Dopo la decisione del giudice, la risposta. Venerdì 3 aprile, Blake Lively ha diffuso una lunga dichiarazione in seguito alla decisione di un tribunale di respingere 10 dei 13 capi d’accusa nella causa intentata contro Justin Baldoni in relazione al film It Ends With Us e ai fatti abusanti che sostiene essere accaduti sul set, a sole sei settimane dall’inizio del processo presso il tribunale federale di Manhattan.
Lively ha utilizzato i suoi canali social per dichiarare di essere «grata» della decisione della corte, che «consente al cuore della mia causa di essere presentato a una giuria il prossimo mese, e mi dà finalmente la possibilità di raccontare per intero la mia storia in aula».
«L’ultima cosa che desideravo nella mia vita era una causa legale, ma ho intentato questo procedimento a causa della pervasiva RITORSIONE che ho subito — e che continuo a subire — per aver chiesto, sia privatamente che professionalmente, un ambiente di lavoro sicuro per me e per gli altri», così scrive. «Spero che la decisione del tribunale dimostri ad altri che, per quanto possa essere incredibilmente doloroso, è possibile prendere la parola».

Screenshot del 04.04.2026
L’attrice ha inoltre invitato a non lasciarsi distrarre dalla narrazione della vicenda in quanto «celebrity drama». Il quale — a suo dire — sarebbe stato costruito «per impedirvi di riconoscervi nella mia storia». Il suo messaggio termina con l’emoji di un drago, probabile riferimento al soprannome di “Khaleesi” – da Il trono di spade – già comparso nelle conversazione diffusa con Taylor Swift, amica intima di Lively.
Nella causa, depositata per la prima volta il 31 dicembre 2024, Lively sostiene che Baldoni, la società di produzione di It Ends With Us, Wayfarer Studios, e gli altri imputati l’abbiano sottoposta a «molestie sessuali inquietanti» durante la lavorazione del film, per poi orchestrare una campagna diffamatoria online «sofisticata, coordinata e ben finanziata» contro di lei dopo che aveva deciso di parlare. Lively accusa i convenuti di aver tentato di «metterla a tacere» e «annientarla» prima che potesse rendere pubbliche le sue accuse.
«Il dolore fisico causato dalla violenza digitale è molto reale», ha scritto nella dichiarazione pubblicata venerdì. «È abuso. Ed è ovunque. Non solo nelle notizie, ma anche nelle vostre comunità e nelle scuole. Se fate attenzione, le mie accuse non saranno né il primo né l’ultimo esempio dei pericoli estremi della ritorsione e della guerra digitale. Che spesso non sarà diretta contro celebrità o persone che possono permettersi di parlare. Riguarda tutti noi».
«È già stato fatto molto lavoro cruciale per smascherare sistemi, tattiche e individui che arrecano danno. Il lavoro per creare maggiore sicurezza passa anche attraverso il processo, ma continuerà ben oltre la sua conclusione», ha proseguito.
«Non smetterò mai di fare la mia parte per denunciare i sistemi e le persone che cercano di ferire, umiliare, mettere a tacere e colpire con ritorsioni le vittime. So che poter prendere la parola è un privilegio. Non lo sprecherò», ha promesso.
Gli avvocati di Lively e Baldoni non hanno risposto immediatamente a una richiesta di commento.
In una dichiarazione separata, però, anch’essa condivisa nelle storie Instagram di Lively, l’avvocata di quest’ultima, Sigrid McCawley, ha spiegato che la maggior parte delle accuse di molestie sessuali è stata accantonata non per mancanza di fondamento, ma perché Lively è stata considerata una lavoratrice indipendente e non una dipendente. «Questo caso è sempre stato, e continuerà a essere, incentrato sulla devastante ritorsione e sulle misure straordinarie adottate dagli imputati per distruggere la reputazione di Blake Lively dopo che aveva chiesto sicurezza sul set — ed è questo il caso che andrà a processo», ha dichiarato McCawley.

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