nostro cinema e per me è come un fratello. Avere accanto lui e Lucia Ocone è stato fondamentale, anche per affrontare la perdita di Antonello Fassari. Avevamo appena fatto le letture insieme e poi, purtroppo, Antonello è morto. Abbiamo dovuto riscrivere tutto e noi tre ci siamo spartiti le sue battute. Però volevo che Fassari ci fosse nella serie e, come vedrete, abbiamo trovato un modo per inserirlo. Glielo dovevo: I Cesaroni sono anche suoi.

Claudio Amendola con Ricky Memphis. Foto: Mediaset
Alcuni colleghi invece sono usciti volontariamente di scena, non senza polemiche: dopo il dissing estivo consumatosi a interviste incrociate, si è chiarito con Max Tortora, Alessandra Mastronardi ed Elena Sofia Ricci?
C’è poco da chiarire: sono polemiche incavalcabili. Se vi va di fare I Cesaroni, bene: la porta aperta. Ma se devo stare un anno e mezzo a mandarti messaggi, a un certo punto ti dico: “Ao’, fa’ come te pare”.
È vero che Max Tortora ci sarà in un’eventuale ottava stagione?
Non c’è nulla di concordato. Io ho fatto di tutto per averlo in questa stagione, l’ho corteggiato per un anno e mezzo e lui ha detto di no. Punto. Che devo fa’? Lo rifaccio?
Tra i nuovi protagonisti dei Cesaroni c’è anche la crisi economica. Tra guerre, aerei a terra e caro bollette, la realtà rischia di superare la finzione?
Sono preoccupato perché ho quattro locali di ristorazione e il lavoro è già calato. I Paesi più a rischio sono quelli con il debito più alto e che non sono autosufficienti: l’Italia c’è dentro mani e piedi. Non credo però che si arrivi a soluzioni drastiche per il semplice fatto che tutti i soldi dei ricchi stanno in quella parte del mondo, in Arabia e Medio Oriente. L’unica variabile impazzita è il presidente Donald Trump: siamo nelle mani di un pazzo. Ti sembra normale che uno vuole prendersi la Groenlandia, o che metta la sua firma sui dollari, e che poi pretende pure il Nobel dopo aver scatenato settemila guerre?
Il governo dovrebbe prendere le distanze dagli USA?
Perché mai? Quella è la destra. Il nostro governo non è così distante da quell’area di pensiero. Se finora Giorgia Meloni non ha preso posizioni drastiche e nette è perché condivide. Ma ci sta. La destra è la destra. Da un campo di patate non possono uscire papaveri. Non mi sorprende e trovo abbastanza inutile stare lì ad aspettare una presa di distanza che non arriverà mai.
La sinistra dovrebbe quindi fare altro anziché invocare un cambiamento?
So’ 25 anni che la sinistra dovrebbe fare altro.
Ma lei, Gladiatore della Garbatella, non ha mai accarezzato l’idea di scendere nell’arena politica?
Non ci penso mica. C’ho la terza media, mica ho le capacità…
Ha detto: “Faccio il regista di fiction perché non ne potevo più dei registi di fiction”. Cosa le hanno fatto?
Spesso patiscono una piccola frustrazione rispetto ai colleghi che fanno cinema, quindi sul set vogliono dimostrare che sono dei grandissimi tecnici. Morale: si perdono ore di preparazione a fare inquadrature spettacolari, che poi – indovina un po’? – non vengono manco montate. Mi sono scocciato di fare due ore di straordinario o 15 volte lo stesso ciak quando oggi con la tecnologia puoi recuperare i dialoghi da dove ti pare. Basta. Sui Cesaroni – Il ritorno ho fatto tesoro della lezione di chi mi ha preceduto e poi ho tirato dritto, anche perché è un progetto dove non c’è da andare a dimostrare che sei un bravo regista: la cifra vincente è la leggerezza e la semplicità. L’aspetto da curare è invece il rapporto con gli attori.
Nel 2023 definiva il cinema una Ztl: un salottino fatto di rapporti e agenzie. È ancora così?
Ora è diventato un tridente: un’area più piccola della Ztl, ancora più selettiva. Non ho mai coltivato i rapporti del lavoro: solo le amicizie, se nascevano, altrimenti niente. Non sono mai andato nemmeno alle cene che precedono i lanci dei film: mi annoiano, ci si parla solo addosso. Facevo eccezione solo per Carlo Vanzina perché gli volevo un bene dell’anima ed è stato il regista che mi ha forse scoperto di più. Forse avrei potuto muovermi meglio, fare pr, ma sai che c’è? Il cinema – quindi il lavoro – è sempre venuto un passetto dopo Claudio. Al primo posto, anche se solo di un millimetro, ho sempre messo la vita vera. Ricordo quando ho fatto la miniserie Nostromo: un progetto Tv grosso, co-prodotto con l’Inghilterra. Dovevo andare alla prima a Londra, dove ci sarebbe stato tutto lo stato maggiore della BBC e della Rai. Sai una cosa? Non ho preso l’aereo e me ne sono andato a Madrid, perché lì c’era Francesca [Neri] ed eravamo fidanzati da un mese. Capito come? L’istinto mi spinge a fare quello che mi sta più a cuore.










