Con alcuni colleghi abbiamo una specie di test, non scritto ma piuttosto infallibile, per capire un’opera prima: mi fa venire voglia di vedere il film successivo? Nel caso di Laura Samani, con Piccolo corpo, la risposta era stata immediata: sì. E guardando Un anno di scuola, la sua opera seconda, quel sì non solo è rimasto, si è rafforzato. Perché questo ménage à quatre entra in un territorio emotivo difficilissimo, quello in cui desideri e sentimenti stanno ancora prendendo forma. Non sai bene cosa provi per le persone che ti stanno intorno: sono amici, o forse qualcosa di più. Forse qualcosa di diverso, che non ha ancora un nome.
Samani quel momento lo conosce bene: lo ha vissuto, lo ha ritrovato nella letteratura triestina (ci arriviamo) e poi lo ha riportato nel 2007. Con quattro attori non professionisti scoperti tra bar e aule, Più niente dei Prozac+ (feat. Elisa) nelle orecchie e un passaggio naturale fino a Venezia, sezione Orizzonti. Un anno di scuola (in sala dal 9 aprile con Lucky Red) è quello di Fred (Stella Wendick), diciottenne svedese che arriva in una classe di soli maschi e manda fuori asse la costellazione di amicizia tra Antero (Giacomo Covi), Pasini (Pietro Giustolisi) e Mitis (Samuel Volturno), che funzionava finché nessuno provava a nominarla.
Sarebbe stato più facile restare sulla strada conosciuta, trasformare quel primo sì in una formula. È quello che si chiede spesso a chi debutta bene. Ma «io non sono solo Piccolo corpo, sono anche Un anno di scuola», mi dice Laura al telefono, mentre prepara le valigie per il tour che la porterà in giro per le sale a incontrare il pubblico. «Forse addirittura dal punto di vista della personalità sono più il mio secondo film che il primo, senza rinnegare nulla, perché poi le cose si stratificano negli anni. Dopo l’esordio ho percepito fortissima la richiesta di fare una sorta di Piccolo corpo 2.0». E invece no.
Un anno di scuola di Giani Stuparich è del 1929, ambientato nel 1909. Tu l’hai letto per la prima volta al liceo, a Trieste. Come ci sei arrivata?
L’ho letto quando avevo l’età dei protagonisti e della protagonista perché ho frequentato la stessa scuola in cui è ambientato il romanzo: a noi toccava conoscerlo per forza. Poi l’ho ripreso più avanti, quando stavo iniziando a lavorare, durante il lockdown. Ed è stato lì che ho pensato: “Forse questo è il mio secondo film”.
Cosa significa tornare su quella storia, in quel luogo in cui eri adolescente, adesso che sei una regista?
È un privilegio. Non so se vale per tutti quelli della mia età, ma la mia testa tornava spesso lì.
Vale anche per me.
(Ridiamo) È quando pensi: “Se avessi preso un’altra strada, ora non sarei qui”. Durante l’ultimo anno di scuola superiore ti viene fatta ossessivamente la domanda: “E dopo cosa farai?”. Io sono andata a studiare a Pisa, che è una città che non avrei scelto in autonomia. Il piano era andarci con il gruppo di amiche del liceo, che poi un po’ alla volta si sono tirate indietro, e io ho deciso di partire lo stesso. Se non l’avessi fatto non avrei studiato cinema, non mi sarei trasferita a Roma, non avrei fatto nemmeno questo film probabilmente.
È proprio uno sliding doors.
Esatto, la prima volta in cui vai nel mondo da sola.

Stella Wendick in ‘Un anno di scuola’. Foto: Lucky Red
Per aggiornare il romanzo, oltre che l’unica ragazza in una classe maschile, hai reso la protagonista straniera, svedese. Cosa racconta questo del nostro presente?
Che molto dell’approccio allo straniero, e soprattutto alla straniera, passa per uno sguardo feticizzante, che sessualizza, che rimarca continuamente le differenze. Nel romanzo di Stuparich lei non è straniera, viene chiamata “la viennese”, ma è comunque triestina. Abbiamo voluto calcare la mano e incarnare l’idea che maschi e femmine parlino due lingue diverse, ma anche restituire, aggiornandolo a 100 anni più tardi, in che modo il male gaze poteva continuare a essere credibile. E questo accade continuamente, figurati in una città di provincia del Nord Est italiano se arriva la ragazza dalla capitale europea portandosi tutto quell’immaginario della “svedesona bionda”.
Anche la scelta del 2007 non è casuale, giusto? Perché c’è l’ingresso della Slovenia in Schengen, la trasformazione del confine…
Per Trieste è stato un momento epocale. A distanza di vent’anni non so se le promesse di quella fratellanza siano state davvero mantenute. Però per me c’è anche un elemento autobiografico: il 2007-2008 è stato il mio ultimo anno di scuola. È stato figo poter lavorare su costumi che erano praticamente i nostri vestiti, su quel modo di stare insieme. E poi allora non ne eravamo coscienti, ma è un anno di soglia: l’ultimo prima della crisi economica degli USA, l’ultimo prima dei social. Vale per i protagonisti, ma anche per il mondo.

Foto: Lucky Red
Nei tuoi film sembra esserci un fil rouge: anche qui è un corpo, quello di Fred, a mettere in moto la storia.
Non è solo il corpo, È quella che Ernesto De Martino chiama “crisi della presenza”, il rischio di non esserci nel mondo. Lui ne tratta in quanto storico delle religioni, e se in Piccolo corpo era legata alla paura di perdere un affetto dentro un sistema di regole cattolico e molto rigido. Qui ha a che fare con la costruzione dell’identità. In entrambi i casi c’è un viaggio iniziatico, due donne sole che devono rompere con il contesto in cui sono cresciute e mettere in discussione ciò che hanno imparato. E poi sì, c’è il corpo, inevitabile.
L’arrivo di Fred non rompe solo gli equilibri, ma mette in luce anche la fragilità dell’amicizia maschile: tre ragazzi che si appartengono da sempre e che, a un certo punto, smettono di farlo.
Sì, in questo periodo storico ci stiamo concentrando tantissimo sull’accompagnare le ragazze. E iniziamo a vedere dei risultati felici dove magari la mia generazione, la nostra generazione, non aveva neanche le parole per dare un nome a certi concetti. Però secondo me stiamo lasciando un po’ indietro i ragazzi, non abbiamo ancora trovato un lessico per loro. Lavorando con la Gen Z, ho visto quanto forte sia la pressione a essere performativi, spigolosi, in una parola: aggressivi. Se un ragazzo cerca modelli diversi, è difficile trovarli. Per me e per Elisa Dondi (la co-sceneggiatrice, nda) era importante tenere insieme tutti i punti di vista, non limitarsi a dire: “Com’è forte e coraggiosa Fred”.
Fred è svedese anche per immaginare un contesto più avanzato sul piano della parità?
Assolutamente. Pensavamo a un Paese con una tradizione laica, socialista, con un divario di genere più ridotto. E mi ha fatto molto ridere che al Festival di Göteborg, quando l’ho detto, loro non sapessero come reagire. Sono molto critici rispetto a quello che ancora manca. Mi dicevano: “Il nostro è un Paese avanzato?”. E io: “Eh sì”. E loro ridevano.

Foto: Lucky Red
Fred porta con sé un desiderio che destabilizza tutti, anche sé stessa: vuole sentirsi amata, ma non vuole essere la causa di una rottura. Come hai lavorato su questa zona grigia?
Trattandola sempre come soggetto, non come oggetto. All’inizio entriamo nel racconto attraverso un male gaze dichiarato, di cui godiamo pure come spettatrici, anche se siamo persone di apertissime vedute o di grande criticismo rispetto alla società attuale, perché è divertente in certi momenti stare nella gang. Però Fred all’inizio è oggetto. Bisognava mettere in crisi quello sguardo, spostare il punto di vista, sempre guidati dall’empatia e senza condannare. Perché non sappiamo chi è stato a fare la scritta, e quella zona di ambiguità è fondamentale. Non siamo sempre all’altezza degli ideali che dichiariamo. E va bene anche così, domani saremo più presenti a noi stesse o a noi stessi.
Come lavori con attori non professionisti?
(Ride) È un metodo che non è un metodo.
Racconta.
Si basa molto sull’empatia. Già in fase di casting, in cui sono stata affiancata da Davide Zurolo e Alejandro Bonn, cercavamo una mimesi tra attori e personaggi: non tanto nelle esperienze, quanto nel modo di reagire agli impulsi. Devono riconoscere quello che succede dentro il personaggio, anche quando non lo capiscono del tutto. E lì diventa interessante esplorare. È un metodo-non-metodo che cambia ogni volta. Anche per me quella è la parte più divertente di tutta la costruzione di un film. Come quando si giocava da bambine e da bambini a “se fossi”. Sei tu ma al tempo stesso non sei tu e ti muovi in un campo di gioco con determinate caratteristiche che sono gli elementi narrativi in scena. Nonostante sia molto fedele alla sceneggiatura, all’inizio non ci lavoro sopra: leggiamo il copione una volta e poi lo mettiamo da parte per mesi. Alejandro, tra l’altro, insegna improvvisazione e quindi era lo sparring partner perfetto per me che vado più su robe emotive, psicologiche. Lui fa molti esercizi di riscaldamento. Le due cose insieme funzionano. Abbiamo giocato tantissimo per avvicinarli al baraccone che è un set cinematografico, spesso erano anche esercizi di mobilità di percezione: la tua postura, nella qualità più neutra del termine, è così, ma ne devi essere consapevole. Cosa significa se incroci le braccia? Cosa significa se guardi ma non rispondi? Tutto sugli impulsi, sull’intenzione del gesto. E un po’ alla volta abbiamo iniziato a improvvisare sulle scene, anche a lungo, fino ad arrivare a reinserire la sceneggiatura, che nel frattempo avevamo modificato Elisa e io anche alla luce di questi esperimenti.
Fammi un esempio.
La scena di sesso tra Antero e Fred inizia con quell’esplorazione del viso reciproca, a occhi chiusi. Era un esercizio che chiedevamo di fare per raggiungere la temperatura che ci serviva, per calmarli, per farli sentire complici. Ecco, forse nel metodo che non è un metodo c’è la ripetitività: usavamo sempre lo stesso approccio, ogni scena aveva il suo esercizio. Quando abbiamo iniziato a girare non c’era l’intenzione di tenerlo, poi invece in montaggio ci sembrava bello. La fiducia non la puoi chiedere, devi darla per prima. E poi, se ci sono le condizioni, torna indietro. Io mi sono fidata moltissimo di loro. Anche quando magari non si fidavano di loro stessi.

Giacomo Covi in ‘Un anno di scuola’. Foto: Lucky Red
Be’, da Giacomo Covi la fiducia è stata ampiamente ripagata col premio a Orizzonti.
Sì, è stato bellissimo e inaspettato. Una gioia per tutta la squadra, perché ogni premio poi è un riconoscimento al film. Spero che lo porterà veramente tanto lontano.
L’opera seconda è sempre il terrore di chi ha fatto un bell’esordio: Piccolo corpo era una fiaba nera arcaica, sospesa nel tempo. Un anno di scuola è contemporaneo, plurilingue, pieno di colore e musica. Come dicevi hanno molto in comune, ma è stato davvero così semplice trovare almeno lo spunto?
Per me sì, poi di idee ce ne sono sempre tante, alcune prendono forma e altre no. Dopo la lavorazione di Piccolo corpo, anche durante la promozione, avevo la necessità di andare anche da un’altra parte, perché stare per tanti anni dentro a quei colori è stato molto complicato a livello emotivo e psicologico. Poi ogni persona è diversa, ma io reagisco così, sentivo la necessità di altro, anche per una questione identitaria alla fine… metti sempre davanti un “per me”, non voglio parlare per la categoria, ma c’è sempre un allineamento involontario, ciò che fai coincide con ciò che sei. E alle volte è complicato stare lì dentro.
Immagino.
Io mi annoio con una rapidità incredibile, per cui c’è anche un’intenzionalità nell’andare completamente altrove: non voglio passare anni a raccontare sempre la stessa storia. Poi magari adesso mi verrà voglia di tornare a qualcosa di più essenziale, più archetipico. Non mi precludo niente.
Cosa deve restare, allora?
L’importante è riconoscersi in due cose: nei temi, e in questo i miei due film si assomigliano tantissimo, ma non a livello di tono, e questa è la parte divertente da cercare. L’altro aspetto è che il processo è molto simile, io ho lavorato con lo stesso metodo-non-metodo, la postura rispetto al racconto è la stessa.
La colonna sonora è tutta legata al Friuli-Venezia Giulia di quegli anni. Come è nata questa scelta?
Con Francesco Menegat di Opera Music, che è stato il supervisore alle musiche, eravamo partiti da un ragionamento di databilità del film: cosa andava nel 2007? In discoteca balleranno Umbrella di Rihanna, che era la hit di quell’anno. Ma, oltre all’infantilità per i costi, un po’ alla volta abbiamo deciso di spostarci sulla specificità territoriale, perché il Friuli-Venezia Giulia, in quegli anni, soprattutto nel pordenonese e ovviamente per l’eredità del Great Complotto, sfornava dei gruppi incredibili, alcuni dei quali hanno fatto un EP e poi sono spariti. Partendo da questo ragionamento, c’è stata una ricerca, all’inizio di grandi memorie sia di Francesco che mie, quindi Prozac+, Tre Allegri Ragazzi Morti, però passando anche per Mellow Mood, la scena reggae… E poi siamo andati a cercare all’indietro. Ci tenevo molto ad avere dei pezzi del Great Complotto, il film si apre con gli Andy Warhol Banana Technicolor. E poi Mess, Fhedolts, Amari… Ad esempio, un pezzo a cui sono super affezionata, che è quello della scena di sesso tra Antero e Fred, è di Arnoux. Devastante.
E Più niente dei Prozac?
Io sono proprio una bimba di Gian Maria, mi tremavano le ginocchia al pensiero di averci a che fare. A un certo punto con Francesco abbiamo capito che Più niente era il film, perché il pezzo parla di un noi collettivo maschile che guarda una lei. E dopo che Accusani ci ha detto sì, io mi sono allargata: “Gian, scusa, ma possiamo fare la seconda strofa con una lei che guarda un lui o un loro? Sarebbe più giusto come racconto… e non è che convinci pure Elisa a cantarla?” (ridiamo). Elisa poi è monfalconese, siamo rimasti in regione.
Siamo in un momento in cui il teen drama è ovunque, tra Euphoria e Beverly Hills, 90210 che è tornato sulle piattaforme.
Ma non lo sapevo, che figo!
Come ci si inserisce in questa conversazione con un film?
Ti dico la verità, non ho mai questo pensiero in testa. Ho fatto il film perché mi sarebbe piaciuto vederlo al cinema. Può sembrare una risposta un po’ autoreferenziale, ma è la più sincera che posso dare. In realtà non sono nemmeno una grande conoscitrice del coming of age. Per dirti, il film di questo genere che conosco meglio, non c’entra niente con Un anno di scuola: è Mean Girls (ridiamo).
Il prossimo film ha già iniziato a bussare?
No, sto fantasticando, sto leggendo tanto in questo periodo, che di solito è quello che faccio per sbloccare la testa. Grandi passeggiate, natura, libri, musica. Di solito mai cinema, anche perché sennò finiamo per fare film che esistono già. E sono stati fatti pure meglio.











