Incoscienza di classe. Corpi, voci e desideri di un tempo libero dal logorio del lavoro, è un libro necessario e fors’anche urgente. Finalmente a qualcuno è venuto in mente di dire le cose come stanno, di descriverle e raccontarle attraverso le testimonianze dirette di chi il lavoro lo subisce, dal mattino alla sera, per tutta la vita.
Ma chi ce lo fa fare? Eh! Bella domanda!
A questa domanda assurda, Incoscienza di classe propone una risposta, una risposta corale, fatta delle esperienze delle persone in carne ed ossa. Ognuna di queste persone, potremmo essere io, tu, lei, tutti quanti, siamo tutte e tutti intrappolati in un sistema di cose che non ci appartiene più, e del quale vogliamo liberarci.
Non è certo il primo libro sull’argomento, anzi, è l’ennesimo. Ma in questo caso, la narrazione si fa così vicina alle nostre realtà, nel nostro Paese, quelle di ogni giorno, fatte di fatiche interminabili, inesauribili, di sforzi continui per riuscire a restare a galla, in questo mare di merda, di ansie e depressioni, e che ci interroga in modo ineludibile, con quella lucidità d’intenti che sembrava aver perso cittadinanza nel discorso pubblico. La domanda è, di nuovo: ma chi ce lo fa fare?
La risposta è sotto il nostro sguardo, impossibile sbagliarsi: lo Stato di Necessità, innanzi tutto, e poi l’intero processo di sussunzione capitalistica delle nostre vite. Viviamo tutte e tutti in un complesso di competizioni che non ha mai fine. La stessa parola “merito”, con la quale è stato storpiato il nome del Ministero dell’Istruzione, è lì a dimostralo: chi prima arriva, meglio alloggia. L’individualismo, l’egoismo, il disinteresse sociale verso i meno fortunati, l’indifferenza, quando non il disprezzo per la povera gente, il godimento consumistico, l’arrampicamento sociale, il rinchiudersi nel proprio privato, le finestre sbarrate, i cancelli e le recinzioni delle nostre villette da quattro soldi, le telecamere di sorveglianza, gli antifurti, il timore dell’altro, la paura, il razzismo, la guerra fra i poveri, mentre l’acqua del rubinetto è piena di sostanze cancerogene, così come l’aria che respiriamo, mentre i beni comuni, ci vengono sottratti, la stupidità del Capitale, che ci vuole tutti contro tutti e, dentro a questo manifestarsi del principio del profitto, il crollo morale, culturale e politico di un’intera società, ci raccontano della miseria dei nostri denari.

Interroghiamoci. Che cos’è la “democrazia”? Questo gran bel concetto, a cui siamo da sempre abituati, serve ancora a qualcosa? Come diceva Pier Paolo Pasolini, confondere l’idea di “sviluppo” con quella di “progresso” è l’errore più grande, il fraintendimento per eccellenza: lo sviluppo economico, la tanto citata “crescita”, non porta con sé il miglioramento delle condizioni esistenziali, anzi, lo combatte, lo prevarica, lo uccide. Il Capitale è il suo nemico giurato, quando non il suo sicario. Quella che ci ostiniamo a chiamare democrazia, è il suo bel vestito elegante, a volte, più spesso “casual”. Vien da rimembrare la massima di Lenin, il Parlamento altro non è che il comitato d’affari della borghesia.
Insomma, mi è capitato di scrivere la postfazione di Incoscienza di classe , e ne sono onorato. Nella prefazione, Francesca Coin, sociologa all’Università di Parma, di questo libro osserva: “Non c’è ottimismo, ma nemmeno rassegnazione: solo la volontà di rimettere in circolo una parola collettiva, per trasformare l’esperienza soggettiva del lavoro in una nuova e comune coscienza di classe”.
Mi viene in mente quella barzelletta sovietica, che lessi in un libro di Slavoj Žižek: “Un pessimista incontra un ottimista, e gli fa… peggio di così… non può andare!; l’ottimista gli risponde, sorridente: ma sì che può! vedrai!”.
Ecco, mi sembra di poter dire che lo sforzo di Gregorio Carolo sia proprio questo: dare un’occhiata al fondo del pozzo in cui siamo precipitati, e cercare di ritornare in superficie, a respirare un po’ d’aria fresca.
Nel primo capitolo, Fuori dai cancelli, Gregorio Carolo affronta il tema della fabbrica, del mondo della metalmeccanica. La precarizzazione del lavoro, quella degli appalti e dei sub-appalti, il lavoro in “somministrazione”, quello per cui se non ti dai da fare più degli altri, se non entri in piena competizione, stai sicuro che alla fine non ti rinnovano il contratto; gli stipendi, sostanzialmente fermi da decenni, il reddito medio annuo mai oltre i 25000 euro. Ma come fai a comprarti una casa e a progettare una famiglia, con un reddito così? È impossibile. O meglio, è possibile sì, ma quale angoscia economica dovrai affrontare? Il popolo italiano è cambiato, non siamo più gli stessi: nell’illusorio benessere in cui siamo immersi, temiamo il futuro, e abbiamo paura.
In Italia abbiamo assistito, negli ultimi decenni, ad un processo di “deregulation” del mercato del lavoro mai avvenuto prima: ricordiamoci della retorica di una ventina d’anni or sono: cambiare lavoro è figo, i contratti precari sono una cosa positiva, così tutti si danno da fare e non si annoiano nella ripetitività di una mansione alla quale aggrapparsi per tutta la vita. Io stesso, alla fine dei Novanta del secolo scorso, ero tutto sommato d’accordo con questa visione delle cose: mi dimisi da un hotel, a Treviso, dove lavoravo da una decina d’anni. Direttore e proprietà mi guardarono come se fossi scappato da uno zoo. Dovevo inseguire i miei sogni, e per inseguirli, dovevo fuggire da quella maledetta routine. Mi trattennero per qualche mese ancora, nella speranza che cambiassi idea.
Il fatto è, io credo, che a quella trasformazione del mercato del lavoro non fu mai accompagnata da una “deregulation” del credito bancario. Tutti precari, e tutti senza la possibilità di accedere a un mutuo. Bel risultato, complimenti a tutti.
Di Crack in Crak, il secondo capitolo, ci racconta del livello di auto-sfruttamento a cui si arriva nelle società di revisione. Pur di non deludere proprietà e dirigenti, lavoratrici e lavoratori di questo comparto sono disposti ad ammazzare le loro giornate in ufficio, a rinunciare al tempo privato, il tempo per sé stessi, per i propri affetti e le proprie passioni. La morte della vita. Ricordo bene una giovane donna in carriera, che conobbi a Roma, e a cui mi affezionai. Due lauree, una famiglia alto-borghese alle spalle, un appartamento non lussuoso, ma ampio e soleggiato, in via dei Quattro Venti, di proprietà del padre. Usciva la mattina alle sette in punto, per evitare il traffico della Capitale; avrebbe fatto colazione nel bar sotto gli uffici; tornava a casa verso le nove di sera, stanca, provata, spesso insofferente. Subiva da tempo una sorta di mobbizzazione, un dirigente dell’ufficio la voleva fuori dai piedi, per assegnare quel posto di lavoro, così ben remunerato, a una sua parente. Ma che vita è? Voglio dire, guadagni cinquemila euro al mese, in ufficio ne devi subire di tutti colori, e non hai un minuto per te stessa, a trent’anni, nel fiore dell’età, neanche per fare all’amore. Un purgatorio.
Sì, Chef!, il terzo capitolo, il ristorante, che sia stramaledetto. Nella ristorazione ho lavorato per una vita, e ne so qualcosa dello stress a cui quel mondo di sottopone, dell’abuso d’alcool (e non solo) per sopportarlo, dell’assurda competizione inter-individuale. Uno strazio senza fine. Ma non mi dilungo su questo tema in questa sede, perché la post-fazione, se avrete voglia di leggere il libro, credo sia più chiara che mai. Soltanto una cosa aggiungerei: fare il cameriere, o il barista, o l’aiuto cuoco, o il cuoco, potrebbe rivelarsi un mestiere divertente, per quanto faticoso, quasi quasi un… gioco!, che quando torni a casa sei ancora sereno, magari anche felice… E invece, niente da fare: tutti contro tutti, in un incubo collettivo. Comunque sia, mi ha fatto capire tante cose della vita, e ho avuto anche colleghi e colleghe in gamba, persone gentili, persone in grado di comprendere la fatica degli altri. Che Dio le benedica.
Mostri, Creature e Mostriciattoli, ovvero, del declino del mestiere dell’insegnante. Qui si apre un mondo parallelo di grande interesse, per comprendere il declino del Paese. Fare l’insegnante è divenuto un lavoro improbo, mal pagato, privo di riconoscimenti o, per meglio dire, di riconoscimento sociale tout-court. Eppure, l’istruzione, quella pubblica in particolare, è il fondamento della nostra… democrazia. Sempre lei, avvenente, seducente, elegante o casual che sia.
Gregorio Carolo, in questo suo bel saggio, ci racconta chi siamo diventati.
Ed è per questo che Incoscienza di classe è un libro da leggere, e di corsa. Nella postfazione m’è venuta l’idea di citare William Faulkner, il grande scrittore americano. In un’intervista del 1930 affermò, serafico: “Non amo il denaro fino al punto d’esser disposto a lavorare per guadagnarne. Secondo me è una vergogna che nel mondo ci sia così tanto lavoro. La cosa più triste è che lavorare è tutto ciò che un uomo può fare per otto ore al giorno, un giorno dietro l’altro. Non si può mangiare per otto ore al giorno, né bere (insommina…, dico io!), né fare all’amore per otto ore. L’unica cosa che si può fare per otto ore è lavorare. Ed è per questa ragione che l’uomo rende sé stesso, e chiunque lo circondi, così miserabile e infelice”.
Come dargli torto?











