Un giudice federale ha respinto le principali accuse di molestie sessuali e diffamazione avanzate da Blake Lively contro Justin Baldoni e i suoi soci d’affari, ridimensionando in modo significativo la causa — molto mediatica — legata al film It Ends With Us, a sole sei settimane dall’inizio del processo presso il tribunale federale di Manhattan.
In una nuova sentenza di 152 pagine emessa giovedì 2 aprile, il giudice distrettuale statunitense Lewis Liman ha annullato 10 delle 13 accuse presentate da Lively, lasciando in piedi soltanto quelle relative a ritorsione e violazione contrattuale nei confronti dei produttori del film, oltre all’accusa di favoreggiamento della ritorsione contro The Agency Group PR. L’inizio del processo è fissato per il 18 maggio.
Nella causa, depositata per la prima volta il 31 dicembre 2024, Lively sosteneva che Baldoni, la casa di produzione Wayfarer Studios e gli altri imputati l’avessero sottoposta a molestie sessuali «inquietanti» durante la lavorazione del film, per poi colpirla con una campagna diffamatoria online «sofisticata, coordinata e ben finanziata» dopo che aveva deciso di denunciare quanto accaduto. Secondo l’attrice, gli imputati avrebbero cercato di «metterla a tacere» e «annientarla» prima che potesse rendere pubbliche le sue accuse.
In un passaggio significativo della decisione, il giudice Liman ha respinto la tesi secondo cui alcune azioni improvvisate da Baldoni durante le riprese di una scena di ballo lento — in cui avrebbe «fatto scivolare lentamente le labbra dall’orecchio lungo il collo» dell’attrice sussurrando «hai un profumo buonissimo» — avrebbero creato un ambiente di lavoro ostile.
«Non c’è dubbio che questo comportamento potrebbe avvalorare un’accusa di ambiente di lavoro ostile se si fosse verificato in fabbrica o in un ufficio dirigenziale. Ma in tutti i casi di molestie sessuali, il tribunale deve considerare attentamente il contesto sociale in cui un determinato comportamento si verifica e viene percepito dalla persona che lo subisce», ha scritto il giudice, concentrandosi sul fatto che la condotta riflettesse o meno ostilità o discriminazione basata sul genere.
«Stava recitando nella scena. Anche assumendo che stesse improvvisando, il comportamento non si discostava da quanto ci si potrebbe ragionevolmente aspettare tra due personaggi durante una scena di ballo lento», ha aggiunto. «La condotta era rivolta al personaggio interpretato da Lively e non a Lively stessa. Gli artisti creativi, non meno degli autori di una writers’ room comica, devono avere un certo margine per sperimentare entro i limiti di una sceneggiatura concordata senza il timore di essere ritenuti responsabili di molestie sessuali».
Il giudice ha tuttavia riconosciuto l’esistenza di prove secondo cui Lively sarebbe stata spinta a girare una scena di parto apparendo nuda dalla vita in giù, coperta soltanto da «un sottile pezzo di tessuto nero», senza un set chiuso né un intimacy coordinator, in violazione del suo contratto. Ha inoltre citato testimonianze secondo cui Baldoni avrebbe detto ai membri della troupe che Lively non aveva mai guardato pornografia, un’osservazione che, secondo il giudice, «non aveva alcun apparente legame con il processo creativo» e che la isolava in modo potenzialmente interpretabile come sessuale. Considerando i fatti nella luce più favorevole all’attrice, il giudice ha ritenuto vi fossero «prove sufficienti» perché Lively potesse ragionevolmente ritenere di essere stata esposta a un ambiente di lavoro ostile.
Nonostante ciò, le accuse di molestie sessuali non hanno retto sul piano giuridico. Il giudice ha stabilito che Lively fosse una lavoratrice indipendente e non una dipendente tutelata dalle normative invocate, sottolineando che «non vi è alcuna reale controversia» sul fatto che esercitasse un ampio controllo sulle decisioni relative al film e al proprio ruolo.
Nel confermare invece le accuse di ritorsione, il giudice ha osservato che «alcune condotte hanno quantomeno oltrepassato il limite». Ha riconosciuto che Baldoni e i suoi partner avessero il diritto di ricorrere a professionisti delle pubbliche relazioni e della gestione delle crisi per proteggere la propria reputazione, ma ha precisato che «esistono limiti alla risposta che un accusato può adottare di fronte a denunce di molestie. Arriva un punto in cui l’imputato smette di difendersi e inizia a intraprendere azioni che una giuria ragionevole potrebbe interpretare come ritorsione per il fatto che l’accusatore abbia avuto l’audacia di avanzare accuse».
L’avvocata di Lively, Sigrid McCawley, ha dichiarato giovedì che la maggior parte delle accuse di molestie sessuali è stata accantonata non per mancanza di fondamento, ma perché Lively è stata qualificata come lavoratrice indipendente e non come dipendente.
«Questo caso è sempre stato, e resterà, incentrato sulle devastanti ritorsioni e sulle misure straordinarie adottate dagli imputati per distruggere la reputazione di Blake Lively perché ha difeso la sicurezza di un buon ambiente di lavoro sul set, ed è questo il caso che andrà a processo», ha affermato McCawley. «Per Blake Lively, ottenere giustizia significa anche che le persone e le strategie alla base di questi attacchi digitali coordinati siano state smascherate, e che stiano già affrontando conseguenze grazie anche ad altre donne prese di mira. Non vede l’ora di testimoniare in aula e di continuare a fare luce su questa forma violenta di ritorsione online, affinché diventi più facile riconoscerla e contrastarla».
Gli avvocati di Baldoni, Alexandra Shapiro e Jonathan Bach, hanno invece parlato di una vittoria. «Siamo molto soddisfatti che il tribunale abbia respinto tutte le accuse di molestie sessuali e ogni accusa nei confronti dei singoli imputati», hanno dichiarato, riferendosi alle contestazioni rivolte direttamente a Baldoni, ai suoi partner produttivi Jamey Heath e Steve Sarowitz, e alle professioniste delle pubbliche relazioni Melissa Nathan e Jennifer Abel.
«Si trattava di accuse molto gravi e siamo grati alla Corte per l’attenta valutazione dei fatti, del diritto e dell’ingente mole di prove presentate», hanno aggiunto i legali della difesa. «Rimane un caso significativamente ridimensionato e attendiamo di presentare la nostra difesa sulle accuse residue in tribunale».
Lo scontro legale tra Lively e Baldoni è diventato di dominio pubblico alla fine del 2024, quando il New York Times ha pubblicato, il 21 dicembre 2024, un’inchiesta intitolata «‘We Can Bury Anyone’: Inside a Hollywood Smear Machine», rivelando che Lively aveva presentato una denuncia preliminare contro Baldoni presso il California Civil Rights Department.
Da allora, la vicenda ha coinvolto anche altri personaggi noti, tra cui il marito di Lively, Ryan Reynolds, e la superstar della musica Taylor Swift. In un messaggio del 2024 emerso negli atti processuali, Swift sembrerebbe riferirsi a Baldoni scrivendo: «Penso che questo stronzo sappia che sta per arrivare qualcosa, perché ha tirato fuori il suo minuscolo violino».
Altri messaggi mostrerebbero Lively riferirsi a se stessa come a una Khaleesi, personaggio e regina de Il trono di spade, con Reynolds e Swift descritti come i suoi «draghi». In un altro messaggio indirizzato a Swift, avrebbe definito Baldoni un «clown».











