Il sibilo di un sintetizzatore ARP Odyssey manovrato da Hugh Syme, autore della copertina, è il segnale che lancia dritti nel cosmo di 2112. Quel suono non serve solo da introduzione a un disco, testimonia un cambiamento. Da questo momento i Rush saranno sempre oltre se stessi. Che il trio canadese la vedesse lunga non si era capito subito. L’omonimo esordio del ’74 (l’unico con il batterista John Rutsey) paga un debito ai Led Zeppelin più basici, con pochi sfoggi di personalità. La voce stridula di Geddy Lee è l’emblema di un hard rock senza pretese. Pare che tutto finisca lì, ma già un anno dopo qualcosa si muove. Entra Neil Peart che porta in dotazione una tecnica alla batteria fuori dal comune. Non solo: si adopera come autore di testi che si smarcano dai cliché e si fanno sempre più raffinati, di grande spessore letterario. Non a caso gli verrà affibbiato il nomignolo di Professore. Pur non rinunciando all’amore per gli Zeppelin, i tre cominciano a pensare che l’interesse che nutrono per band come Genesis, ELP e soprattutto Yes vada in qualche modo sfruttato per ampliare la tavolozza musicale.
Con il balzo di un altro anno ci si ritrova nel 1976, con quel sibilo di ARP nelle orecchie. Gli ascoltatori che prendevano in mano 2112 su vinile si stupivano nell’accorgersi che l’intera facciata A era occupata da un unico brano, quello che titola l’album. Che di fantascienza si stia parlando lo si capisce dalla copertina di ambientazione space. Ma quella suite? Sembra un secolo, ma sono passati solo un paio di stagioni da quando il prog la faceva da padrone nelle classifiche. Nel ’76 però pare già roba vecchia. Di brani che occupano facciate e a volte dischi interi il pubblico ne ha la nausea. E ora arrivano questi canadesi con un concept sci-fi e quel mastodonte. Ma si può?
Eppure basta ascoltare i primi minuti di 2112 per rendersi conto che certe pomposità e artificiosità sono qui abolite. Ciò deriva dal fatto che i Rush hanno capito che proporre un mix Zeppelin + Yes funziona. In questo modo istinto e razionalità vanno a braccetto in un rock fisico che si sposa con partiture avventurose. La voce di Geddy adesso fa la differenza, proponendosi come inedito connubio tra Robert Plant e Jon Anderson. A livello strumentale, poi, Lee e compagni non temono rivali. Rickenbacker a tracolla, le dita di Geddy premono le corde con passione in frenetici giri ritmici ma anche melodici. La chitarra di Alex Lifeson è un rasoio, col senno di poi è come se Jimmy Page, l’Andy Summers dei Police e The Edge fossero una cosa sola, ma gli ultimi due arriveranno dopo. Come arriveranno molto dopo i batteristi ipertecnici del presente di cui Neil Peart è il papà. Ed è incredibile sentirlo suonare nel 1976 come un batterista del 2026. Ancora una volta lo sguardo del trio si spinge oltre.
La voglia di osare da parte dei Rush non inizia però con 2112, la prima scommessa sono gli otto e passa minuti di By-Tor and the Snow Dog, su Fly by Night. E sbaglia chi pensi che 2112 sia la prima suite del trio estesa a un lato di vinile. L’anno precedente c’erano stati i rivoli fantasy di The Fountain of Lamneth, su Caress of Steel, l’album che ospitava l’epopea hard-dark di The Necromancer. Ottimo materiale, ma ancora non del tutto a fuoco. C’è poi una cosa da dire: l’unione tra hard e prog non l’hanno certo inventata i Rush: una lunga serie di band fin dai primi anni ’70 si misura con questi suoni, che erano nell’aria, difficile ignorarli. Ma i Rush mettono nella loro musica qualcosa di diverso. Il sound è agile, aperto, arioso. Qualcosa che comunica da subito un senso di modernità. La loro musica non si spinge a toccare estremità metal, ma al tempo stesso influenzerò centinaia di band, dagli Iron Maiden in avanti. I Dream Theater, che non fanno altro che portare all’estremo il messaggio sonoro dei Rush, lo sanno bene. Se quindi si vuol capire da dove viene il prog metal, ascoltare 2112 è d’obbligo.
Nelle note dell’album i Rush, citano “il genio di Ayn Rand”. Per la suite Neil Peart adatta infatti Anthem, un romanzo della scrittrice e filosofa americana che celebrava la libertà individuale e la resistenza contro il conformismo. Una vicenda tragica ambientata nell’anno del titolo che apre le porte a una visione quantomeno fosca del domani. La storia è ambientata nella città di Megadon, nell’anno 2112, in un futuro segnato da una guerra intergalattica avvenuta nel 2062. In seguito al conflitto, numerosi pianeti finiscono sotto il controllo della Federazione Solare (evocata dalla stella rossa in copertina), un regime che ha bandito ogni forma di individualismo e creatività. La società è rigidamente controllata da una casta di sacerdoti, insediati nei Templi di Syrinx, che eseguono le direttive di imponenti sistemi informatici incaricati di governare ogni aspetto dell’esistenza.
In questo contesto, un protagonista senza nome scopre casualmente una chitarra all’interno di una grotta, riportando alla luce un’arte ormai dimenticata: la musica. Quando decide di condividerla con i sacerdoti, questi reagiscono distruggendo lo strumento e condannando la musica come inutile e incompatibile con l’ordine stabilito. Durante un sogno, una figura oracolare gli rivela l’esistenza di un altro pianeta, nato insieme alla Federazione Solare, dove una civiltà più antica vive nel segno della libertà espressiva e dell’individualità. Al risveglio, sopraffatto dalla consapevolezza di non poter mai appartenere a quel mondo, il protagonista cade nella disperazione e si toglie la vita.
Musicalmente la suite non è quello che sembra. Le sette sezioni di cui è composta non fluiscono l’una nell’altra creando un corpus unico, ma sono in gran parte separate. Uno dei momenti più possenti è l’Overture, nella quale vengono esposti i temi che caratterizzeranno la composizione. Qui i Rush perdono ogni freno inibitorio e si lanciano a mostrare tutto il loro afflato hard prog. Balza all’orecchio ciò che li differenzia dai gruppi “classici”: la mancanza di tastiere, strumento principe nel genere. È tutto nelle mani di chitarra, basso e batteria che cavalcano spediti in una selva di stacchi a tempo pari e dispari, senza che si avverta la mancanza dei tasti bianchi e neri. L’Overture sfocia nella parimenti energica The Temples of Syrinx, pubblicata anche su singolo. Con il suo ritornello che si stampa irrimediabilmente in testa, il pezzo raggiunge un altro obiettivo: quello di evidenziare nei Rush un’attitudine pop che li accompagnerà in tutta la carriera e che farà la fortuna di singoli come The Spirit of Radio, Tom Sawyer, Closer to the Heart e The Big Money.
Da questo momento la suite prende forme diverse. Dopo tanto vigore le acque si placano, le restanti sezioni si fanno più pacate, spesso acustiche, con lunghe introduzioni chitarristiche (specie in Discovery: in cui si illustra la scoperta dello strumento da parte del protagonista), salvo poi esplodere in larghi paesaggi hard, a volte tinti di blues. Le vicende trovano il loro tragico compimento nel Grand Finale. Qui rivive l’atmosfera tesa dell’Overture fino a quando la musica collassa in una mitragliata di colpi di chitarra, mentre la stentorea voce effettata di Neil Peart declama “Attention all planets of the Solar Federation: we have assumed control”. È un senso di gelida e abissale sottomissione quello che si prova nell’ascolto degli ultimi istanti di 2112, la fine di una favola che pone un monito: un giorno tutto questo potrebbe trasformarsi in realtà.
Dopo tanta magnificenza, il lato B di 2112 segna inevitabilmente un ridimensionamento. Non mancano brani piacevoli e ben costruiti – dalle suggestioni orientaleggianti di A Passage to Bangkok ai cambi di atmosfera di The Twilight Zone, ispirata all’omonima serie televisiva – ma nessuno riesce ad avvicinare i vertici espressivi della suite. Si torna così a territori familiari, già esplorati nei lavori precedenti, con testi in parte affidati ancora a Lee e Lifeson che non reggono il confronto con quelli del Professore.
C’è però una sorpresa: Tears, una ballad – episodio pressoché unico nella produzione dei canadesi – che si distingue per una pacata, quasi sospesa, bellezza di ascendenza crimsoniana. Il brano è impreziosito dall’uso del Mellotron, altra rarità nella loro discografia, suonato da Hugh Syme. Un dettaglio non secondario: proprio quell’apertura timbrica anticipa un impiego sempre più consistente di tastiere, che a partire dal successivo A Farewell to Kings contribuiranno a spingere il suono della band verso territori sempre più articolati, preludio a ulteriori e continui mutamenti stilistici.















