C’è un’immagine capace di riassumere il secolo scorso meglio di qualsiasi trattato di sociologia: un adolescente albanese che rischia la detenzione nel carcere-miniera di Spaç, un inferno di rame e pirite dove il regime stalinista rinchiudeva i dissidenti, per il semplice possesso di una giacca di jeans o di una musicassetta dei Beatles. Sotto la dittatura paranoica di Enver Hoxha, l’Albania è stata definita per decenni il buco nero d’Europa da storici come Bernd J. Fischer o Miranda Vickers. Un esperimento di isolazionismo estremo dove il pop era marchiato dallo Stato come decadenza capitalista e influenza liberale borghese.
Il punto di non ritorno fu il 1972, l’anno del Festivali i Këngës 11, un timido tentativo di portare sul palco ritmi moderni e capelli leggermente più lunghi che scatenò una purga spietata. Hoxha ordinò l’arresto e la condanna ai lavori forzati per quasi tutti gli organizzatori e gli artisti coinvolti, colpevoli di aver “avvelenato” la gioventù con estetiche occidentali. Da quel trauma nacque una forma di resistenza tecnologica quasi commovente: le antenne televisive venivano costruite artigianalmente nelle soffitte, usando lattine di Coca-Cola, trasformatori modificati e chilometri di fili di rame per intercettare, nel buio delle case, i segnali disturbati che arrivavano dall’Italia. Per un’intera generazione, Rai 1 e Telenorba non sono stati solo canali televisivi, ma i cannocchiali puntati su un mondo proibito.
«L’Italia per me è una seconda casa», racconta la cantante albanese Elvana Gjata a Rolling Stone, in un italiano fluido. Una lingua imparata non a scuola, ma decifrando i testi delle canzoni che ascoltava da piccola. «Sono cresciuta con la vostra televisione. Da piccola passavo le ore a studiare come si muovevano le popstar. Cantavo Laura Pausini, Giorgia, Adriano Celentano. Interpretavo Pensieri e parole di Lucio Battisti senza nemmeno aver mai visto un suo disco fisico. Ogni volta che vengo in Italia sento un’energia familiare, è il Paese che mi ha insegnato a sognare quando sognare era illegale».
Fino a pochi anni fa, il successo albanese nel mondo seguiva un copione fisso: la fuga. Il talento di Tirana era una materia prima grezza che doveva essere raffinata negli studi di Londra o Los Angeles per diventare appetibile. Il fenomeno Elvana Gjata rompe questo schema. Lei non è una popstar che cerca fortuna altrove, è il simbolo del potere d’esportazione diretto di Tirana. Invece di trasferirsi all’estero per inseguire una major, ha costretto l’industria globale a fare rotta verso di lei e ha attirato nei suoi studi gente come Poo Bear (che ha collaborato con Justin Bieber) e Danny Shah (Kylie Minogue). E questo in una città che, solo trent’anni fa, non aveva nemmeno i semafori funzionanti.
«Il segreto è che noi artisti albanesi non abbiamo mai pensato in piccolo», spiega. «Non abbiamo aspettato che qualcuno ci aprisse la porta o ci desse il permesso di entrare nel mercato. Abbiamo costruito la nostra casa, con i nostri studi e la nostra visione, e poi abbiamo invitato gli ospiti migliori. La nostra prospettiva è sempre stata internazionale. Non è marketing, è necessità».
Nel giro di pochi anni l’Albania è passata dal buio isolazionista alla fibra ottica e al 5G, saltando decenni di lenta evoluzione analogica. Dal vinile alle musicassette, dalle radio libere alle piattaforme di streaming fino ad arrivare a TikTok. Questo vuoto storico è stato colmato da una fame bulimica di tecnologia e riscatto. Se Medellín ha usato il reggaeton per riscrivere un’immagine internazionale sporcata dal narcotraffico, Tirana sta usando il pop come uno strumento di soft power per dichiarare la propria egemonia culturale sui Balcani. La cura non si ferma al suono ma coinvolge anche la parte visuale con maestranze internazionali e post-produzione affidata a laboratori d’élite tra Berlino e Londra specializzati in blockbuster e alta moda.
Per capire perché l’unico concerto italiano di Gjata, domenica 10 maggio al Forum di Milano, è un piccolo evento che va oltre la musica (nel 2025 ad Assago aveva fatto sold out Alban Skënderaj), bisogna resettare la memoria collettiva. E avere il coraggio di sovrascrivere le immagini sgranate del mercantile Vlora, che l’8 agosto 1991 portò 20 mila persone ammassate nel porto di Bari. Quella che per l’Italia è stata una ferita umanitaria, per l’Albania è stata la radice di un nuovo inizio, passata anche attraverso il trauma del crac delle piramidi finanziarie nel 1997, che trascinò il Paese in una profonda crisi sociale.
Oggi, quella comunità è una realtà dinamica, giovane e iper-connessa. Secondo i dati Istat (aggiornati al 1° gennaio 2025), i cittadini albanesi regolarmente residenti in Italia sono oltre 414 mila. Ma il dato locale è ancora più impressionante: più di 82 mila vivono in Lombardia, di cui oltre un quarto presente solo nell’area metropolitana di Milano. I “figli della Vlora” sono cresciuti e parlano tre lingue. Sono anche loro che spingono il pop made in Tirana.
Dietro a questa voglia di ascesa c’è lo stacanovismo della fame, la voglia di eccellere nata dalle privazioni del secolo scorso e trasformata in una disciplina militare, il desiderio di dimostrare al mondo che Tirana non è più una periferia. «Quel filo che ci unisce è la mentalità», dice la cantante albanese. «Quando vieni da un posto piccolo e con una storia difficile, hai più voglia di dimostrare il tuo valore. Lavoriamo duramente perché sappiamo che nulla ci è dovuto».










