

Foto: Sacha Lecca
Ben McKenzie ha iniziato la pandemia come tanti uomini sulla quarantina: chino sullo schermo del computer, a notte fonda, a ricadere in abitudini che credeva di essersi lasciato alle spalle al college. Mentre altri riscoprivano la passione per gli sparatutto in prima persona o i giochi di strategia con le mappe, McKenzie, attore di lungo corso e presenza fissa in serie acclamate dalla critica e seguite in tutto il mondo, aveva trovato un vizio ben più perverso e sconcertante: restava sveglio fino a tardi a pensare all’economia.
Nello specifico, McKenzie era diventato ossessionato dalle criptovalute, quell’infrastruttura online di forme alternative di denaro sostenuta da un sistema di codice informatico che prometteva di rivoluzionare il mondo o, almeno, di arricchire un sacco di gente. Per mesi aveva riversato denaro in scambi online dubbi e nei mercati tradizionali, attingendo alla sua laurea in Economia e cercando in particolare di “shortare” le aziende che riteneva sopravvalutate o costruite sulla frode. Nel frattempo, molti dei suoi colleghi e colleghe vip non ne avevano abbastanza, e mentre McKenzie guardava Matt Damon, le Kardashian, Larry David, Snoop Dogg e altri girare spot per gli exchange di criptovalute, il suo scetticismo si faceva sempre più profondo. «Se c’era una cosa che sapevo fin dall’inizio è che Matt Damon non capiva un cazzo di crypto», dice McKenzie. «Più andavo avanti nelle ricerche, più la situazione peggiorava».
Poi ha assunto una troupe. «Ben era come un animale in gabbia», dice la moglie, l’attrice Morena Baccarin. «Ma ammiro la sua capacità di impazzire e poi di fare qualcosa di concreto di quel periodo».
In Everyone Is Lying to You for Money, McKenzie ha documentato il suo primo approccio al mondo delle criptovalute e la successiva ossessione per la frode che sostiene essere al cuore di quel sistema. Per chi non lo conoscesse, McKenzie è famoso soprattutto per il primo grande ruolo della sua carriera: quattro stagioni nei panni di Ryan Atwood, il bad boy dal cuore d’oro nella serie generazionale The O.C. Da allora si è immerso in altri due ruoli di primo piano nella Tv generalista: un poliziotto alle prime armi nel cupo dramma poliziesco Southland e il detective James Gordon in Gotham, dividendo la sua vita in ere di totale dedizione a un personaggio per volta.
Everyone Is Lying to You for Money è il nuovo ruolo di McKenzie, che interpreta sé stesso in segmenti di finzione e rievocazioni con lo stesso fervore: si immerge nelle losche convention di crypto a Miami e in un surreale incontro con un vero believer che vive in miseria sul sito di una promessa “Bitcoin City” in El Salvador, tornando continuamente alla vita domestica con Baccarin e i figli a Brooklyn. È uno sguardo sintetico, in un certo senso, su ciò che è accaduto a migliaia di famiglie negli ultimi anni: un padre con una nuova ossessione per il denaro online, le sue emozioni che seguono l’andamento di un grafico che periodicamente compare sul telefono.
«L’aspetto visibile era una cosa abbastanza patetica, adescare giovani ragazzi per farli scommettere su qualcosa su cui avrebbero perso», dice McKenzie. «Ma dietro c’era criminalità vera». La sua esperienza nello showbiz e l’ossessione per il true crime, dice, lo avevano preparato a fiutare le stronzate. «Ero il tipo con un background nella menzogna che poteva guardare questa cosa da una prospettiva completamente diversa».
Quello che McKenzie non può nascondere, però, è che è davvero negato a biliardo. Ci siamo incontrati per la prima volta a fine marzo, in una sala biliardo di Manhattan alle 11 di mattina, dopo aver rinunciato a giocare a basket in un parco di Brooklyn quando le temperature sono tornate sotto zero. Mentre arrancavamo tra diverse partite, qualche habitué è entrato, declinando educatamente di guardare nella nostra direzione mentre a turno fallivamo colpo su colpo. Ho subito l’impressione che McKenzie, come me, sia estremamente competitivo, a disagio fuori dalla sua comfort zone, e che al tempo stesso stia cercando di sembrare molto rilassato, un equilibrio che credo entrambi abbiamo raggiunto discretamente. (Risultato finale, due partite a una, McKenzie.)

Foto: Sacha Lecca
Ben è cresciuto ad Austin, Texas, figlio di un avvocato e una poetessa, e ci siamo scambiati storie su come si cresce da ragazzi di sinistra in città di destra. «L’ho imparato anche da mio padre, la spina dorsale morale», dice McKenzie. «Dovevi difenderti o saresti stato sommerso». A 47 anni, McKenzie è ancora asciutto e in forma come si addice alla Tv, si muove intorno al tavolo con una scioltezza atletica solo leggermente ridimensionata dal fatto che nessuno dei due riesce ad affondare le palle nelle buche che stiamo prendendo di mira. Ci arrendiamo relativamente in fretta e decidiamo di andare a pranzo.
Se avete visto The O.C., McKenzie è immediatamente riconoscibile, il viso ancora giovanile e sbarbato, ma non così tanto da risaltare per strada o in un trendy locale thai durante l’ora di punta. È però chiaro che il “mondo Ryan Atwood” continua a seguirlo: nel documentario affronta questo elefante nella stanza fin dal primo atto, mandando in onda un montaggio di clip di anchorman televisivi e conduttori di talk show che rimangono a bocca aperta davanti a un ex sex symbol delle teen-soap. Mi dice subito che non vuole che questo sia l’ennesimo pezzo su come qualcuno nominato a più Teen Choice Awards si sia appassionato di criptovalute.
È una richiesta difficile da soddisfare, perché Everybody Is Lying to You for Money è, nella sua essenza, un film su come qualcuno nominato a più Teen Choice Awards si è appassionato di criptovalute. È un film sui Bitcoin, certo, e sui truffatori, le banche false, gli exchange opachi e i despoti del mondo in via di sviluppo che lo hanno usato per perseguire i propri obiettivi politici e finanziari. Ma è anche un film su Ben McKenzie. Nelle prime pagine del libro di McKenzie del 2023, Easy Money: Cryptocurrency, Casino Capitalism, and the Golden Age of Fraud, scritto insieme al giornalista Jacob Silverman, McKenzie cita l’economista Robert Shiller, che scriveva di come le frodi piramidali e le manie finanziarie o culturali spesso decollano quando vengono spinte da una «celebrity vagamente attraente».
«Ho pensato che quella descrizione calzasse perfettamente su di me», mi dice McKenzie il giorno dopo la nostra partita a biliardo, davanti alla colazione in una caffetteria vicino a casa sua a Brooklyn. Io ordino un tuna melt, lui un’omelette con albumi, spinaci e contorno di salsiccia, un senso di disciplina interiore che spiega la differenza di taglia delle nostre magliette. Dopo il pasto, un anziano cliente si avvicina al nostro tavolo, per un attimo sia io che McKenzie diamo per scontato che voglia chiedere qualcosa al famoso attore seduto lì, ma rimaniamo entrambi sorpresi quando risulta che ha sentito la nostra conversazione sul senatore Sherrod Brown, che l’uomo ritiene esattamente il tipo di persona di cui i Democratici hanno bisogno. McKenzie sorride: oggi almeno non dovrà essere Ryan Atwood per nessun altro. La sua speranza è poter usare quel riconoscimento immediato e quel rapporto con il pubblico americano per spostare l’ago della bilancia contro qualcosa che considera uno dei crimini più sfacciati del nostro tempo.

Ben McKenzie testimonia davanti alla Commissione Bancaria del Senato nel dicembre 2022. Foto: C-Span
«Credo davvero che ciò che rappresenta la crypto sia piuttosto dannoso per il mondo», mi dice dopo colazione, mentre tremiamo leggermente su una panchina affacciata sull’East River. «Fraintende il denaro e la natura di tutti questi contratti sociali, e la natura della fiducia. Il denaro è fiducia».
L’ossessione di McKenzie per le crypto non è nata da questi ideali, ovviamente. Anzi, nel libro e nel film attribuisce il suo ingresso in quel mondo a una conversazione con il suo amico Dave Miller, un compagno di college che una volta gli aveva dato «il peggior consiglio finanziario della sua vita» su una decisione di investimento quando erano ancora ventenni. «Direi che non era un consiglio finanziario, era un tip su un’azione da parte di un attore in difficoltà di 26 anni che viveva in una dependance», mi dice Miller.
Eppure, agli inizi della pandemia, Miller ammette di aver suggerito a McKenzie di dare un’occhiata ai Bitcoin. Nel film (e nel libro), Dave viene usato come proxy del pubblico raggirato, che cerca di trascinare un amico che sa avere qualche soldo ma che vuole sempre guadagnarne un po’ di più. Nella vita reale, Miller regge bene le prese in giro, contento di fare la parte del capro espiatorio del suo amico per esigenze di struttura narrativa. «Trovo esilarante essere il cattivo nella storia delle sue origini», dice.
Al college, racconta Miller, McKenzie era serio, determinato e sempre competitivo (avevo ragione sulle partite a biliardo). «Se conosci Ben, sai che ha sempre questo prurito… È insopportabile a tratti», dice Miller ridendo. «È semplicemente fatto così».
Era chiaro a Miller che McKenzie aveva preso una specie di febbre. Qualche settimana dopo la loro prima telefonata, spiega di aver ricevuto un messaggio. «Diceva qualcosa tipo: “Sei ancora dentro la crypto? Devi uscirne. Ho fatto delle ricerche…”», racconta Miller. «Ho pensato: “Oh, ecco che comincia”».
Le ricerche di McKenzie lo avevano portato a concludere che la crypto stava andando verso un precipizio. Lui e Miller fecero una scommessa: se un singolo Bitcoin fosse valso meno di 10mila dollari entro la fine del 2021, Miller gli avrebbe offerto la cena (e viceversa). McKenzie perse la scommessa, poiché gli effetti dei sussidi di Donald Trump mantennero i prezzi della crypto alle stelle per tutto l’anno, con Bitcoin che chiuse intorno ai 50mila dollari per coin. McKenzie aveva ragione a scommettere sulla volatilità dei Bitcoin, ma aveva sbagliato le proporzioni; mentre continuava a indagare il fenomeno negli anni successivi, i prezzi sono saliti e scesi rapidamente, ma non hanno mai toccato i 10mila dollari, hanno raggiunto il picco di 126.198 dollari nel 2025 e ora si aggira intorno ai 65mila.
Chi usa le criptovalute si divide in linea di massima in due categorie: i cinici e i credenti. Entrambe sono ben rappresentate nel documentario. I cinici sono figure come Sam Bankman-Fried, che ha costruito un patrimonio su un exchange di crypto chiamato FTX, crollato e bruciato nell’autunno del 2022, portando infine Bankman-Fried in prigione per frode. Ma molti altri cinici camminano ancora liberi: guadagnando cifre enormi, facendo affidamento sui veri credenti per continuare a gonfiare un asset che sanno valere meno dei chip di silicio su cui è immagazzinato. Il documentario mostra l’intervista di McKenzie con Bankman-Fried, registrata qualche mese prima della sua caduta definitiva. «Mi sentivo quasi come il suo fratello maggiore, in un certo senso», dice McKenzie. «Avevo solo questa sensazione opprimente del tipo: “Cosa stai facendo? Cos’è questa roba?”».

Ben McKenzie intervista Sam Bankman-Fried per il film, prima del suo arresto. Foto: Neil Brandvold/2026 Easy Money Productions, Inc.
Era chiaro fin dal loro primo incontro, dice McKenzie, che Bankman-Fried stesse bluffando. «Onestamente Sam, non mi sembra che stia facendo molto bene alle persone», dice McKenzie nell’intervista del documentario. Bankman-Fried balbetta una risposta sui pagamenti. «Le persone stanno pagando delle cose, o stanno usando questo per scommettere?», ribatte McKenzie. «La maggior parte delle persone non lo usa per i pagamenti», risponde Bankman-Fried. «Ma la mia convinzione è che nei prossimi cinque o dieci anni vedremo la blockchain crescere in alcuni casi d’uso specifici. Se non pensassi che fosse vero, cambierebbe significativamente la mia visione».
«Il tuo sistema di credenze sembra guidato dal fatto che hai guadagnato così tanto denaro», dice McKenzie.
I cinici non fanno quei soldi senza i veri credenti, quelli che sentono queste promesse e vi si aggrappano con tutte le loro forze. In una delle scene più stravaganti del documentario, McKenzie incontra un americano di nome Corbin che vive sul sito di una “Bitcoin City” in El Salvador, un progetto fantasioso annunciato dal presidente ossessionato dalla crypto Nayib Bukele che prometteva una smart city utopica alimentata dall’energia geotermica. Corbin ha chiaramente ben poco: si descrive come un «designer industriale» che ha avuto «centinaia di lavori e qualche carriera», che lo hanno portato a diventare il «primo residente» di Bitcoin City. «Quando il Bitcoin sale la mia casa sale», dice Corbin, mostrando a McKenzie la soletta di cemento che ha gettato lui stesso, su cui poggia una baracca di un locale in blocchi di cemento con un lavandino e un’amaca fuori. Il progetto Bitcoin City era pura aria fritta quando McKenzie lo visitò nel 2022, e da allora non si è fatto più concreto. «Voglio essere qui perché mi piace il potenziale di ciò che verrà», dice Corbin a McKenzie nel documentario.

Foto: Sacha Lecca
Quando chiedo a McKenzie a quale dei due gruppi appartenga, risponde subito che è un vero credente. Quello che scettici e seguaci della crypto condividono è una fede fondamentale che, qualunque siano i suoi meriti, il concetto di criptovaluta sia importante, che rappresenti qualcosa di significativo nel modo in cui ci rapportiamo al denaro, alla fiducia e alle persone con cui scambiamo queste cose.
«Per me non si tratta di dollari e centesimi», dice McKenzie. «Non è “Ho guadagnato shortando la crypto o no” – l’ho fatto, solo per dire le cose come stanno – ho guadagnato un milione shortando varie frodi inclusa la crypto. Ho messo metà di quel profitto per shortarla di nuovo e l’ho perso, e ho messo l’altra metà nel documentario».
Tutto questo lo ha avvicinato alle persone nel mondo della crypto che operano in buona fede – le perdite, i successi. «Sono un vero credente, e ho trovato una comunità con altri veri credenti. Ci sono molti scettici là fuori».
«Ben si carica il peso del mondo sulle spalle», dice Baccarin. «L’unico modo che conosce per farcela è fare delle cose. Vuole sentire di far parte della conversazione». «È sempre stato un secchione», spiega Miller. «Ha sempre avuto un lato molto introspettivo e serio, si capiva che qualunque cosa avesse fatto avrebbe avuto successo».
Ci sono segnali ora che il prossimo atto di McKenzie potrebbe andare oltre la crypto. Il principio, però, è lo stesso: usare questa fama che gli è stata imposta in giovane età, farla valere qualcosa. In fondo non è estraneo alla comunicazione politica: nel 2004, al culmine della sua era Ryan Atwood, parlò alla Convention Nazionale Democratica appoggiando John Kerry, che definì «un uomo con un piano per rendere questo Paese forte e rispettato». Negli ultimi anni l’attivismo politico di McKenzie si è espanso dalla crypto a un ruolo piccolo ma influente nella politica locale di New York City (ha persino brevemente considerato di candidarsi lui stesso a una carica). Il giorno dopo il nostro primo incontro, lui e Baccarin sono nel comitato organizzatore di un affollato evento di raccolta fondi per l’ex consigliere comunale newyorkese Brad Lander, che si candida alle primarie contro il titolare democratico Dan Goldman nel decimo distretto congressuale di New York. Uno dei principali alleati di Lander, il sindaco Zohran Mamdani, si è presentato all’evento, insieme a un folto gruppo dei progressisti di spicco della città.

Foto: Sacha Lecca
«So di aver affermato che non mi candiderò a una carica questa volta, ma potrei farlo nel 2028», mi dice McKenzie. «Non smetterò di dire quello che sento e penso».
Per ora, McKenzie sta lavorando a una nuova serie con il leggendario produttore televisivo David E. Kelley, un legal drama e thriller politico ambientato in un mondo di avvocati loschi proprietari di immobili e burocrati, ispirato alla corruzione reale dell’ex sindaco di New York Eric Adams. Il progetto è ancora nelle sue fasi iniziali, il che significa che McKenzie è nel pieno di una nuova ossessione: seguire avvocati e intervistare burocrati. Accenno a un mio amico avvocato che lavora in un’organizzazione no-profit di assistenza per inquilini a basso reddito nelle controversie abitative, e lui si illumina. «Oh, mi piacerebbe molto parlare con lui», dice. Un nuovo capitolo di Ben McKenzie potrebbe essere all’orizzonte.