Sam Levinson non ha mai lasciato che la sua ambizione fosse un ostacolo. A un mese dalla première del 12 aprile di Euphoria, il creatore, sceneggiatore e produttore esecutivo della serie si trova al Warner Bros. lot di Burbank, in California, rimbalzando tra diverse sale di montaggio e sale proiezione, dando feedback su tutto, dalla color correction al sound design.
Rimane colpito dal formato panoramico della serie, che consente scene più ampie e ricche di dettagli, e dalla colonna sonora della stagione, firmata dal compositore premio Oscar Hans Zimmer, con i suoi crescendo cinematografici.
«Molte persone iniziano con grandi ambizioni, ma il processo può facilmente logorarti», dice Levinson dopo un breve giro in golf cart per vedere un montaggio del quarto episodio con la musica inserita. «Come squadra, che si tratti del montaggio o della fotografia, non ci fermiamo finché non otteniamo la versione migliore possibile. Il pubblico lo percepisce. Sa se stai davvero cercando di fare del tuo meglio».
Eppure la strada verso la terza stagione è stata lunga e faticosa. Mettendo da parte le controversie legate al suo progetto più recente, The Idol (che ha perso il suo regista a metà delle riprese, innescando un ripensamento, una riscrittura e costosi reshoot), i quattro anni trascorsi dall’ultima messa in onda di Euphoria hanno portato con sé sfide sia personali che professionali. Per Levinson, figlio del noto regista Barry Levinson (A cena con gli amici, Rain Man – L’uomo della pioggia), i riflettori sono stati duri e implacabili. E sebbene alcuni degli interpreti del cast di Euphoria (Zendaya, Jacob Elordi, Sydney Sweeney) abbiano visto le loro carriere di attori arrivare a nuove vette, altri semplicemente non ce l’hanno fatta. Nel luglio 2023, Angus Cloud, che interpretava lo spacciatore gentile Fezco, è morto per un’overdose accidentale (le analisi tossicologiche hanno rivelato la presenza nel suo organismo di metanfetamina, cocaina, fentanyl e benzodiazepine). E, dopo le riprese, Eric Dane, che ha incarnato in modo magistrale il tormentato padre Cal Jacobs, se n’è andato in seguito agli effetti della SLA nel febbraio di quest’anno.

Angus Cloud ed Eric Dane in ‘Euphoria’. Foto: Eddy Chen/HBO
Dal lutto però è arrivato carburante creativo per Levinson, che condivide i compiti di produttore esecutivo con la moglie Ashley. La coppia era molto vicina a Cloud, lo avevano visto per l’ultima volta mentre gli presentavano il figlio appena nato. «Il dolore per Angus ha profondamente influenzato la stagione», dice Levinson, trattenendo le lacrime. «Gli volevo molto bene. E ho lottato tanto per lui. Ho avuto a che fare con la dipendenza, la conosco bene. Sei sempre in qualche modo preparato, ma perdere Angus mi ha davvero sconvolto e fatto arrabbiare per molte ragioni».
Queste emozioni arrivano sullo schermo nella trama della terza stagione, con il fentanyl in un ruolo centrale. «È la principale causa di morte per le persone under 45», dice Levinson, che si è disintossicato a 19 anni dopo aver lottato con droghe e alcol. «È da lì che ho iniziato questa stagione: indagando il fentanyl, come arriva in questo Paese, perché abbiamo questo problema proprio qui».
La stagione si apre al confine con il Messico. Sono passati cinque anni dalla fine del liceo, e Rue (Zendaya) sta ancora saldando il suo debito con Laurie (Martha Kelly) lavorando come corriere della droga. Mentre dall’impianto audio della sua Jeep risuona Ride Like the Wind di Christopher Cross, sfreccia nel deserto cantando come se lo sentisse davvero. «È una delle migliori canzoni di tutti i tempi», dice Levinson del brano del 1980. «La ascoltavo in loop. Amavo il testo e ho pensato: è quello che voglio che questa stagione faccia sentire. È un buon modo per annunciare che siamo tornati».
Gran parte dell’azione vede il gruppo circondato da dune di sabbia e alberi di yucca. Il muro di confine, ricostruito per la serie in un tratto di circa cinque metri, incombe in modo prepotente, sia metaforicamente che fisicamente, mentre la variopinta compagnia di Euphoria (che include la sboccata Faye, interpretata da Chloe Cherry, la sobria signora della droga Laurie e il minaccioso nuovo arrivato Alamo, interpretato da Adewale Akinnuoye-Agbaje) naviga tra questioni da adulti e guerre di territorio.
Ma non è tutto oscurità e criminalità. Jules (Hunter Schafer), ora artista affermata con uno sugar daddy di riferimento, rimane una presenza che ruba la scena. Nei primi tre episodi la sua storia sembra marginale, ma la sua aura scintillante si impadronisce di ogni fotogramma in cui appare. E a differenza delle stagioni precedenti, che accennavano appena a Los Angeles, la serie abbraccia pienamente il glamour hollywoodiano, con tanto di scena ambientata al Peninsula Beverly Hills, storico punto di riferimento del settore, dove Maddy (Alexa Demie) e Cassie (Sydney Sweeney) vanno per vedere e, soprattutto, essere viste.
Dane appare in diversi episodi (ridimensionato nel ruolo di padre di Nate e ora registrato come sex offender) pacato, ironico e introspettivo. Ha girato le sue scene da seduto. «Eric mi ha chiamato prima che iniziassimo le riprese, mi ha detto della diagnosi di SLA e abbiamo parlato a lungo», ricorda Levinson. «Gli ho detto: “In qualsiasi condizione ti presenti, lo faremo funzionare”. Aveva una grazia straordinaria. Era una persona bellissima, intelligente e piena d’anima… e capace di trovare in Cal sia i toni dell’umorismo che quelli della tragedia. L’ho amato profondamente. Per fortuna ho avuto modo di salutarlo».
E Fezco rimane un personaggio, in prigione per essersi preso la colpa nella sparatoria alla Pulp Fiction che ha chiuso la seconda stagione, anche se lo immaginiamo solo lì, dall’altra parte di una telefonata con Rue. «Tenere Angus vivo nella storia», dice Levinson con cautela, «era una cosa del tipo: visto che non riuscivo a controllarlo nella vita, almeno posso controllarlo nel lavoro».

Rosalía nella terza stagione di ‘Euphoria’. Foto: Eddy Chen/HBO
Parecchio è stato scritto sulla produzione durante la seconda stagione di Euphoria, con notizie relative a orari di lavoro estenuanti, cambiamenti di sceneggiatura dell’ultimo minuto e almeno un infortunio sul set che hanno contribuito a innescare una valanga di attenzioni mediatiche e sui social. (HBO sostiene che «il benessere del cast e della troupe nelle nostre produzioni è sempre una priorità assoluta» e che la serie era «in piena conformità con tutte le linee guida di sicurezza e i protocolli di categoria».) A complicare le cose c’è stato un cambiamento nella proprietà aziendale, poiché la rete è stata assorbita prima da AT&T, poi da Discovery, per un momento da Netflix e ora da Paramount (in attesa dell’approvazione governativa). A ogni mega-fusione, Euphoria è stata considerata una intellectual property di punta per HBO, da non toccare.
Levinson non dà molto peso ai titoli dei giornali. Riconoscendo l’impatto del Covid durante le riprese della seconda stagione e il cambiamento della data di messa in onda dal 2020 al gennaio 2022, spiega che il suo «processo produttivo è sempre rimasto abbastanza calibrato». Lavorare con gli stessi assistenti alla regia da dieci anni ha aiutato, aggiunge. Ma si può intuire che ci fosse del dramma dietro le quinte mentre Levinson e il cast facevano i conti con i problemi di dipendenza di Cloud. Prima dell’inizio delle riprese, Levinson dichiara di aver chiesto al giovane attore un incontro negli uffici della produzione. Levinson afferma di aver trovato un Cloud «molto dimagrito». «Aveva le pupille a spillo, e gli ho detto: “Angus, ho la sensazione che tu ti stia facendo parecchio di oppiacei”. Ci sono voluti alcuni minuti prima che lo ammettesse, e gli ho detto: “Guarda, voglio fare questa stagione con te. Ti voglio bene come persona. Posso far sì che HBO paghi per un posto che ti aiuti a disintossicarti, perché meriti di avere una vita splendida”».
In effetti, dice Levinson, lui e la rete hanno predisposto un periodo in rehab, che ha tenuto Cloud fuori dalle riprese per «qualche mese». È stato uno dei motivi dei ritardi nella produzione. «Abbiamo dovuto modificare la schedule intorno a questo», dice Levinson. «Angus ha lasciato la clinica, e per un periodo stava bene. E poi durante le riprese ha avuto una ricaduta». È seguito un secondo intervento e un nuovo soggiorno per disintossicarsi. «Ricordo di aver chiamato mia moglie dicendole: “Tieni la macchina pronta, perché penso di avere una chance di riportarlo in una struttura”», racconta Levinson. «E abbiamo dovuto cambiare di nuovo il programma. Ma HBO è stata molto comprensiva e siamo riusciti a farlo. Volevo davvero proteggerlo in quello che stava attraversando. Eppure non riuscivo a spiegare alla troupe o al cast perché il set 11 era lì fermo per un mese quando avremmo dovuto smontarlo».
Cloud soffriva di emicranie dovute a un precedente infortunio, che Levinson suggerisce fosse in parte responsabile (e forse una comoda scusa) per la sua dipendenza dagli antidolorifici. «Sentiva dolore, quindi era sempre un equilibrio difficile: come gestire le emicranie senza ricorrere agli oppiacei? E poi ricadeva nel ciclo». Dopo la fine della stagione, Levinson dice di aver «avuto la sensazione che Angus non stesse bene», sospetti che si sono rivelati fondati. «Ho fatto di tutto per convincerlo a disintossicarsi di nuovo. Gli dicevo: “Ok, Fez è in prigione, quindi deve avere un fisico da galeotto. Deve allenarsi, quindi devi essere in palestra ogni giorno!”. Era un’anima bella e amavo lavorare con lui».
Con la maturazione di Euphoria, la serie è diventata più – osiamo dirlo – lineare. Questo vale in particolare per la terza stagione, che intreccia le trame di personaggi secondari in archi narrativi autonomi all’interno di una storia più grande, come Lexi (Maude Apatow), il cui look hipster ispirato a Diane Keaton si abbina perfettamente al complesso di appartamenti alla Melrose Place «che è la quintessenza di West Hollywood», dice Levinson, citando una delle sue «serie preferite di tutti i tempi».
È anche più comica, Cassie in particolare brilla nei panni di una futura sposa isterica i cui sogni del giorno del matrimonio vengono infranti tra sangue e lacrime. «È esilarante», dice Levinson. «È un personaggio molto astuto, interessante, ambizioso. Non è mai soddisfatta ed è perennemente alla ricerca di qualcosa di più». Aggiunge che «è un piacere lavorare con Sweeney. Può letteralmente fare qualsiasi cosa… A volte le lascio una ripresa in cui può sbizzarrirsi: “Qualunque cosa tu voglia fare, assicurati solo che sia folle”. E allora viene fuori tutta un’altra performance».
Quando ha iniziato a mettere insieme questa stagione, Levinson dice di aver «voluto intenzionalmente fare qualcosa di diverso» in termini di struttura. Nelle prime due stagioni stava cercando qualcosa di «più musicale e propulsivo». Questa volta ha pensato: «E se provassi a lavorare come su una vera e propria serie televisiva, con più dialogo, dove puoi vivere un po’ di più con i personaggi, e non è tutto così frenetico e veloce?». Con questo approccio, dice, «l’umorismo ha iniziato a farsi strada».
Il processo creativo di Levinson è ispirato anche da quello che ascolta. Nelle prime due stagioni, in Euphoria c’erano più di 300 inserimenti musicali, la musica era essenziale alla narrazione quanto le sue visioni psichedeliche e scintillanti. Era intenzionale fin dall’inizio, con Levinson e il suo team di supervisione musicale che intrecciavano una serie di generi (hip-hop, gospel, pop anni Ottanta, opera) e costose licenze da parte di artisti come Beyoncé, Drake e Judy Garland. Anche la vibe tranquilla dello yacht rock è stata un punto di riferimento, nonostante il caos che si svolgeva sullo schermo: Right Down the Line di Gerry Rafferty, Dirty Work degli Steely Dan e What a Fool Believes dei Doobie Brothers sono al centro di momenti chiave, e Levinson non si scusa per il contrasto. «Se amo davvero una canzone, voglio lasciarla suonare, e plasmare la scena intorno», dice.
Anche Labrinth ha contribuito a plasmare l’identità musicale di Euphoria come compositore principale nella prima e seconda stagione. Ma a questo giro il suo nome non comparirà più nei titoli di coda. Levinson è ermetico sulla rottura, di cui Labrinth ha scritto pubblicamente il 12 marzo, postando sui social: «Ho chiuso con questo settore. Fanculo alla Columbia. Doppio fanculo a Euphoria. Me ne vado. Grazie e buonanotte». Alla domanda su cosa sia successo, Levinson dice a Rolling Stone: «Non lo so. È un collaboratore straordinario, ha davvero costruito le fondamenta del suono di Euphoria». (Un rappresentante di Labrinth, che rimane nel roster della Columbia Records, ha preferito non commentare.)

Hans Zimmer. Foto: Pedro Becerra/Redferns
Levinson è invece inequivocabile sul perché Zimmer fosse la scelta giusta per subentrare come compositore, attribuendo alle colonne sonore del compositore vincitore di due Oscar grande influenza sulla sua visione cinematografica. «In Euphoria, la storia di ogni personaggio è, in un certo senso, come un film a sé stante», dice Levinson. «In generale, ero meno interessato agli inserimenti musicali e più a qualcosa che ci guidasse attraverso questo mondo… Sono fuori dal liceo, quindi le radici pop si sono affievolite. Li vedo in questi paesaggi, alle prese con il bene e il male, le scelte che si fanno, le conseguenze e la libertà di essere più grandi. Per come lo immaginavo visivamente, volevo puntare su una colonna sonora da western hollywoodiano d’altri tempi».
Mentre scriveva la terza stagione, Levinson aveva in sottofondo due colonne sonore di Zimmer: Interstellar e Una vita al massimo. «C’era qualcosa nell’“americanità” di Una vita al massimo. C’era la sensazione di guidare attraverso il Paese e attraversare il tempo. C’era un romanticismo e un ottimismo che amavo davvero», dice. «Poi Interstellar aveva questo senso di meraviglia e una qualità religiosa sottostante che mi sembrava funzionare bene per questa stagione». Ha mandato a Zimmer le sceneggiature e i due si sono seduti per una lunga chiacchierata. È stato allora che Levinson ha notato un enorme poster su una parete dell’ufficio di Zimmer di C’era una volta il West, lo spaghetti western del 1968 di Sergio Leone con Claudia Cardinale e Henry Fonda. Il film è anche quello con la colonna sonora preferita da Levinson. «Gli ho detto: “Non sarebbe entusiasmante scoprire quale sarebbe la tua versione di C’era una volta il West? Perché, dico sul serio, voglio una colonna sonora da western”», racconta Levinson. «E lui si è entusiasmato».
Quello che Zimmer porta all’esperienza sensoriale della serie è grandioso. Dove molte colonne sonore moderne sono minimaliste, dice Levinson, «io volevo andare nella direzione opposta. Spingere sull’emozione e permetterle di riflettere i sogni, le speranze, le ansie e i desideri dei personaggi… La profondità del lavoro di Hans è sorprendente. Quando ci arrivavano le tracce separate, c’erano strumenti che non avevo mai sentito… È stata una delle collaborazioni più esaltanti della mia carriera».
Il rapporto tra colonna sonora e sincronizzazioni è un cambiamento evidente nella terza stagione, ma rimangono alcuni inserimenti musicali curiosi: la hit novelty del 1953 di Patti Page (How Much Is) That Doggie in the Window? è abbinata ai tentativi seducenti di Cassie di diventare virale. Sfruttando le sue qualità fisiche per ottenere validazione sui social media e guadagni extra (lei e Nate, interpretato da Jacob Elordi, rimangono una coppia), la canzone «ha aperto la porta a una conversazione lirica su questo», dice Levinson. «Pensavo fosse un modo ricco e divertente di esplorare le dinamiche tra Nate e Cassie. Ma chi è il cagnolino?».
Più avanti nella serie, la new entry Rosalía si contorce nel locale di spogliarelliste Silver Slipper (con tanto di collare ortopedico) sulle note di Cold as Ice degli M.O.P., il banger rap hardcore Y2K che segnò il passaggio dall’era dei vestiti luccicanti e del bling dell’hip-hop a qualcosa di molto più grezzo.
Rimane però un inserimento musicale ancora sfuggente. «Ho cercato di usarla in tutto quello che ho fatto, e non ho mai trovato il posto giusto», dice Levinson di Mother dei Danzig. Comprensibilmente è un brano difficile da collocare, ma potrebbe avere un’altra occasione in una quarta stagione? Levinson non conferma né smentisce. «A ogni stagione la riguardo e ci ripenso una volta che ho finito», dice. «Ma sì, la terza stagione è un’opera unitaria, e ne sono fiero».










