La spacciatrice di droga di Los Angeles soprannominata “Ketamine Queen” è stata condannata ieri, mercoledi 8 aprile, a 15 anni di carcere per aver fornito il potente anestetico dissociativo che, due anni e mezzo fa, ha causato la morte dell’attore Matthew Perry nella jacuzzi del suo giardino.
Jasveen Sangha, 42 anni, ha tremato con le lacrime agli occhi mentre ascoltava la sentenza, seduta in un’aula di tribunale federale nel centro di Los Angeles. Il giudice ha accolto la richiesta dei pubblici ministeri, stabilendo una pena superiore di un anno rispetto ai 14 anni raccomandati dai funzionari della probation federale.
«Ritengo che sia stata probabilmente una delle più responsabili tra gli imputati comparsi davanti a questa corte», ha dichiarato la giudice distrettuale degli Stati Uniti Sherilyn Peace Garnett. «Questo non significa che lei sia una cattiva persona, ma che ha preso parte a condotte illegali. […] Dovrà dimostrare una resilienza straordinaria».
Pochi minuti prima, l’avvocato difensore Mark Geragos aveva chiesto una pena molto più lieve, pari al tempo già scontato, sostenendo che non fosse corretto descrivere la sua cliente come la principale responsabile quando tra i coimputati figurano due medici e l’ex assistente personale di Perry, Kenneth Iwamasa, che gli somministrò la dose letale. Geragos ha sottolineato inoltre che Sangha è stata l’unica a rimanere in custodia cautelare dall’apertura del procedimento penale, nell’agosto 2024.
«Non c’era nessuno che avrebbe potuto fermare il signor Perry da ciò che stava per fare. Una volta nella morsa della dipendenza, è finita», ha sostenuto Geragos. «Nel valutare le responsabilità, come si può dire che lo spacciatore sia più colpevole della persona che, in qualità di assistente fedele, inietta la droga al tossicodipendente lasciandolo poi annegare nella vasca idromassaggio? […] Chi fornisce le munizioni è più colpevole di chi preme il grilletto? Non ha alcun senso logico».
Keith Morrison, patrigno di Perry, ha letto una dichiarazione sull’impatto della perdita, descrivendo la star delle sitcom come «una persona brillante e divertente» che portava con sé «molti fantasmi». Ha ricordato come Perry parlasse apertamente del dolore della sua dipendenza e fosse riuscito più volte a risollevarsi, arrivando a scrivere un’opera teatrale acclamata, portata in scena nel West End londinese, e a pubblicare un memoir di successo sulla sua lunga lotta contro alcol e droga.
«È una tristezza quotidiana, logorante, che tutti proviamo. La perdita non riguarda solo noi, ma tutti», ha detto. «In quell’uomo c’era una scintilla che non ho mai visto altrove. Era unico».
Morrison si è poi rivolto direttamente a Sangha. «Non la odio», ha detto, voltandosi verso di lei, vestita con una tuta carceraria beige e con le caviglie incatenate. «A volte Matthew vedeva [gli spacciatori] come i suoi migliori amici, altre come i peggiori nemici. Ma il fatto è che lei ha rifornito un tossicodipendente».
Dopo l’udienza, Morrison ha dichiarato di credere che Sangha abbia recepito il suo messaggio. «Era visibilmente scossa», ha detto fuori dal tribunale. «Bisogna avere un cuore di pietra per svegliarsi ogni mattina e portare avanti un business che sfrutta le dipendenze di persone vulnerabili, disperate, in cerca di droga. E poi, quando si è costretti a confrontarsi con ciò che si è fatto, se non si prova vergogna o dolore, non si è nemmeno umani. E lei è chiaramente umana. Ora sta affrontando la sua pena. Credo che se la caverà in prigione».
Anche Kimberly, sorella di Cody McLaury, ha presentato una dichiarazione, ricordando di aver avuto accesso al telefono del fratello dopo la sua morte, di aver esaminato i messaggi con Sangha e di averle scritto: «La ketamina che hai venduto a mio fratello lo ha ucciso. È indicata come causa della morte». Parlando mercoledì dal podio, ha aggiunto: «Se avessi smesso di vendere ketamina quando ti ho scritto, oggi non saremmo qui».
Nel suo intervento davanti alla corte, Sangha ha dichiarato di aver imparato dai suoi «errori» e di voler rimediare. «Ho distrutto la vita delle persone», ha detto. «Indosso la mia vergogna come una giacca».
Oltre ai 15 anni di carcere, Sangha dovrà scontare tre anni di libertà vigilata e le è stato vietato l’uso di applicazioni di messaggistica criptata. Dovrà inoltre sottoporsi a test antidroga, a cure per la salute mentale e accettare eventuali perquisizioni dei suoi dispositivi elettronici personali. Il giudice ha anche respinto la richiesta di concederle la libertà temporanea per sottoporsi a una procedura medica prima di costituirsi.
Sangha si era dichiarata colpevole lo scorso settembre di cinque capi d’imputazione federali, ammettendo di aver fornito a Perry una grande quantità di ketamina, inclusa la dose fatale, e di aver venduto quattro fiale della sostanza a un altro uomo, Cody McLaury, nell’agosto 2019. McLaury morì poche ore dopo per un’overdose da mix di droghe con tossicità acuta da ketamina.















