All’Unipol Forum di Milano, nella prima delle tre date finali del tour, ieri sera Ernia ha messo in scena il processo a se stesso, di conseguenza anche a tutta una generazione. Sui ledwall, ad anticipare l’ingresso sul palco, scorre un flashback del suo passato: la maestra che lo sgrida e lo chiama a scuola già con quel soprannome che gli è rimasto appiccicato addosso, le urla della madre per tornare a casa, tutti sembrano dirgli che cosa fare. Poi la libertà adolescenziale, che però non ha saputo controllare quando, con gli amici del quartiere, compie un furto in un market e finisce in tribunale. Il giudice lo incalza: «Lo ha fatto per soldi o per amore?». Si avvale della facoltà di non rispondere, per il momento. La risposta resta sospesa fino alla fine delle trentacinque canzoni in scaletta. Una scelta generosa verso il pubblico ma alcune, in questa corsa contro il tempo, verranno accorciate per lasciare più spazio ai tanti ospiti.
Quando entra sul palco parte con Mi ricordo (come nell’ultimo disco), autocritica verso la scena rap che ha cominciato per amore ed è finita a contare i soldi. Vivo lo segue con alle spalle la riproduzione del palazzo di giustizia di Milano, più chiara di così la resa dei conti non poteva essere. Così stupidi riporta alle origini, accompagnata dalla grafica di un uomo mosso come un burattino, che rimanda alle pressioni esterne che costruiscono il percorso di ognuno.

Foto: Igor Grbesic via Uff stampa Words For You
Accanto a lui una band rodata formata da Luca Bologna al basso, Giovanni Pastorino alle tastiere, Dario Panza alla batteria e Jacopo Boschi alla chitarra, che tiene il suono compatto senza coprire la voce, alternando tensioni e aperture. È qui che si capisce meglio il suo modo di stare nel rap: Ernia passa con naturalezza da una scrittura e sonorità più legate alla matrice di strada a un’impostazione più melodica e pop, senza però essere costretto a cambiare postura.
Siamo a Milano, e davanti al suo pubblico c’è qualcosa che non può nascondere rispetto alle precedenti date: «Cerco sempre di dire cose carine sulle città in cui canto, ma con voi è difficile, gioco in casa». Ancora: «Siete stati il primo pubblico quando rappavo da solo, con Troupe d’élite, nei baretti da cinquanta persone e al Gate». Attacca Gotham, che non è un passaggio qualsiasi, ma il punto di congiunzione emozionale in cui il racconto personale diventa collettivo. Nello stesso modo Come uccidere un usignolo e 68, Acqua tonica e U2 non sono riempitivi, sono i pezzi in cui quella fase prende forma, tra tecnica e identità ancora in evoluzione. Il flow è serrato: più legato alla barra, meno aperto ai ritornelli. Dal vivo mantengono una tensione diversa rispetto a brani più recenti, meno rifiniti ma dritti alla pancia.
Sul palco Ernia costruisce la presa sul pubblico senza aver bisogno di troppi fronzoli, gli bastano pochi gesti per capirsi con chi ormai ne conosce ogni umore: un dito puntato per condividere una rima, un braccio alzato nei ritornelli, le mani giunte per ringraziare, una camminata circolare e un’occhiata d’intesa per arrivare persino a chi è più distante. Più che riempire gli spazi, li sorveglia. Così nella voce: alterna le parti rappate, appoggiate sul beat, ad aperture melodiche in cui resta intonato anche sulle note alte e senza l’uso, almeno troppo evidente, di effetti vocali.
Dopo Il mio nome prende fiato, parla con il pubblico e riparte con Non piangere, il primo pezzo scritto per l’ultimo disco: «Ai ragazzi del mio quartiere con i quali son cresciuto. Alcuni dei quali non vedo più». Qui il concerto cambia passo e si apre su un piano più emozionale. In Il gioco del silenzio il controllo vocale si sente ancora di più e sugli acuti resta pulito, senza perdere l’appoggio. Per i loro occhi e Perché, portano il discorso su un piano più esplicito, preparando al primo snodo: «Ci sono anni in cui eravamo belli zarri, come le nostre canzoni», dice. E al suo fianco sfilano Rkomi, Tedua e Lazza, che insieme rispolverano una street credibility che fa tremare il Forum su Puro Sinaloa.
Da qui il concerto cambia, il controllo resta ma si allenta. Nei pezzi delle origini, infatti, riaffiora un’energia più sporca, meno filtrata, più legata a quella fase in cui il rap era soprattutto esigenza e meno costruzione. Sui led compaiono Caravaggio, Raffaello, Alessandro Volta, figure che hanno fatto dell’arte una forma d’amore, viene spiegato, e che oggi sono finiti sulle banconote: «Alcune cose iniziano per amore e finiscono per diventare denaro». Per soldi e per amore rende il concetto plastico: «L’erba voglio nel giardino del re è una bugia». E con Milano Bloody Money allarga il discorso sugli effetti del materialismo, tipico della City, ricordando che la violenza non è più confinata alle periferie.
Poi si apre il secondo blocco di ospiti e il concerto cambia ancora. Kid Yugi, presentato come «il terrore di Taranto», porta un’energia più ruvida e sanguigna. Ma è con Fabri Fibra (Non me ne frega un cazzo) e Marracash (Da denuncia) che il Forum cambia davvero temperatura. Quando entrano, il Forum esplode. Non è solo entusiasmo, appare come un vero riconoscimento a due figure che hanno costruito le architravi del rap italiano. E la loro presenza aumenta il peso del live, che smette di essere solo il racconto di Ernia (con l’incursione di Bresh in Parafulmini) e diventa qualcosa di più ampio, svela la continuità che tiene assieme le generazioni nel rap a differenza di altri generi musicali.
Il finale è più intimista. Buonanotte, dedicata alla figlia Sveva alla quale si rivolge tra il pubblico, e che passa anche dal ricordo dell’aborto precedente della compagna: si blocca, si commuove, il pubblico lo abbraccia in un applauso di conforto. Superclassico e Ferma a guardare tengono insieme hit e pezzi di culto, mentre Berlino è uno dei suoi brani più esposti, e dal vivo il Forum lo canta come se quella storia fosse anche di ognuno dei presenti. Grato chiude con un ringraziamento sincero a una comunità che si è costruita dal basso. È qui che la risposta alla domanda iniziale sembra chiara: amore e denaro non si escludono, a patto di non tradire chi ha riposto in te la propria fiducia.















