C’è un momento in cui il jazz smette di essere storia e torna importante nel presente. E di solito coincide con Enrico Rava che sale su un palco. Accadrà il 3 aprile al Blue Note di Milano, quando il trombettista porterà dal vivo il suo quintetto Fearless Five plus One. Intanto ha già inciso un nuovo disco con la band, che vedrà la luce prima dell’estate, impreziosito dalla presenza di Joe Lovano, grande sassofonista americano.
Nel frattempo, a 86 anni, Rava continua a muoversi dentro la musica con una lucidità che ha poco a che fare con la nostalgia e molto con la pratica quotidiana. Quando ci racconta il mestiere, in questa lunga intervista, ribalta subito la prospettiva: «Il vero lavoro è il viaggio, non fare musica». Così in scena si alleggerisce tutto quello che fuori affatica. Anche i miti restano tali ma senza retorica: il periodo d’oro del jazz, da Armstrong a Coltrane,«è irripetibile», e ci ha spiegato di quando ha suonato davanti a Miles Davis e ha dovuto «chiamare a casa per farmi portare il Valium».
È da lì che parte il suo sguardo su quella che oggi viene chiamata musica. Non una questione generazionale, ma di relazione: «Sento tanti suoni che non mi arrivano. Non mi sembra nemmeno più musica». Il punto non è il rifiuto del cambiamento, ma l’assenza di qualcosa di centrale: «Non c’è anima, cuore, espressione». L’Auto-Tune diventa allora il simbolo di uno scarto, «una tecnologia che rende intonati gli stonati», mentre la trap con «testi demenziali e pieni di violenza spaventosa» e l’intelligenza artificiale spingono verso uno scenario in cui «tra poco ci sostituirà un algoritmo».
Eppure, dentro questo paesaggio il jazz non è in ritirata. Lo stato di salute? «Direi ottimo», ci ha raccontato parlando della scena italiana, seconda solo agli Stati Uniti. Il problema, semmai, è un altro: capire quando la musica è un dialogo e quando diventa esibizione, «come al circo». Anche perché certe influenze pesano ancora oggi: John Coltrane è stato un «colpevole inconsapevole», mentre Chet Baker, «un tossico perso», è stato anche «un artista incredibile».
Poi ci sono le eccezioni che riconosce senza esitazioni. I Måneskin «meritavano il successo», al di là di ogni discussione su cosa sia o non sia rock: «Chissene frega». E sul presente dell’industria il giudizio è netto: «Per me la fine del disco è un aspetto tremendo». E ammette: «Non frequento lo streaming, restituisce ai musicisti lo zero virgola sugli introiti». Perché la musica, per Rava, cresce soltanto stando insieme: «Come se stessimo tutti dipingendo un affresco».
A 86 anni tornerà a breve con un nuovo disco e domani si esibirà al Blue Note di Milano. Ha un’attività musicale che fa invidia a un ragazzo: come vive questo momento?
Benissimo, anche se non posso dimenticarmi dell’aspetto tremendo che ho 86 anni, per cui sto come può stare uno della mia età, con una serie di acciacchi. Per il resto va tutto alla grande. Non ho perso la passione, il desiderio e la magia di suonare. Non ho la stessa energia, non dico di trent’anni fa ma neanche di dieci. Ogni anno, passati gli 80, pesa come se fossero cinque. Quando ho compiuto 80 anni mi hanno invitato per farmi gli auguri in tutti i festival del mondo, ho fatto un tour de force pazzesco, tanto che oggi a pensarci devo stendermi sul letto.
Che rapporto ha oggi con la musica?
Non manca la passione. Continuo ad amare moltissimo la musica. Non so quanto tempo mi sia ancora concesso, anche se ho dovuto ridurre di molto la mia attività. Per prima cosa ho eliminato completamente i viaggi intercontinentali. Suono in Italia e in Europa, cerco di prendere meno possibile gli aerei.
Molti musicisti sottovalutano quanto sia impegnativo viaggiare. Quanto incide sulla vita di un artista?
A un certo punto il vero lavoro è il viaggio, non fare musica. Tra il fare e disfare le valigie, le attese negli aeroporti, il jet lag, il trovare i ristoranti a orari particolari e anche cibo adeguato, visto che è difficile mangiare bene come in Italia, è tutto molto faticoso. Una volta sul palco è solo divertimento.

Foto: Andrea Boccalini
Nel pop si parla spesso, in particolare per i più giovani, di pressione e burnout. Nel jazz accade qualcosa di simile oppure è un ambiente più sostenibile?
L’ambiente del pop lo conosco in modo superficiale, così come i personaggi che diventano famosi da un giorno all’altro. Leggo dei nomi che sono per me completamente sconosciuti e non è neanche che abbia tanto la voglia di conoscerli. A volte i rapper usano sigle che io non riesco a collegare con un volto, meno che mai con una musica. Non perché sia indifferente ad altri generi, non sono un fissato solo del jazz, amo molto il rock, la musica classica, quella brasiliana, però altri li sento in radio e non ci trovo nessun senso, almeno per me. Detto questo, per arrivare in cima ci vuole più tempo e soprattutto bisogna avere delle qualità.
Quando ascolta la trap, la percepisce come musica o come qualcosa di completamente diverso?
Sento tanti suoni che non mi arrivano. Non mi sembra nemmeno più musica. In generale mi sembra quasi il cammino verso il futuro aperto dall’intelligenza artificiale. Tra poco non ci sarà neanche più bisogno di un essere umano, ci sostituirà un algoritmo. È impressionante. L’altro giorno ho visto un trombonista che, in pochi minuti, con l’AI ha realizzato un brano con orchestra e coro. E alla fine stava in piedi. Non era peggio di tanti che sento alla radio. Ora ci ridiamo sopra, ma rischiamo davvero la sostituzione.
Non c’è niente che l’ha almeno incuriosita?
I trapper hanno dei testi demenziali e pieni di violenza spaventosa. Per non parlare di quelle invenzioni come l’Auto-Tune, una tecnologia che rende intonati gli stonati, qualcosa di inaccettabile. Noi jazzisti suoniamo strumenti reali e antichi, difficili da maneggiare, ci facciamo il mazzo per migliorare e non possiamo accettare il concetto che con le macchinette fai tutto. Con l’Auto-Tune non c’è anima, cuore, espressione e il suono è pessimo.
In che stato di salute è il jazz oggi?
Direi ottimo. C’è un vasto pubblico, più di prima. Ci sono tanti nuovi giovani, che forse iniziano a non poterne più della musica di cui parlavamo prima. La situazione italiana è pazzesca: c’è una quantità enorme di musicisti jazz giovanissimi e bravissimi. Non capisco come abbia fatto a svilupparsi in questo modo e in massa. Tanto che la rivista americana The New York City Jazz Record ha stabilito come l’Italia attualmente sia il Paese più ricco di musicisti subito dopo gli Stati Uniti. Una novità assoluta. Ai miei tempi eravamo il fanalino di coda.
Gli Stati Uniti restano comunque un riferimento irraggiungibile?
Il livello è altissimo a livello teorico e tecnico, però di oggi ci sono poche cose che mi emozionano. Si concentrano su pezzi molto complicati da eseguire e, di conseguenza, da ascoltare. Comunque questa musica continua a rinnovarsi, in tutti i sensi. È chiaro che il momento magico del jazz è stato un altro ed è irripetibile. Dagli anni ’20 agli anni ’60-’70 si è susseguita una schiera di geni: Louis Armstrong, Charlie Parker, Duke Ellington, Dizzy Gillespie, Miles Davis, Sonny Rollins, John Coltrane, Bill Evans. Ogni tanto mi chiedono chi oggi può prendere il loro posto, e la mia risposta è sempre: nessuno, ovviamente. Era un momento storico diverso.
Sono stati i pionieri.
Hanno proprio inventato tutto quello che poi gli altri hanno riprodotto. Prima non c’era nulla di simile. Oggi stiamo praticamente lavorando su quello che hanno inventato loro. Si è arrivati al massimo dell’evoluzione musicale. Dopo il free jazz e la fusione con la musica contemporanea, l’unico atteggiamento possibile è tornare su quello che è stato già fatto in passato. L’ultima grande innovazione sul linguaggio è di Ornette Coleman, ma parliamo degli anni ’60. Quella stagione non è ripetibile: è stata come l’Italia del Rinascimento, con tanti geni concentrati in pochi anni.

Foto: Roberto Cifarelli/ECM Records
Nel suo libro Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz ha definito Miles Davis un tiranno. Come mai?
Innanzitutto era un genio. E come carattere, dai tanti racconti che sono stati riportati, sembrava bipolare: tanto gentile in un momento quanto brutale un attimo dopo. Io credo si sia dovuto costruire tutta una serie di difese fin da quando era ragazzino, perché era di una famiglia alto borghese, abbastanza ricca. Il padre era un dentista e aveva una casa in campagna con i cavalli. Ha avuto un’infanzia da benestante e si è trovato, quando si è trasferito a New York a 18 anni, catapultato in un ambiente molto diverso. I musicisti di colore dell’epoca venivano dal ghetto. Quindi veniva costantemente sfruttato, visto che aveva disponibilità economiche, o preso in giro perché era di buona famiglia. Dopo essersi formato un carattere forte è diventato rapidamente anche il numero uno a livello musicale.
Quali sono le caratteristiche che l’hanno colpita di più di Miles Davis?
Il primo disco che ho ascoltato era del 1953 e, da subito, mi ha colpito il suono. Era capace di una profondità e di un’espressività mai sentite prima. E poi la costante innovazione: non si è mai fermato. Cercava sempre di spingersi in avanti, anche nella scelta dei musicisti. Alcuni non erano neanche conosciuti, lui li trasformava in breve tempo in fenomeni. John Coltrane, che all’inizio era un sassofonista trentenne di terza fila, nel giro di tre anni con Miles è cresciuto a livelli pazzeschi. Creava una situazione nella quale i musicisti erano liberi di esprimersi e dare il meglio.
Lei ha conosciuto personalmente Miles Davis. Che ricordo conserva di quell’incontro?
Nel 1969 suonavo a New York nel gruppo Gas Mask prodotto da Teo Macero, che era anche il produttore di Miles Davis. Una sera suonavamo all’Ungano’s, il tempio del jazz-rock dove aveva suonato anche Jimi Hendrix, e Macero mi aveva avvisato che sarebbe passato Miles. Non ci ho creduto, ma mentre aspettavo che arrivasse il pubblico vedo un nero bellissimo ed elegantissimo che viene verso di me. «Oddio è Miles», ho pensato. Mi si avvicina, mi parla con la sua tipica voce, che conoscevo solo dai dischi: «Are you playing tonight?». E quando gli dico di sì, risponde: «I’m coming to check on you».
Dev’essere stata una bella responsabilità suonare davanti a Miles Davis.
Ho chiamato casa per farmi portare il Valium. Così mi sono esibito con tranquillità, ho suonato benissimo e, una volta sceso dal palco, Miles è venuto da me, mi ha dato un pugno amichevole e ci siamo messi in un angolo a chiacchierare con la folla intorno. Mi ha spiegato tante cose di musica e che adorava la cucina italiana. È stato molto carino.
Non avete mai avuto occasione di suonare insieme?
Purtroppo no. Io ero agli inizi e lui era su un altro pianeta.
Di John Coltrane, invece, lei ha detto che è stato un «colpevole inconsapevole», nel senso che molti lo hanno imitato fin troppo.
C’è stato un periodo, durato fino a pochi anni fa, nel quale tutti i sassofonisti, o quasi, suonavano come John Coltrane. Era diventato insopportabile. Con Miles Davis questo non è avvenuto: ha avuto pochissimi imitatori. Per Coltrane è successo perché era talmente eclatante la sua diversità rispetto a tutti gli altri che sembrava impossibile sottrarsi alla sua influenza. È stata una presenza molto ingombrante.
Un altro musicista che ha conosciuto bene è Chet Baker.
Il problema di Chet è che era un tossico perso. Quella è stata la sua disgrazia. Era un artista incredibile, completamente autodidatta. È apparso nel 1952 e, di colpo, è esploso come il nuovo fenomeno del jazz. Non a caso l’anno dopo vinse il referendum come miglior trombettista americano. Una scelta sbagliata, c’erano ancora Miles Davis, Clifford Brown, Dizzy Gillespie, ma era diventato la grande speranza bianca. In più aveva fatto un disco in cui cantava molto bene e aveva una faccia che piaceva tantissimo alle ragazzine, tanto è vero che lo chiamarono a Hollywood per girare un film.
Un’ascesa che, però, si è presto interrotta.
Un attimo prima di fare questo film è dovuto scappare, inseguito dalla polizia, perché era già tossico. Per quello è arrivato in Europa. Ha continuato tutta la vita ad avere problemi con spacciatori e forze dell’ordine, entrando e uscendo di galera, ma riuscendo ogni volta che suonava a creare momenti sublimi. Quella vita lo ha distrutto a 58 anni.
Non è stato l’unico musicista di quella generazione ad avere problemi con la droga.
In quegli anni erano quasi tutti coinvolti nella droga. Chi non si faceva era fuori dal giro. Se ti facevi eri uno giusto, se non ti facevi eri out. Anche Miles Davis aveva avuto un periodo tremendo, c’era quasi rimasto secco negli anni ’50, poi ne è uscito. In quella scena c’erano quelli più deboli e quelli meno deboli. Chet era particolarmente debole: non è mai riuscito a uscirne. Ogni tanto lo diceva, anche pubblicamente, ma era tutta una balla.
Le sostanze possono aiutare la creatività?
Le sostanze possono dare un’euforia o momenti di gioia, ma non è assolutamente necessario farne uso per avere ispirazione. Charlie Parker, altro tossico, veniva emulato non solo nello stile musicale ma anche nello stile di vita, come se drogarsi come Parker li facesse suonare come lui. Ma non è quello che crea la creatività.
Ha raccontato che il jazz le ha salvato la vita. In che senso?
Nel periodo in cui vivevo con i miei e a scuola andavo malissimo, a un certo punto, verso i 17 anni, sono entrato nell’azienda di famiglia. Detestavo quel lavoro, l’alzarmi ogni mattina per andare in ufficio, e ho passato sei, sette anni durante i quali, ogni tanto, mi sarei buttato dalla finestra. Non riuscivo a immaginare il mio futuro in quel modo. Avevo la passione della musica e facevo una vita difficile. Tutte le sere uscivo con gli amici per suonare, ascoltare dischi, bere e fumare fino alle 5 del mattino, poi alle 7 mi dovevo svegliare per andare in ufficio. Mi toccava mettermi nei bagni per dormicchiare un po’, ma poi mi svegliavano gli altri impiegati perché dovevano fare i loro bisogni.
Quando ha capito che la musica sarebbe diventata il suo destino?
In una di queste serate musicali ho conosciuto Gato Barbieri, che ha suonato con me. Mi ha fatto conoscere la musica a un livello che non avevo mai sentito: sono impazzito per quel modo di approcciarla e siamo rimasti tutta la sera a parlare. Dopo qualche mese mi ha chiamato, ho mollato tutto e in famiglia la mia scelta è stata una tragedia.
E poi cos’è cambiato nella sua vita?
Dal momento esatto in cui sono partito per Roma, insieme a Franco Mondini, che era il batterista di Chet Baker, eravamo così contenti che in macchina abbiamo cantato a squarciagola per tutto il tempo. Non c’era nemmeno l’Autostrada del Sole, si percorreva ancora l’Aurelia, un viaggio lunghissimo. Per me è stato come entrare in un mondo di gioia. In seguito è andato tutto bene: ho avuto fortuna, ho incontrato i musicisti giusti e anche a New York sono stato accolto da tutti senza nessun problema. La musica mi ha regalato una vita che vorrei rifare.
Il tumore ai polmoni che ha superato ha cambiato il suo modo di essere musicista?
È arrivato durante il periodo del Covid e, per fortuna, l’ho scoperto in tempo. Ora ho un pezzo di polmone in meno. Non mi sono neanche preoccupato troppo: avevo già 82 anni, per cui, se doveva succedere, avevo già vissuto abbastanza. Invece mi hanno operato e non ho dovuto neanche fare la chemioterapia, per cui non ho avuto gravi conseguenze. Sono rimasto senza suonare tre mesi, però la prima volta che ho suonato è stato quando ho registrato il disco The Song Is You con Fred Hersch nel 2022. Qualche dubbio mi era venuto dopo il periodo di inattività, poi con calma, senza sforzare troppo, ho recuperato. Tutti credono che per suonare la tromba siano necessari chissà quali polmoni, ma non è vero. Suonare la tromba è come parlare, quindi bisogna economizzare il fiato. In quello la malattia non mi ha dato fastidio. Ho molte più difficoltà a fare una rampa di scale, che sembra di scalare il K2.

Enrico Rava suona con Stefano e Frida Bollani. Foto dal documentario ‘Tutta vita’
È considerato uno dei musicisti che hanno aiutato di più i giovani, come si vede anche nel documentario di Valentina Cenni e Stefano Bollani Tutta vita. Si sente un ponte tra generazioni?
A diversi musicisti, tra i più gettonati oggi, sicuramente ho accorciato la gavetta, perché si sono trovati prima a suonare in un circuito che conta. Ma parliamo di musicisti strepitosi, che non avrebbero avuto bisogno soltanto di me. Forse ci avrebbero messo un po’ di tempo in più, ma ce l’avrebbero fatta anche da soli. Non mi considero un talent scout: io chiamo dei musicisti perché condividono con me la stessa visione della musica. Per suonare con me essere bravi non basta, bisogna avere la capacità di ascoltare, dialogare ed essere disponibili a ricevere degli input e a restituirli. La musica si nutre di questa empatia, è un dialogo continuo tra i musicisti. Sembra normale, invece molti musicisti sono bravi tecnicamente ma mancano di empatia. Ho sentito decine di concerti di star americane dove ognuno fa il suo assolo, però collettivamente non creano niente. Io quella musica non la sopporto.
Cosa serve allora?
Se uno vuole solo far vedere quanto è bravo è come andare al circo, dove ognuno fa il suo numero, prende gli applausi ed esce di scena. La musica che piace a me è quando cresce perché tutti stanno lavorando per gli altri. Come se stessimo tutti dipingendo un affresco: c’è chi aggiunge il necessario e chi toglie il superfluo. Per mia fortuna, in particolare dopo ogni seminario a Siena Jazz, ho sempre incontrato questo tipo di musicisti.
In Italia, però, non è sempre facile per i giovani incontrare musicisti affermati.
È vero, perché l’Italia è rimasta quella dei Comuni. A Parigi o a New York, se stai un mese, conosci tutti, perché tutti quelli bravi vanno lì. Da noi ogni città ha la sua scena e molto raramente i musicisti si muovono per incontrarsi. A Milano ci sono due o tre musicisti strepitosi, ma che non suonano quasi mai fuori da Milano. Oppure vanno una volta a Torino e poi non ci tornano per anni. Non abbiamo una grande città che sia un centro per il jazz. L’unico luogo in cui, per tre settimane d’estate, arrivano i migliori da tutta Europa è Siena.
Ha registrato recentemente un nuovo album con i Fearless Five e Joe Lovano come ospite.
Il discorso sui dischi è molto triste. Ormai li faccio perché mi piace farli: se ne parla tra musicisti, qualche rivista specializzata ne scrive, ma poi rimane tutto lì. Non ci sono più neanche i negozi di dischi, salvo rari casi. Anche gli appassionati di jazz ascoltano tutto sulle piattaforme streaming e magari preferiscono un brano a tutto l’album. C’è un ritorno dei vinili e sembra anche del CD, che a me piace perché la musica si sente bene ed è comodo da portare in giro.
Non le piace la musica in streaming?
Per me la fine del disco è un aspetto tremendo. È grazie ai dischi che ci ricordiamo cos’è stata questa musica, altrimenti non ci sarebbe nulla. Il negozio era bello anche come luogo di ritrovo: si incontravano altri appassionati o musicisti. A volte il titolare era competente e consigliava le nuove uscite. La sparizione di tutto questo per me è molto negativa.
Ha mai ascoltato musica sulle piattaforme?
No, non frequento lo streaming. Sono tutte piattaforme, tra Spotify e YouTube, che restituiscono ai musicisti lo zero virgola sugli introiti. In pratica utilizzano il lavoro di un sacco di professionisti che però non vedranno mai un euro, o vedranno le briciole dal punto di vista economico. Un amico francese ha un pezzo con cinque, sei milioni di ascolti e mi raccontava di aver ricevuto poche centinaia di euro. È così, cosa ci possiamo fare? Però questa situazione non mi piace.
I Måneskin avevano conquistato anche il pubblico internazionale. Li ha mai ascoltati?
Certo, e secondo me si meritavano il successo che hanno avuto. Mi piacevano già all’inizio, quando non erano famosi all’estero. Mi avevano colpito per la presenza scenica e anche musicalmente. C’erano polemiche se i Måneskin fossero rock o meno, ma chi se ne frega! L’importante è che la loro musica sia bella e che arrivi alle persone che ascoltano.
Per caso segue anche il Festival di Sanremo?
No, non lo guardo più. Mi annoia. Una volta mi capitava di ascoltare qualche canzone, in particolare alla radio. Poi, da più di trent’anni, ho rinunciato alla televisione e quindi da allora non vedo e non sento nulla. In generale non ci sono canzoni, personaggi o conduttori che mi colpiscono.
Ha mai ricevuto inviti per partecipare a Sanremo?
Un paio di volte ho avuto l’occasione di partecipare come ospite di cantanti, non ho accettato. In una mi hanno chiesto di produrre una cantante, ma ho rifiutato. Non ho nulla contro Sanremo, semplicemente, se non ho la possibilità di aggiungere qualcosa di valido, preferisco non farlo. Dipende da chi mi invita, non ho pregiudizi verso il pop. Ho suonato con Gino Paoli, Ornella Vanoni, Ivano Fossati, Massimo Ranieri. Ma di andare a Sanremo non ci tengo.
A questo punto della sua vita teme più il silenzio o il rumore?
Il rumore nella vita mi fa paura, ma io lo rifuggo. Ho migliaia di dischi: preferisco sentire quello che è di qualità e mi può interessare. Se per silenzio intendiamo quello eterno, un po’ di effetto lo fa. Ma non è paura, è rassegnazione.
Ha ancora un sogno musicale?
Andare avanti ancora un po’ a fare musica di livello. Tutto quello che ho desiderato l’ho realizzato e non ho sogni nel cassetto. Alla mia età è difficile progettare il futuro. Ma, finché starò bene, la musica non mi abbandonerà mai.










