Gli articoli sul cinema italiano esistono giusto per il tempo in cui li si scrive e li si legge, il tempo di dire che il cinema italiano è rimorto o è risorto, poi in base al bollettino clinico tutto torna come prima. Il che è anche un vantaggio, una possibilità di rigenerazione continua: se il cinema italiano è in salute, sai che gli verrà un malanno che però non durerà più di una stagione; se gli si sta facendo il funerale, tranquilli: il cadaverino è pronto a risorgere come un Lazzaro felice.
Nel momento in cui scrivo questo articolo, le pompe funebri stanno facendo il loro solito lavoro: nessun italiano nella selezione di Cannes, e ancora prima, anche se se n’erano accorti solo gli addettissimi ai lavori, niente Italia nemmeno a Berlino. Choc, grido d’allarme, interrogazioni: ma quindi il cinema italiano non parla più al mondo?
Nel trambusto generale – tagli al FUS, scandalo per le scelte della Commissione Cinema (niente finanziamenti al documentario su Giulio Regeni e all’ultima sceneggiatura di Bertolucci, e però 400mila euro all’arcano Il tempo delle mele cotte, che io vorrei vedere subito), dimissioni, richiesta di teste, e la solita questione tax credit (che pure, ammettiamolo serenamente, va ripensato) che si trascina da tempo immemore – il fatto che nel mondo non portiamo niente è un segnale per alcuni incontrovertibile di fine senza possibilità di resurrezione.
I più ottimisti dicono che non c’erano film pronti per la Croisette, gli altri che ormai tutti i nostri autori preferiscono giocare in casa (leggi: a Venezia) perché è più safe, col risultato che il povero Barbera avrà 65 film italiani finiti giusto in tempo per la Mostra numero 83. Altri ancora dicono che, semplicemente, il nostro cinema ha perso l’appeal globale, l’urgenza (chiedo scusa per la parolaccia) di farsi comprendere oltre confine, eccezion fatta per il solito Sorrentino – che pure, con il sontuoso Parthenope, dal suo ultimo Cannes è uscito incompreso, per usare un eufemismo.
Tutto questo succede a un mese dai David di Donatello, che ci consegnano una fotografia non così plumbea del nostro cinema. Tra i cinque candidati a miglior film, troviamo un nuovo autore (Francesco Sossai delle Città di pianura) dare forse la chiave per svoltare il nostro cinema futuro, identitario ma capace di diventare universale, indie ma con vocazione pop (quasi 2 milioni al botteghino, mica poco per un film certamente non pensato “largo”, come si dice nel gergo cinematografaro di oggi); voci sicure che riconfermano l’affetto presso il pubblico (Silvio Soldini con Le assaggiatrici, 3,3 milioni al box office; Paolo Virzì con Cinque secondi, 2,9 milioni; Mario Martone con Fuori, 2 milioni); e il giustamente immancabile Sorrentino, l’unico oggi in grado di produrre numeri davvero grandi (7,3 milioni di euro per La grazia) mantenendo fede a un’idea di cinema d’autore vecchia maniera. E poi quattro registe donne tra i migliori esordi (Ludovica Rampoldi, Margherita Spampinato, Greta Scarano, Alissa Jung), il superato snobismo nei confronti del cinema di genere (vedi la candidatura a Gabriele Mainetti per la regia della Città proibita), una sensazione generale che il cinema italiano ha superato certe stagioni davvero ombelicali.
Ma anche il solito paradosso: il nostro cinema che al mondo sa parlare – o che nel mondo ci è andato senza troppi rimpianti verso il sistema nazionale – fa sempre fatica ad essere riconosciuto. Il magnifico Queer di Luca Guadagnino, salvo due candidature musicali e qualcun’altra puramente tecnica (trucco, parrucco, effetti visivi), quest’anno ai David non gioca nelle categorie di peso. E ricordiamoci che Alice Rohrwacher – vincitrice pochi mesi fa dell’EFA per l’European Achievement in World Cinema, due premi importanti a Cannes, una candidatura all’Oscar per il corto Le pupille, retrospettive in ogni continente, ora pronta per il suo primo progetto sempre girato in Italia ma in inglese (Three Incestuous Sisters starring Dakota Johnson, Saoirse Ronan e la neo-oscarizzata Jessie Buckley) – un David non l’ha mai vinto.
Il cinema italiano schiatta, guarisce, rimuore, risorge solo presso sé stesso, nel tempo dei nostri dispacci da festival, premi, cronache (extra)parlamentari che si autodistruggono in cinque secondi (quelli di Ethan Hunt, non di Virzì). Il rischio è che diventi sempre di più un giochetto alla Belve: chi è dentro e chi è fuori dal circoletto. Un giochetto che interessa solo ai cinematografari e a noi pettegoli, con buona pace di quale (nuovo) pubblico il nostro cinema può e vuole intercettare. Ci vediamo a Venezia – vestiti a festa o a lutto?















