A un certo punto Dominique Sanda viene come chiamata da una voce. La sua voce. Entra in una stanzetta buia, dentro c’è uno schermo che in quel momento sta passando un’intervista. La sua intervista. Si siede e si mette a guardare. A guardarsi. Ride, commenta, urla: «Oddio!». Vede quel set a Cinecittà e si lascia pure andare a qualche appunto impertinente su un attore – un attore che non ha niente a che vedere con il film che è venuta a celebrare oggi – che non era esattamente un galantuomo. Poi sospira. Come a dire: com’era tutto bello, com’eravamo tutti belli. Lei, Bob, Gérard. E Bernardo, soprattutto Bernardo.
Ma senza nostalgia. In quel momento, mentre Sanda guarda la sé stessa di cinquant’anni prima come se si vedesse dentro uno specchio oggi, si capisce che Novecento – il film che è venuta a celebrare, il film sul cui set aveva dato quell’intervista – è materia viva, è qui, è presente. E così lo è la mostra (monumentale, bellissima) che lo racconta a cinquant’anni dall’uscita, voluta dalla Fondazione Bernardo Bertolucci e dalla sua presidente Valentina Ricciardelli, curata da Gabriele Pedullà per Electa, al Palazzo del Governatore di Parma fino al 26 luglio.

Dominique Sanda e Robert De Niro sul set di ‘Novecento’. Foto: Angelo Novi courtesy of Fondazione Bernardo Bertolucci
Fare mostre sul cinema è difficilissimo in generale, figuriamoci su un singolo film. Ma Novecento non è un film: è un’opera-mondo. Viva, presente, qui. Lo era quando è stato girato, lo è adesso che son passati i decenni ed è ancora oggetto di studio, dibattito, feticismo. (A proposito di feticismo: mentre Sanda si aggira per le sale viene inseguita da visitatori, maschere, giovani, vecchi. Un critico cinematografico ha un poster arrotolato – del film che lei fece con la Cavani – e le chiede di firmarlo. «Sono sempre stato innamorato di lei», dice. «Si metta in fila, siete un esercito», commentiamo tutti in coro).
L’intervista a sé stessa che Sanda guardava dentro quella stanzetta buia sta in un bel documentario di Gianni Amelio girato sul set di Novecento (s’intitola Bertolucci secondo il cinema, lo trovate per intero su RaiPlay). A un certo punto di quel “quaderno di appunti”, come lo chiama Amelio, Bertolucci dice, per lasciare intendere che Novecento parla anche – soprattutto – di lui: «L’autobiografismo è una malattia dei nostri tempi da cui purtroppo non si sfugge» (lo diceva nell’aprile del 1975, di certo non poteva immaginare che sarebbe stato così profetico).
Novecento parla di Bertolucci e lo fa, (auto)biograficamente, anche questa mostra, che però separa l’opera dal suo autore con un articolo: Bernardo Bertolucci. Il Novecento, l’hanno intitolata. Perché dentro c’è il film (no: l’opera-mondo) ma anche quel secolo tutto, e la sua politica, e gli altri i film fratelli o coltelli, e il tempo, la campagna, Parma, Il quarto stato, il melodramma, il rosso e il nero di quella storia e di tutta la Storia. C’è più di tutto, impalpabile e tangibilissimo, quello che dice Sterling Hayden, che nel film è il patriarca dei Dalcò, sempre nel “quaderno” di Amelio: «Bertolucci significa bellezza, profondità, mistero». C’è forse sintesi più perfetta?

L’ingresso della mostra ‘Bernardo Bertolucci. Il Novecento’ al Palazzo del Governatore di Parma. Foto: Lorenzo Melegari/Comune di Parma
Ma Novecento non è neanche un film, nel senso che nessun’altra operazione simile ha probabilmente trovato casa, nella storia del cinema. È un kolossal con le star che parla di comunismo: come Reds di Warren Beatty, direte voi, però no, perché qui non ci sono i soldi di Hollywood né la glamourizzazione della Storia e delle storie. Ci sono, se mai, le poesie del padre Attilio, e l’uccisione del maiale, e il ciclo delle stagioni nella Bassa padana. Ci sono i canti dei contadini, e gli ex voto della Beata Vergine Maria delle Grazie a Curtatone, e Rigoletto che passa sull’aia, e che forse è vero forse no, ma è connaturato a questi luoghi come il lambrusco (c’è anche quello).
La mostra fa questo: ricondurre sempre “Bertolucci il mito” alla terra. L’Emilia, l’Italia. C’è il Bertolucci post-Ultimo tango ancora contestato, e che si presta volentieri alla contestazione. Di più: quasi si dispiace che Novecento abbia sì scompigliato il PCI, ma non quanto forse avrebbe voluto (ve lo immaginate oggi un regista che non vuole piacere a tutti, anzi che vuole ulteriormente dispiacere?). C’è il Bertolucci del bromance – ma del dialogo politicamente e cinematograficamente impossibile – con Pasolini, risolto nella leggendaria partita a calcio tra i due set più sfacciatamente e scandalosamente politici dell’epoca (la squadra Novecento contro la squadra Centoventi, come le giornate di Salò: vinse, non senza qualche astuzia, la prima).

Bernardo Bertolucci e Pier Paolo Pasolini con Laura Betti alla fine della partita Novecento vs. Centoventi. Foto: Gideon Bachman courtesy of Fondazione Bernardo Bertolucci
C’è il Bertolucci fenomeno già internazionale (nella sala delle critiche, in tutte le accezioni, c’è pure una bella recensione di Rolling Stone US del tempo titolata 1900: A Masterpiece We May Never See) ma interessato prima di tutto a ristabilire le sue coordinate geografiche e famigliari: il suo Novecento non sta nel glam extralarge del cinema internazionale, ma fra le case di Baccanelli e Casarola dove ha passato l’infanzia.
Anche le foto dal set, che qualunque mostra su un film metterebbe in primo piano, qui sono esposte principalmente perché selezionate da Bertolucci stesso per una sorta di album di nozze, o di famiglia, fatto stampare a fine riprese prima di tutto per i suoi genitori. Per dire che sì De Niro, sì Depardieu, ma quel set lungo un anno (!) era innanzitutto un affare di famiglia.
C’è il Bertolucci rosso, e c’è tantissimo rosso. Il concetto di Lucio Fontana (e un concetto lo è, prima di tutto e soprattutto, quest’opera-mondo), e le bandiere di Turcato e Guttuso, e la stella di Franco Angeli. C’è il rosso operaio della vernice della Moto Guzzi e della Gilera by Boetti, e il rosso partigiano mai abbastanza pianto, come dice anche il film.

Il funerale dei comunisti in ‘Novecento’ (al centro si riconoscono Gérard Depardieu e Stefania Sandrelli). Foto: Angelo Novi courtesy of Fondazione Bernardo Bertolucci
La sera di quel giorno in cui si guardava, ventenne, intervistata sul set di Novecento, Dominique Sanda si guarda ancora. Novecento viene proiettato al Teatro Regio di Parma, come definitivo atto di riappropriazione da parte di quella storia (e dunque di Bertolucci) della sua città, o viceversa. È un rito collettivo e lisergico che quasi sembra un sogno, come il funerale dei comunisti immaginato da Depardieu e Sandrelli in una delle scene più strazianti e seminali («tra il musical e il documentario», come dice Bertolucci ad Amelio) di quelle cinque ore e mezza di film. Sanda è a poche poltrone da me, e la sento che ancora ride, commenta, sospira di fronte a tanta «bellezza, profondità, mistero». Novecento è presente, è qui, è più vivo che mai.















