Presi bene e assorti al concerto dei Marlene Kuntz | Rolling Stone Italia
questa roba è eterna

Presi bene e assorti al concerto dei Marlene Kuntz

Altro che "festa mesta": a Firenze ieri sera per celebrare i 30 anni de 'Il Vile', Cristiano Godano e compagni hanno messo in piedi una serata di grande rock in purezza. Che fa tirare un lungo sospiro di sollievo

Marlene Kuntz

I Marlene Kuntz a Firenze nel 2026

Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia

Avevo motivo di comprare una maglietta con scritto gigante: “Voglio una figa blu”? No. Ma questa frase, citazione del ritornello di Overflash, oggi ha 30 anni e suona ancora più provocatoria e dirompente di quando è stata scritta.

Tre decadi fa, essere irriverenti e criptici era normale, non esistevano le regole della community di Meta, il nuovo credo che volenti o no ha cambiato la genetica della provocazione, dell’arte, del comportamento. Ho cacciato i 25 euro della maglietta convinto di star facendo un’offerta a degli invisibili. Mi immagino di indossarla per andare a far la spesa nel supermercato del mio paesino, con la gente bigotta che mi fissa come il matto del paese, e mi sento un po’ meglio. Perché so che è lo stendardo di una legione silenziosa, quella di noi orfani Millennial che non abbiamo smesso di sognare e nonostante una sconfitta plateale non vogliamo mollare.

E lo dico perché a 43 anni fa fatica andare a un concerto a un’ora di macchina da casa; siamo tutti stanchi, frustrati dal lavoro, paurosi di farci togliere la patente per una birra (senza patente siamo fottuti, come facciamo a LAVORAREEEEE e pagare le tasse?) ed è molto più facile usare il cellulare il giorno dopo per vedere i reel. Ma poi muovi le chiappe e rinasci. «Dicono che in vita sia su e giù / così ci pensi ad una qualche mobilità / Ma da una certa data la mia vita si è coricata senza fiato e non si muove più». Suona familiare Overflash, cari precari? Allora come oggi non protestavamo, ma almeno ci facevamo le canzoni rock incazzate e galvanizzanti.

Sì, ok, il concerto dei Marlene Kuntz a Firenze per i trent’anni de Il Vile. Ora ci arrivo, prendetevi tempo, questa non è una recensione, è un piccolo racconto. Mollate un attimo il feed delle puttanate che state scrollando su TikTok, lo so che è dopaminico e vi pare vi renda felici, ma siamo solo ridicoli come dei tossici quando passiamo ore al cellulare. Non fatelo per leggere me, usatemi solo come antenna per arrivare ai Marlene Kuntz.

Venendo via da Firenze, dopo averci passato una giornata, mi viene in mente il Collini, un mio vecchio professore di letteratura tedesca, un luminare del Romanticismo, che passeggiando per San Lorenzo mi diceva: «Ormai questa città è in mano ai bottegai». Oggi è peggio, il turismo l’ha impestata di localini tutti uguali e per sentire la musica serve riprendere la macchina e lasciarsi alle spalle la città, la Cupola di Brunelleschi e andare oltre i casermoni e i capannoni, nel confino per il divertimento adulto che ormai alberga solo le statali. Il centro storico è a uso e consumo dei turisti e degli affittuari di cozy apartments wow per le foto, che ci crepino.

Arrivo all’hotel dieci minuti prima della band e mi ficco nel backstage. La situazione è tranquilla. Il tempo di un paio di foto ma il flash si rompe e finisco subito con la coda tra le gambe, però godo del pass che hanno i fotografi per stare sotto al palco e decido di piazzarmici. Il locale è familiare, ci sono un sacco di uomini pelati, gente sulla cinquantina, panze, gente normale vestita di nero, gente che mi pare di conoscere, che mi ricordo di aver visto da qualche parte ma tipo vent’anni fa e anche sorprendemente diversi ventenni dark. Sono tutti presi bene e assorti, c’è un bel clima. Anche i Marlene, li ho visti l’ultima volta vent’anni fa un pomeriggio all’Arezzo Wave tutti vestiti di bianco, isterici e magrissimi, belli. Sulla fine dei Novanta me ne sono nutrito tantissimo, e me ne rendo conto quando la band attacca a suonare.

Marlene Kuntz

I Marlene Kuntz nel backstage. Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia

Avete presente le poesie imparate a scuola? Il sabato del villaggio? Quelle che sapete a memoria anche se non vi ricordate di saperle? Ecco. «Supersexysex al cubo: come va? / Ti suona bene? Ti suona regolare? / Supersexysex al cubo: come va? / Ti senti bene? Ti senti più speciale? / Tre animali così volgari e neppure pari / Tre di tre! La mischia gaia di vipere». L’attacco è chiaramente con 3 di 3, primo pezzo de Il Vile. Godano canta e come alla messa la folla recita la preghiera, solo che è a squarciagola. La sanno tutti, io compreso e mi emoziono.

La band è tornata comunque alla formazione a quattro con Sergio Carnevale (veramente IL batterista di quella scena anni Duemila e oltre) e un fantastico gigante al basso: Luca Saporiti, un Warren Ellis di Nick Cave in chiave padovana, tiene mezzo sound in piedi da solo.

Marlene Kuntz

Il pubblico al live fiorentino dei Marlene Kuntz. Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia

Godano e Riccardo Tesio sono statuari, concentrati sullo strumento. Pochissime parole con il pubblico, solo l’esecuzione della scaletta con precisione. Sudano. Non hanno bisogno di chiacchierare quando si canta: «Congratulazioni! Congratulazio-o-O-O-niii! / Probabilmente io meritavo di pù». Ci danno veramente dentro. Dopo la trafila de Il Vile, che non ha perso un colpo e si sente con L’esangue Deborah e E non cessa di girare la mia testa in mezzo al mare, arriva Sonica e ci rendiamo conto che ce l’abbiamo tutti duro. La gente urla! Che brio che corre nelle dita al cielo.

Marlene Kuntz

Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia

Vi rendete conto? Godano è un signore di 59 anni nato in un paesino vicino Cuneo, imbiancato nel pelo, silenzioso. Uno così la società di pidocchi che ci ha rincoglionito con i talent gli dice che è vecchio per far certe cose, ma io conosco uomini di 59 anni che sono morti dentro da venti, sconfitti dall’ufficio. L’età non conta un cazzo, questo tour non è un revival di un disco di trent’anni fa, ora che le band di un tempo si riformano perché fa hype; questa roba è eterna. Nuotando nell’aria, Festa mesta e Lieve in chiusura ne sono la conferma. L’acustica del locale non è il massimo ma i quattro martelli sul palco battono nel petto di tutti noi e ci inchiodano qualcosa a cui aggrapparci l’un l’altro.

Marlene Kuntz

Foto: Ray Banhoff per Rolling Stone Italia

Tornando dal concerto penso a quella teoria pseudo-complottista ma potente di Billy Corgan che dice: il rock era troppo figo, la CIA e un grande manovratore hanno deciso che era pericoloso e lo hanno sostituito a tavolino con il rap, che ha come temi l’accumulo dei soldi e le pistole, sdoganando una certa violenza gratuita da distrazione di massa.

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Foto di Ray Banhoff per Rolling Stone Italia

Chiaramente è solo una teoria, manco ci credo, ma una roba la so: niente ti connette con te stesso, niente trasforma rabbia e frustrazione in qualcosa di orgasmico come degli stivali di pelle, una chitarra elettrica, un fuzz e un amplificatore. Per questo Il Vile è ancora bellissimo e il rock è stata la forma artistica più galvanizzante e di massa che abbiamo avuto. Persino noi in Italia, pensate un po’, ed è grazie a questi signori. Prendetevi un biglietto per la prossima data e andate a vederli. Godete un po’ anche voi, che ve lo meritate.