Che festa, i trent’anni dei Subsonica a Torino | Rolling Stone Italia
Terra rara

Che festa, i trent’anni dei Subsonica a Torino

Alle OGR e in giro per la città sta andando in scena molto più di una celebrazione: un rilancio sul futuro. Stasera l’ultima delle quattro date (e la setlist è sempre diversa)

Subsonica live OGR Torino 30 anni

I Subsonica live alle OGR di Torino, 2026

Foto: Daniele Baldi

Girando per le strade di Torino in queste ultime settimane si ha l’impressione che quello che si va celebrando, nei quattro concerti sold out che i Subsonica tengono alle OGR in occasione del loro trentesimo compleanno (stasera l’ultimo), non è solo la vicenda di una band che è ormai a tutti gli effetti parte integrante della storia musicale di questo Paese, ma un’intera idea di città, di comunità, di vitalità e di alternativa per cui il suono, il movimento, le canzoni sono solo una parte. Insomma, con l’iniziativa Cieli su Torino 96-26 si festeggiano i Subsonica, sì, ma soprattutto si festeggia quella Torino innovativa e diversa che proprio la loro parabola ha permesso di rappresentare al meglio.

«C’era gente che ci provava, e c’è chi non ce l’ha fatta», dice dal palco il chitarrista Max Casacci raccontando il momento di passaggio dalla Torino industriale degli anni ’80 a quella degli anni ’90. Dalla fabbrica ai Murazzi; dal deserto urbano alla vitalità della nuova capitale del suono; dalla solitudine dell’uomo a una dimensione alla comunità scossa dalle vibrazioni dell’underground e dal coraggio incosciente di una gioventù che aveva l’occasione di costruire tutto tra locali, radio libere, gruppi.

Quel racconto, che anticipa l’esecuzione della stupenda Coriandoli a Natale scritta dal “beautiful loser” per eccellenza della leggenda torinese, Gigi Restagno (musicista e agitatore culturale, morto di overdose nel 1997), introduce la parentesi acustica di questo concerto che in tre ore ripercorre non solo la parabola artistica di un gruppo partito dai centri sociali della città con una proposta musicale ai tempi innovativa e fuori dal tempo, che univa alle suggestioni alterglobaliste della dub e del reggae (Casacci era chitarrista degli Africa Unite) lo slancio futuribile dell’elettronica che arrivava direttamente dall’Inghilterra, dove a Manchester si celebrava la seconda Summer of Love, ma una scena nel senso più nobile del termine. Uno si incontra per caso e crea qualcosa che prima non c’era cambiando per sempre la percezione, lo spirito e l’anima di quel luogo.

Ecco perché la Torino che si affaccia timidamente alla primavera 2026 è diventata un enorme “proscenio subsonico”. Oltre ai concerti, un tram trasformato in discoteca itinerante realizzando l’idea alla base del video di Discolabirinto (ve lo ricordate? Con Subsonica e Bluvertigo che suonano mentre un camion li porta in giro per una città allucinata dalle luci al neon), una mostra immersiva che ripercorre la storia del gruppo; i portici della centrale via Po allestiti con foto dei concerti della band; una serie di QR code piazzati nel quartiere di Vanchiglia (quello di cui si è letto negli ultimi mesi perché militarizzato dopo lo sgombero di Askatasuna) per accedere a contenuti multimediali sui luoghi significativi di questa vicenda. E a corredo lo spettacolo RimAngO SubsOnicO del musicteller torinese Federico Sacchi, per vivere l’esperienza davvero a 360 gradi. Per quanto mi riguarda, una cosa raramente vista in Italia.

Così come non ho mai visto in Italia un “luogo” trattato così per un concerto. Le OGR, non il posto più facile da far suonare, sono finalmente interpretate come una cattedrale post-industriale del suono. Un inconsapevole legame all’Haçienda della già citata Manchester, che suonava (male) tra spazi di vecchie fabbriche convertite in luoghi del culto edonistico. Qui le OGR suonano (bene — finalmente) e immergono completamente le migliaia di persone accorse in uno show totale con un design onnicomprensivo. Luci e schermi coprono l’intero spazio, riproducendo in tempo reale il concerto, distorcendo le immagini e sovrapponendole a collage e visual.

L’ambizione è anche commisurata alla generosità della band, che per queste sere ha pensato uno spettacolo mutevole che abbraccia tutta la sua discografia in concerti che toccano senza che nemmeno te ne accorga le tre ore di durata. Il palco si allunga, si triplica, e la band si muove tra quello centrale (dove dedica gran parte degli sforzi), quello alla nostra sinistra, quello “acustico”, dove interpretano, oltre a Coriandoli a Natale anche Incantevole e Tutti i miei sbagli — in una versione che ripropone la rilettura che ne fecero con Motta nel disco rework Microchip temporale, riconosciuta come momento di svolta per la loro storia e forse anche per l’indie italiano grazie alla partecipazione a Sanremo — e quello alla nostra destra, dove si compie un salto nel tempo.

«Benvenuti nel 1996» dice Samuel sull’incedere funk del basso. «Stessi vestiti, stessi strumenti, stesso bassista» continua introducendo Pierfunk, il primo bassista della band, in un mini set interamente dedicato al loro primo disco con i singoli Radioestensioni (dedicato alla radio libera torinese Radio Flash), Cose che non ho e la cover di Per un’ora d’amore dei Matia Bazar, la cui versione featuring Antonella Ruggero del 1997 contribuì non poco al successo nazionale dei Subsonica, eseguita oggi per la prima volta in questa residence.

Sul palco principale invece si apre e si chiude. C’è spazio per il nuovo Terre rare — disco molto bello e politico — con Radio Mogadiscio, Straniero (con la partecipazione sul palco della cantante italiana di origini palestinesi Tara), Grida e Il tempo in me; per ripescaggi da dischi come L’eclissi (Ultima risposta), Eden (Il diluvio); chicche come le bonus track per la pubblicazione del primo live Controllo del livello di rombo (2003, ventitré anni fa) L’errore e Livido Amniotico (con Veronika), l’omaggio a Franco Battiato con la loro cover di Up Patriots to Arms oltre, ovviamente, ai classici.

Perché nonostante le scalette di questa residence cambino di giornata in giornata (e ripercorrendo quelle delle altre due date si capisce come i Subsonica si siano soprattutto divertiti a ripescare e reinterpretare la propria storia), l’ossatura è nei pezzi che hanno reso i Subsonica anche una straordinaria live band. Liberi tutti (con Willie Peyote), Aurora sogna, Nuova ossessione, Nuvole rapide, Strade e soprattutto Il cielo su Torino, suonata e interpretata da tutte le persone come una sorta di abbraccio catartico collettivo su questa idea di città che anni fa ha avuto il coraggio di immaginarsi diversa e cambiarsi. Un processo non perfetto e magari non riuscito al 100%, ok, ma innegabilmente legato alla musica, alle nuove culture, alla scintilla sperimentale di un luogo che si è trasformato senza chiedersi se fosse pronto o meno.

E sinceramente non mi sento di leggere questa operazione con le lenti della nostalgia. Anzi. Se i Subsonica hanno retto trent’anni è proprio perché della nostalgia non sanno che farsene (e Terre rare è lì a dimostrarlo). Dal vivo, poi, lo spettacolo, la forza, la comunicazione e l’empatia che questa serie di concerti costruisce con il proprio pubblico va oltre il concetto di celebrazione. È, anzi, uno scambio non simbolico di nota in nota, di musica in musica. A raccontare una storia che aspetta solo il prossimo capitolo. Per la band, sì, sicuramente; ma soprattutto per questa città, che anche se non sempre se ne rende conto, ha le possibilità di tracciare quello che ancora non c’è.