Pierpaolo Capovilla: «La vita è troppo breve per ascoltare cattiva musica» | Rolling Stone Italia
L’attaccabrighe

Pierpaolo Capovilla: «La vita è troppo breve per ascoltare cattiva musica»

‘Dimenticare Maria’ con i Cattivi Maestri è rock senza retorica. Intervista: «quei miserabili di Nick Cave e Thom Yorke», il ruolo degli artisti, lo stato della musica in Italia, l’impegno civile tra poesia e Vangelo

Pierpaolo Capovilla: «La vita è troppo breve per ascoltare cattiva musica»

Pierpaolo Capovilla

Foto: Edward Smith/Sfera Cubica

Con Dimenticare Maria, Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri riportano tutto al punto zero: una storia, una voce, un rock essenziale e una responsabilità collettiva. Da un’immagine brutale come quella di una ragazza morta di overdose nasce, nel primo singolo estratto dall’album di prossima uscita, più una resa dei conti con la realtà che a una canzone: «Viviamo un’inquietudine fatta di guerre e violenza. C’è un abisso morale intorno», spiega Capovilla. E quel vuoto non vuole più riempirlo solo con le parole, come faceva con il Teatro degli Orrori: «Eravamo verbosi». 

Il nuovo corso è chiaro: meno orpelli e più urgenza, un rock essenziale che non cerca consenso ma reazione. Il bersaglio è ampio e non si salva nessuno, come ci racconta in questa intervista dove spazia dalla politica all’industria musicale, fino alla cultura contemporanea: «Siamo dentro una cachistocrazia, il governo dei peggiori», afferma. Chiarendo che «i ragazzi, a 20 anni, non vogliono andare in guerra, vogliono fare l’amore». E attacca altri artisti: «Fa male vedere quei miserabili di Nick Cave e Thom Yorke che non prendono posizione» (a questo link una lunga lettera aperta di Yorke sull’argomento e qui quello che ha detto al Times, mentre Cave ha detto che il boicottaggio di Israele fa il gioco di Netanyahu e si è pronunciato contro chi pensa ci debba essere «una sola voce, una sola causa, un solo dissenso», ndr).

Dentro questo caos lui segue una linea precisa, quasi ideologica: «Mi autodefinisco un comunista majakovskijano». Poesia, religione e impegno civile si intrecciano così in una visione che rifiuta il compromesso: «Non c’è niente di più socialista del Vangelo». In questo modo, per Capovilla, la canzone torna a essere un gesto diretto e necessariamente scomodo. Non a caso continua a definirsi senza indulgenza: «Sono un rompicoglioni e un attaccabrighe».

Pierpaolo, che periodo stai attraversando a livello personale?
In questo momento storico nessuno può sentirsi sereno, in cuor suo. Viviamo tutti in un’inquietudine fatta di guerre e violenza. C’è un abisso morale intorno a noi. Questo non può che coniugarsi alla vita quotidiana. Io non penso ad altro da anni e mi sta facendo molto male. La risposta, quindi, non può che essere negativa.

E a livello artistico?
Stiamo procedendo con i Cattivi Maestri per raggiungere tutti gli obiettivi che ci eravamo preposti e credo che ci riusciremo. Sicuramente ce la metteremo tutta.

Foto: Edward Smith/Sfera Cubica

Siamo a pochi giorni dal referendum sulla giustizia: dopo la vittoria del “no”, hai stappato una bottiglia?
Io brindo continuamente, ogni giorno, a prescindere da quello che mi accade intorno. Sono contento di questo risultato e dell’analisi del voto. La differenza l’hanno fatta i giovani. Io, che sono un boomer perché vado per i 60 anni, non provo nessun disprezzo nei loro confronti, anzi. Provo grande empatia, perché sono la nostra speranza. Provo rammarico invece quando si lasciano andare a certe posture, intellettuali e musicali, che trovo del tutto inadeguate. Che i discografici si facciano un esame di coscienza.

Ti è sembrato un voto più consapevole o più spaventato?
Ho scoperto questa parola greca: cachistocrazia. Leggendo un libro di Ken Saro-Wiwa, tra l’altro, al quale dedicai la canzone A sangue freddo del Teatro degli Orrori. Se l’aristocrazia è il governo dei migliori, la cachistocrazia è il governo dei peggiori. Siamo intrappolati dentro questa circostanza, visto che abbiamo al governo gli approfittatori, gente a cui non interessa nulla del destino del Paese, che non ha nessuna visione del futuro. E quindi cosa vuoi che gliene freghi dei giovani? E i ragazzi l’hanno capito, non sono mica scemi.

Nella politica attuale non vedi nessun barlume di speranza?
No, perché il momento politico è spaventoso, da Gaza all’Iran, con il capitalismo che ha gettato la maschera e il re è nudo. Verrebbe quasi da dire: finalmente vediamo le cose come stanno. Tutto è basato sui rapporti di forza e del diritto internazionale non gliene frega niente. Nella politica interna, i giovani hanno dimostrato di essere consapevoli, quindi hanno compreso che questa riforma andava fermata, perché era tutta rivolta ai colletti bianchi. L’hanno persino detto: ma come, voi di sinistra non siete d’accordo? Quando governerete voi ne potrete approfittare. Se uno aguzza un attimo il proprio intelletto comprende dove vuole arrivare questa cachistocrazia. L’abbiamo fermata, ne sono felice.

Che effetto ti ha fatto vedere Fedez ospitare Giorgia Meloni nel suo podcast? 
Nei confronti di questo tra virgolette artista di nome Fedez non ho mai provato interesse né stima di alcun tipo. Credo che l’arrampicamento sociale sia una caratteristica della gente italica. E che lui ne sia un perfetto esempio. Mi spiace, non voglio ferire i sentimenti di nessuno: semplicemente io non sono come lui e sono sicuro che non lo diventerò mai.

Perché secondo te in Italia reagiamo in modo così diverso a conflitti come Palestina e Ucraina? È solo una questione geopolitica o anche una questione culturale?
Sono due questioni storiche molto diverse fra loro. Ciò che sta avvenendo a Gaza e in tutto il Medio Oriente sono guerre nostre, con le nostre tecnologie, con i nostri azionisti come Eni e Leonardo, con i nostri governi, le nostre università e il nostro mondo dello spettacolo che, salvo eccezioni, non sa prendere una posizione di fronte a quello che definisco un abisso morale. Il conflitto russo-ucraino è diverso. La Russia chiedeva da due decenni che la Nato non si espandesse verso est, ed è fisiologico per una potenza come quella russa. Le richieste del Cremlino sono state ignorate, gli accordi di Minsk I e Minsk II sono serviti a prendere tempo e ad armare, non una massa di partigiani ma un vero e proprio esercito ben addestrato: quindi è una guerra tra eserciti. I civili sono coinvolti, ma è una guerra novecentesca di trincea. La Russia ha le sue buone ragioni. Ma che ci sia la guerra è una vergogna: bisogna trovare una via diplomatica per evitare l’assurdo spargimento di sangue. I ragazzi, a 20 anni, non vogliono andare in guerra, vogliono fare l’amore.

Ti saresti mai immaginato di ritrovarti in un mondo ancora in guerra?
La guerra è sempre qualcosa di riprovevole. Riprovevole è Mosca e riprovevole è Kiev. È un ragionamento che non faccio solo io, lo fanno anche da Noam Chomsky a Luciano Canfora e fino ad Alessandro Orsini, il sociologo che non sarà simpatico a tutti ma dice cose molto concrete. Non è che nel mondo intellettuale sia scomparsa l’analisi politica, sopraffatta dalla propaganda del momento, infatti le ragioni anche del nemico russo sono evidenti.

Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri. Foto: press/Sfera Cubica

Che ne pensi delle posizioni di RadioheadNick Cave?
Per loro provo una grande tristezza. Io ho amato il disco From Her to Eternity dei Nick Cave and the Bad Seeds come nessun altro, è stato un momento cruciale della mia crescita culturale e non solo musicale. Ricordo quando, non ancora maggiorenne, negli anni ’80, in un piccolissimo club che si chiamava Manila, a Firenze, li vidi dal vivo per la prima volta. Saremo stati una cinquantina tra il pubblico. C’erano Piero Pelù, Marcello Michelotti dei Neon, tutto il giro della Contempo Records, e il concerto fu semplicemente strabiliante. Quello spilungone eroinomane australiano, sul palco, sembrava portarsi sulle spalle tutti i mali del mondo. La cosa più blues che si potesse concepire in quel momento. L’ho amato moltissimo, ora non riesco neanche più a sentirne la voce. Di fronte al genocidio a Gaza fa male vedere quei miserabili di Nick Cave e Thom Yorke che non prendono posizione, infatti ha ragione Roger Waters.

Cioè?
Ha ragione a scagliarsi contro questo ragionamento peloso, e ormai intollerabile, che si nasconde dietro al fatto che nella società israeliana c’è anche brava gente, quindi che problema ci sarebbe ad andare a suonare a Tel Aviv? No, invece dobbiamo boicottare proprio per la brava gente israeliana, per fargli arrivare questo messaggio: il vostro Paese ne sta distruggendo un altro, sta uccidendo un popolo intero. Un obiettivo che Israele si è data fin dal 1948. In questo periodo ho cercato di informarmi ancora meglio ed è sufficiente fare qualche buona lettura per capire cosa sta accadendo in quella parte di mondo, per cui è giusto non esibirsi in Israele e interrompere qualsiasi relazione, anche tecnologica, culturale, economica, militare. Israele è un paese genocida.

Chi lo sostiene viene accusato di antisemitismo. 
La violenza chiama violenza. Sempre di più. Per fermarla non bisogna cooperare con Israele. Non perché siamo antisemiti, perché anche i palestinesi sono semiti. Oppure ci sono semiti più semiti degli altri? Il tema è l’antisionismo, quindi strettamente politico. Il sionismo è un’ideologia, nel senso marxiano del termine, cioè una sovrastruttura della struttura economica, quindi una falsa coscienza. Quello che sta accadendo, anche in Iran, lo pagheremo caro.

Hai spiegato in un’intervista a Mescalina che il nuovo album con i Cattivi maestri sarà «rock al passo coi tempi, le cui canzoni esprimono il mio cristianesimo, la mia fiducia nel socialismo, la mia più totale e virulenta avversione nei confronti del capitalismo, della predazione, della rapina, dell’omicidio generalizzato». Come si tengono insieme queste dimensioni?
Sono sempre stati parenti stretti. Io mi autodefinisco un comunista majakovskijano, cioè un comunista per amor della poesia. Quando ho scoperto Vladimir Majakovskij avevo poco più di 30 anni e per me fu un terremoto intellettuale. Mi riavvicinò non solo alla politica, ma anche al divino. Perché in quel poeta il divino è ovunque. Ma anche in Sergej Esenin, Aleksandr Blok, Boris Pasternak, in tutta la poesia russa della prima parte del Novecento.

Quindi credi in Dio?
Per risponderti ricordo che ho studiato Pedagogia a Padova, che era la facoltà cattolica par excellence in Italia, tanto che il primo esame lo diedi con monsignor Nonis, che poi sarebbe diventato vescovo di Vicenza. Mentre con monsignor Grampa, in Filosofia delle religioni, il corso era dedicato al divino in Gramsci. E lui mi fece conoscere lo straordinario teologo Dietrich Bonhoeffer, che insieme a Friedrich Gogarten e Karl Barth sono i tre grandi teologi evangelici antinazisti del luteranesimo della prima parte del Novecento. Bonhoeffer sostiene che per essere un buon cristiano non è necessario credere in Dio. Il nostro punto di riferimento non è il Dio della Bibbia ma il Gesù del Vangelo, cioè della “buona notizia”. Quindi non c’è niente di più socialista del Vangelo. Vuoi degli esempi concreti?

Prego. 
La Chiesa cattolica oggi è divenuta il più potente anticorpo democratico che c’è nel nostro Paese. Cosa farebbero i nostri fratelli e le nostre sorelle migranti se non ci fossero le Caritas? È poi è bellissimo vedere quanto vadano d’accordo la Caritas o Pax Christi con l’Arci e con i centri sociali. La Chiesa, sempre più, si sta ergendo a parte sana della società civile del nostro Paese. Il problema di credere nel Padreterno è del tutto secondario.

Torniamo alla musica, hai detto che stai andando verso una scrittura più essenziale, quasi da slogan. È anche un modo per riportare la musica verso una dimensione collettiva? 
Majakovskij risponderebbe: “Quale grande ha mai scelto la via più facile?”. Io mi sono accorto, con la reunion del Teatro degli Orrori dopo dieci anni che non suonavamo insieme, che è stato difficile rimettermi a studiare tutte quelle canzoni perché sono verbose. Allora avevo la necessità di dire quanto più possibile nel più breve tempo possibile. Non è sbagliato, ma se pensi che fai musica con il popolo e per il popolo, le canzoni devono arrivare a tutti quanti, non solo agli appassionati di un genere musicale che non vedono l’ora di ascoltare che cosa gli vomiti addosso. Dimenticare Maria, il primo singolo, è un pezzo estremamente semplice e chiaro, le immagini sembrano emergere da sole ed è dotato di un certo sentimento di provocazione. Sentirai le prossime: avranno pochissime parole per raccontare l’universalità. È uno sforzo intellettuale e un tentativo di crescita.

A proposito della canzone che hai scritto per per Patty Pravo, Oggi piove, nel suo nuovo disco Opera: hai raccontato che lei voluto togliere alcune strofe e ti ha insegnato che cos’è il pop.
Lo sapevo già cos’è il pop, ma ho voluto corteggiarla un po’. Ma è tutto vero. Effettivamente Patty Pravo ha deciso di estrapolare dal pezzo tre strofe su sei. Lì per lì ci sono rimasto male, ma poi ho compreso le ragioni della sua decisione. A furia di riascoltarla, la canzone funzionava magnificamente. E mi ha spinto anche in questo mio momento di sintesi narrativa. In seguito mi è venuta la voglia di riascoltare il provino originale e mi sono venuti i brividi. È un pezzo molto più complesso e adesso vorrei farne un’altra versione, vedremo come andrà a finire.

Tra gli autori dell’ultimo disco di Patty Pravo ci sono anche Morgan, Francesco Bianconi, Giuliano Sangiorgi, Raphael Gualazzi: un gruppo di scritture molto diverse e molto attuali.
Una donna intelligente, Patty, indubbiamente. Che ama ancora l’azzardo. Non credo che lei avesse un’idea circostanziata di chi fosse Pierpaolo Capovilla, ma lo sforzo è stato avvincente. Ho ascoltato tutto quello che potevo del suo repertorio, mi sono lasciato affascinare da quella voce che sento da quando sono bambino, e sentir cantare un mio pezzo da lei, con quel vocione, mi ha entusiasmato: le sarò per sempre grato. La canzone per Patty Pravo è stata semplice da scrivere, potrei fare l’autore anche per Tiziano Ferro. L’importante è che abbia qualcosa da dire e arrivi a più gente possibile. Deve suonare le corde del cuore. Una canzone di due, tre minuti vale più di mille comizi di ore.

Un po’ come le preghiere cantate, sono semplici e rimangono impresse nella memoria.
C’è un lato, nella canzone popolare, che è consolatorio proprio come nelle preghiere. L’importante è che abbiano un significato per te e per la tua vita.

Dimenticare Maria parte da un’immagine molto dura: una ragazza morta di overdose nel piazzale della stazione di Mestre, con un riferimento alla Madonna. È agli ultimi che un artista deve guardare?
Che gli altri si tengano i loro lustrini e le loro paillettes. Sono due atteggiamenti intellettuali confliggenti. Per me è necessario guardare a chi meno ha nella società, a coloro ai quali vengono interdetti i diritti, ai vessati e ai prevaricati. Provo una grandissima empatia nei confronti di chi si perde, come per esempio i giovani, magari attraverso l’abuso di sostanze. Così come per il mondo del carcere o per i romanès, che non si chiamano zingari.

Hai anche aggiunto: «Non sono una brava persona». Di solito uno fa di tutto per dichiararsi in pubblico una brava persona, invece tu esponi anche i tuoi difetti.
Chi dice di essere una brava persona sa di non esserlo. Ognuno di noi si porta appresso le proprie contraddizioni, io mi porto appresso le mie, che sono anche psichiatriche. Quando tanto vivi e tanto soffri, e gioisci naturalmente, dal punto di vista psicologico sei sempre sul margine della depressione. Riesco sempre a non scivolarci dentro, perché ho delle forze interiori che mi permettono di reagire piuttosto velocemente e in maniera efficace ai processi di deterioramento della vita quotidiana. Forse perché ho sempre un progetto in testa, dove ritrovo una qualche forma di felicità, come diceva Jacques Lacan. Il progetto può essere un figlio, una famiglia, una canzone, un disco o un film. Se vivi con questo atteggiamento progettuale, la vita è più semplice e bella da vivere, anche se le contraddizioni persistono. Resto un rompicoglioni e un attaccabrighe, lo sanno tutti: anche per questo non mi considero una brava persona.

I tuoi live sono molto fisici. Hai detto: «Quante volte sono finito in ospedale, direttamente dal concerto…».
Mi sono rotto e incrinato delle costole. Una volta è stato terribile fare i concerti successivi, tra Calabria e Sicilia. Un’altra sono finito dal palco scaraventato direttamente su un monitor, un dolore incredibile. Il giorno dopo chiamai un medico, che era una signora fan scatenata del Teatro degli Orrori, che mi disse: «Stasera non dovresti suonare, ma per favore suona». Mi sono fidato di lei. Altre volte mi sono rotto delle dita, perché il pubblico mi ha calpestato nonostante avesse cercato di essere attento. Non è stata colpa di nessuno, ma soltanto mia e della mia avventatezza. Niente di così grave, però. Io amo disavventurarmi in queste amorevoli risse con il pubblico, perché il concerto lo facciamo insieme. Noi musicisti non siamo sul palco in vetrina a darci delle arie: siamo anche noi insieme a voi.

Un episodio che porti nel cuore di questo rapporto con il pubblico?
A Napoli, con il Teatro degli Orrori, mi ha stupito vedere di fronte al palco centinaia di ragazzini, quando erano dieci anni che non suonavamo in giro. Evidentemente i genitori li hanno bombardati con la nostra musica. Conoscevano tutte le canzoni e a un certo punto, su È colpa mia, ho passato il microfono e l’hanno cantata loro. Quando ti ricapita? È bellissimo coinvolgere ed essere coinvolto. Di certo è la cosa più preziosa che mi potesse capitare.

Nei giorni in cui i colossi dei social sono stati condannati perché le piattaforme creano dipendenza, la risposta è ancora il live?
Lo sapevano fin dall’inizio quali sarebbero stati i rischi, ma a loro non è mai fregato nulla perché gli importava soltanto fare soldi. Siamo tutti più connessi? Non è vero. Mi infastidisce che, dagli anni ’80 in poi, il decennio del riflusso lo chiamavano allora, mentre invece è stato spettacolare musicalmente, giorno per giorno siano stati erosi tutti i diritti conquistati dalla classe lavoratrice dal Dopoguerra in poi. Non ce ne siamo neanche accorti. Basta togliere di volta in volta un po’ di risorse alla scuola pubblica, alla sanità, alla previdenza sociale. Piano piano, altrimenti il popolo si sarebbe incazzato. Nel frattempo ci hanno dato le disruptive technologies: lo smartphone è il principe di queste tecnologie dirompenti, che hanno mutato le abitudini dei cittadini di tutto il mondo.

Difficile, però, farne a meno. 
Sono strumenti che, inizialmente, sembravano grandi opportunità, poi abbiamo compreso che costituiscono una trappola. Il World Wide Web è una rete nella quale noi, esseri umani, siamo cascati dentro senza accorgercene. Ricordo quando è nato YouTube e mi scrissero una mail perché ero uno dei primi a essermi iscritto. Era sorprendente, guardavo ogni giorno quello che veniva caricato. Piano piano la sorpresa si è trasformata nell’incubo che oggi è evidente.

Foto: Edward Smith/Sfera Cubica

Billy Corgan ha detto: «Penso che il rock sia stato messo volutamente in secondo piano nella cultura». Manuel Agnelli ha aggiunto: «Mtv ha contribuito a uccidere una generazione». Sei d’accordo?
Non me ne voglia Manuel Agnelli, ma lui è stato a lungo protagonista di X Factor, che è la manifestazione più chiara ed evidente del declino dello spirito stesso della canzone popolare. Mi sembra che l’analisi sia come minimo tardiva, se non contraddittoria viste le sue esperienze. Ma non mi va di mettermi in polemica con Manuel, che conosco: è una brava persona e un amico. Ci siamo scontrati via social, credo che una volta abbia scritto qualcosa come «ma chi sono questi professori?», credo si rivolgesse a me.

Agnelli diceva di non essersi più sentito parte di quella scena alternativa che si era auto-ghettizzata.
Credo che stiamo vivendo corsi e ricorsi storici. Prima o poi ci libereremo di questa trap, la getteremo alle ortiche. Che tristezza come la trap si è sviluppata in Italia. Noi abbiamo Tony Effe o Sfera Ebbasta. A Belfast ci sono i Kneecap che aprono questioni politiche, altri hanno stretto alleanze con le tifoserie, cioè il popolo. In Germania tra i più noti ci sono i Waving the Guns, con un brano antifa. Anche in Italia ci sono manifestazioni di grande intelligenza, come Caparezza e Piotta. Quindi spero che il resto della trap la smetta di inquinare i cervelli dei nostri ragazzi.

Quindi non è stato spento il rock, semplicemente tornerà come tutto torna in altre forme?
Il rock non è morto perché non può morire. In Marx c’è un concetto purtroppo dimenticato che prende il nome di sussunzione. Il capitale ti toglie dalla schiavitù, ti mette in una fabbrica, ti dà uno stipendio e in qualche modo ti libera. Poi avrai bisogno delle stesse merci che per 10-14 ore al giorno hai prodotto. Piano piano il capitale si sviluppa. Ai tempi di Marx erano ancora all’accumulazione primaria, alla nascita dell’industria moderna e al Prometeo liberato. Ma, avendo compreso il processo storico, ora possiamo parlare di sussunzione delle nostre vite, delle nostre quotidianità, delle nostre ambizioni e speranze, del nostro eros, della nostra voglia di vivere, e quindi anche della canzone popolare. Il capitale non fa differenze. Per esempio ho ascoltato, schifato, il pezzo che ha vinto Sanremo: una vera spazzatura.

Non avrei voluto arrivare a chiederti di Per sempre sì di Sal Da Vinci, ma visto che l’hai ascoltato e ti ha sollecitato una riflessione…
Non ce l’ho con Sal Da Vinci, non so chi sia, mi fa soltanto schifo quel brano. Perché amare una canzone così povera musicalmente e così bugiarda nei contenuti? Mi mostri l’anello nuziale? Ma vai a fare in culo! Siamo ancora al matrimonio? Quella è una forma di agiografia del patriarcato.

Hai seguito l’ultimo Sanremo?
Mai più nessun Sanremo ci sarà per me.

Se ti chiamassero in gara?
Dipende dai soldi (ride). A Sanremo farei volentieri il direttore artistico, ma non parteciperei in gara. La mia compagna, Elisabetta, da quando stiamo insieme mi ripete sempre: «Se vai a Sanremo ti lascio». Io amo la mia compagna e non voglio essere da essa lasciato.

Pierpaolo Capovilla non ha un guilty pleasure musicale, un piacere di cui si sente in colpa?
La vita è troppo breve per cercare e ascoltare cattiva musica. Anzi, mi verrebbe da fare una battuta: se oggi vuoi ascoltare buona musica te la devi scrivere tu. Mi piacciono tanti fenomeni della musica pop. Amo Prince, ma non vedo perché mi dovrei vergognare. Ho amato alla follia Tom Petty oppure Neil Young, che sono ascrivibili alla musica leggera. Di certo non ascolto le scemenze che escono da Sanremo o dai canali di distribuzione dello spettacolo in Italia. Ne sono completamente avulso, non ho tempo per quelle cose.

Che musica apprezzi oggi? 
C’è Andrea Satta dei Têtes de Bois, che scrive in solitaria. Sta producendo canzoni meravigliose che ho avuto il privilegio di ascoltare in anteprima. C’è Ricky Bizzarro dei Radiofiera, che ha pubblicato la canzone Brusa Betlemme, tutta in dialetto trevigiano, che spezza il cuore in due. C’è una band con cui ho collaborato, non so quando uscirà quello che abbiamo realizzato, si chiama Violent Sin, ma sono sicuro che ne andremo fieri. C’è poi, naturalmente, Andrea Laszlo De Simone, di cui sono un grandissimo fan. È stato a cena a casa mia qualche mese fa. La mia vicina di casa Valeria è un’arpista e lui è venuto qui a registrare. E devo ammettere, con gioia, di essere affascinato da Andrea. Sprigiona un’aura contagiosa e scrive canzoni con grazia e gentilezza, di cui abbiamo bisogno. Basta con le sparatorie verbali e il pantano di questi rospi di rapper e trapper, dobbiamo tornare a un po’ di eleganza.

E che cosa leggi oggi?
Ho letto Trilogia palestinese di Mahmoud Darwish, considerato universalmente il più grande poeta di quella terra, con opere degli anni ’70 che sembrano scritte oggi, già impregnate di tutto il dolore di un popolo. E sono in procinto di leggere Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo di David E. Stannard. Me lo ha consigliato Pietro Basso, che è stato il mio professore di Sociologia economica all’Università Ca’ Foscari, al quale ho risposto: «Vado per i 60, il rammarico che provo è di non aver letto questo libro a 20 anni».

È sempre valida l’esortazione di Hunter Thompson «prega Dio, ma rema lontano dagli scogli»?
Aiutati che Dio ti aiuta, la preferisco in questa forma. Dobbiamo farci forza in questo periodo storico e ritrovare tutte le energie intellettuali e morali per reagire alle circostanze storiche. O adesso o mai più. Se non vogliamo che quello che sta accadendo a Gaza un giorno accada anche a noi, è necessario fermare Israele e questa strage. Deve farlo il popolo, perché i politici si stanno rivelando, come sempre, insufficienti e inadeguati perché ubbidiscono al padrone americano. E la musica può contribuire in modo significativo al risveglio delle coscienze: noi artisti siamo qui per questo.