C’è una nuova Nordic Wave, nuova nel senso di (ben) post Dogma, in città. Il disperatamente bello (cit. da un’amica) Sentimental Value ha appena vinto l’Oscar come miglior film internazionale. I norvegesi Joachim Trier e il suo sceneggiatore Eskil Vogt (anche regista: vedi il bel The Innocents, 2021) sono i MVP del momento. In sala c’è il notevole Mio fratello è un vichingo di Anders Thomas Jensen, danese di lungo corso, debuttante in era Dogma, poi autore dei copioni di Susanne Bier (Non desiderare la donna d’altri, Dopo il matrimonio e In un mondo migliore, che pure a suo tempo vinse l’Oscar) e in tempi più recenti regista in proprio (in Italia era arrivato, prima di quest’ultimo, Le mele di Adamo). La stessa Bier è stata una delle fautrici di questo re-innamoramento nei confronti degli scandinavi su scala globale, tanto da essere poi rubata da Hollywood per progetti da Studio non sempre ispiratissimi (Bird Box, le serie The Undoing e The Perfect Couple, ora Practical Magic 2).
E poi, tolti i nomi già affermati alla Thomas Vinterberg e Nicholas Winding Refn, ci sono i casi più recenti: Dag Johan Haugerud dalla Norvegia (bellissima la trilogia Sex, Love e Dreams: quest’ultimo ha vinto l’Orso d’oro a Berlino l’anno scorso, li trovate tutti su MUBI), il danese di origine iraniana Ali Abbasi (Border, Holy Spider, The Apprentice negli States), lo svedese di padre egiziano Tarik Saleh (gli splendidi noir Omicidio al Cairo e La cospirazione del Cairo, il 23 aprile arriva in sala Le Aquile della Repubblica), il nipotino di Bergman (Halfdan Ullmann Tøndel: il suo Armand ha vinto la Caméra d’or a Cannes 2024), tantissimi altri, insieme ad attori e attrici che stanno diventando star a loro volta (su tutti: Renate Reinsve).
E c’è Kristoffer Borgli, che è la ragione di questo pezzo e di questa lunga premessa. 40 anni, norvegese pure lui, dopo l’esordio con DRIB (2017) è esploso su scala cinefilo-mundial con Sick of Myself (2022), e quel film gli è bastato per essere anche lui acchiappato negli States, ma dalle produzioni più indie-hipster. Difatti, nel 2023, ecco Dream Scenario, un pazzo character study con Nicolas Cage in una delle sue tante weirdo-renaissance degli ultimi anni.
Stacco, e arriva The Drama – Un segreto è per sempre (nelle sale con I Wonder Pictures dal 1° aprile), che sull’immaginario antropologicool (scusate) precedente mette un carico da novanta, vale a dire due star come Zendaya e Robert Pattinson. Come succedeva nel cinema di una volta: chi aveva il potere di creare desiderio (dunque di portare pubblico) spesso sceglieva di fare dei detour dai soliti tracciati da Studios.
Sia Pattinson che Zendaya stanno segnando traiettorie simili. Due divi venuti da serie o saghe popolari (Harry Potter/Twilight vs. Euphoria/Spider-Man) che, negli anni, hanno scommesso su un cinema fatto dagli autori. Lui passando da Robert Eggers, Claire Denis, David Michôd, i Safdie, fino, l’anno scorso, a Lynne Ramsay. Lei continuando sul formato film la collaborazione con Sam Levinson (Malcolm & Marie) e chiamando Luca Guadagnino a dirigere Challengers, da lei anche prodotto. Si ritroveranno, quest’anno, in due filmoni di due autori “diversamente da blockbuster”: l’Odissea di Christopher Nolan e il terzo Dune di Denis Villeneuve.
Nessuno dei due stavolta produce, ma è ovvio che puntare su Borgli, e su questo copione in particolare, è una mossa chiara. Bisogna poi capire per cosa, e soprattutto per chi. Borgli si è sempre scritto i copioni come ha voluto, e questa libertà l’ha mantenuta anche in territorio USA. La domanda è: il pubblico, soprattutto di fronte a un film che è stato pensato come star vehicle, vorrà accogliere questa libertà?
Due cenni di trama per capirci, senza spoilerare il segreto del sottotitolo italiano (che però nel film arriva presto). Emma e Charlie si conoscono in un bar. Lui l’approccia parlando del libro che lei sta leggendo anche se deve googlarlo. Primo segreto. Passione, convivenza, proposal. A una cena con una coppia di amici (Alana Haim e Mamoudou Athie) a pochi giorni dal matrimonio, parte il giochino. Devi conoscere la persona che sposerai, questo è il sottotesto. Dunque, tipo gioco della bottiglia: qual è la cosa peggiore che hai fatto? Tutti dicono la propria. Imbarazzo, risatine. Poi arriva il turno di Emma. E qui mi fermo.
The Drama si innesta su questo segreto indicibile che ha molto a che fare con uno dei grandi indicibili del ’900 (e oltre): come gli europei, pur sedotti e formati dalla cultura USA, guardano gli americani. Cos’è che dividerà sempre il vecchio mondo dal nuovo, nel (ri)sentimento di entrambi? Da una parte gli europei che non accettano fino in fondo il fatto di essere stati colonizzati dalla cultura americana, dall’altra gli americani costretti a sentirsi sempre e per sempre i cugini culturalmente poveri.

Zendaya e Robert Pattinson in una scena del film. Foto: A24
È il punto di vista del regista, che si confonde con quello del protagonista maschile: Charlie è inglese come l’attore che lo interpreta, fa il curatore di un museo, è rappresentante di quella cultura del vecchio mondo che si sente minacciata dalla giovinezza (dall’ingenuità?) del mondo nuovo. E al tempo stesso ne è attratto, è attratto dalla libertà con cui le vite laggiù possono cambiare, le biografie possono prendere strade diverse, le seconde occasioni sono possibili – anzi: chi se ne importa degli errori passati.
Ripeto la domanda di prima: per chi è fatto The Drama? Di certo per i due protagonisti (molto bravi entrambi), che, dicevo, piazzano la bandierina nel cinema fighetto-d’auteur che sta ridisegnando la geografia hollywoodiana (vedi anche gli Oscar delle ultime annate). Per il suo autore, che ora deve affrontare la solita controversia retroattiva (un segreto è per sempre), ma intanto sancisce, a colpi di tappeti rossi da press tour, il suo status internazionale. Per un’idea di cinema formalmente e fortemente hipster ma, anche qui, anti-sistema (fotografia di Arseni Khachaturan, preso da Bones and All e April, prodotto da Guadagnino; montaggio di Joshua Raymond Lee col regista; musiche del veterano, ma mai polveroso, Daniel Pemberton).
Probabilmente, a dispetto della sua instagrammabilità, The Drama non è fatto per la Gen Z fan delle due star protagoniste, ma più per un pubblico adulto che vuole essere trattato come tale. Non tutto è fuoco, soprattutto nella parte centrale che un po’ s’incaglia nelle ripetizioni, ma il passo è quello del pamphlet sociologico che, di questi tempi, al cinema è piuttosto raro. E per un film pensato per far soldi (ma li farà davvero?) non è comunque poco.












