Lo so, mi prenderete per pazza. Ma nel pieno delle mie facoltà mentali confesso che io, cresciuta a pane e Harry Potter, guarderò la serie. Anzi, ormai quasi non vedo l’ora. E sì, ancora di più dopo quei due minuti di teaser usciti nei giorni scorsi. Non giudicatemi subito e seguitemi mentre vi spiego il perché, che corrisponde un po’ a schierarsi in una guerra culturale che forse dovrei evitare di combattere. Ma “be brave”, come dice Harry al Professor Lumacorno nel Principe mezzosangue.
Parto da una distinzione molto manichea, anche se poi le posizioni sono infinite: da una parte i fan dei libri che aspettano questo adattamento come fosse Natale (e in effetti a Natale 2026 arriverà), dall’altra i puristi dei film che considerano l’intera operazione una sorta di sacrilegio commerciale. Nel mezzo, quelli che boicottano tutto a causa di J.K. Rowling (ci torniamo). E poi ci sono io, che ho letto e riletto i libri, ho visto e rivisto i film e aspetto impazientemente di ripetere l’esperienza con mia figlia. E nel frattempo, ben venga anche una serie: più Potter per tutti.
Il film di Chris Columbus (del 2001) era meraviglioso nel senso più letterale: pieno di stupore, di quella luce dorata e calda che dai libri di Rowling arrivava allo schermo con una fedeltà quasi commovente. Ma era anche, inevitabilmente, parziale, trecento pagine compresse in due ore e mezza lasciano per strada tantissimo. E un po’ di quel tantissimo è già nelle immagini diffuse, in quelle “scene nuove” (chiamiamole così) che sono quello che mi aspettavo e che mi ha convinta ad abbandonarmi al flow.
Harry che viene bullizzato non solo a casa, ma pure a scuola da Dudley e dai suoi compagni. Zia Petunia intenta a tagliargli con le forbici da cucina i capelli (che di notte ricrescono magicamente). Il viaggio in metropolitana con Hagrid che occupa poche righe nel libro e nei film latita. Ecco, nel teaser dura una ventina di secondi: il gigante con l’ombrello rosa, grande e goffo, seduto sul sedile della metro, Harry che lo guarda con quella faccia da bambino che non sa cosa gli sia successo e cosa gli stia per succedere e Hagrid che parla di James e Lily con un affetto devastante. È il tipo di sequenza che la scrittura seriale può concedersi e il cinema no, un passaggio in cui non succede niente di spettacolare, ma è così che spesso si costruisce un mondo.
E poi il Natale a Hogwarts con la battaglia delle palle di neve, Hagrid (again) che fa l’angelo come un bambino di sette anni in un corpo smisurato, per ricordarci che la scuola di magia è anche il posto dove Harry Potter, per la prima volta nella sua vita, è felice. Tutte chicche che i lettori dei libri hanno nel cuore e che i film non hanno potuto mostrare, non certo per assenza di volontà, ma per mancanza di tempo. Il cinema fa quello che riesce, la serialità invece il tempo ce l’ha. E il tempo, in questa storia, è fondamentale. HBO ha annunciato sette stagioni, una per libro (ma non una all’anno, produttivamente sarebbe insostenibile), con attori sotto contratto per dieci anni. E no, non mi sono dimenticata il treno che arriva di notte, non di giorno, piccola infedeltà della saga cinematografica rispetto ai romanzi che ha sempre disturbato i potteriani. Sono dettagli, certo, ma nei libri di Rowling i dettagli sono dove vive l’incanto.
Dominic McLaughlin, Arabella Stanton, Alastair Stout sono nomi che a oggi non dicono nulla a nessuno. Eppure hanno un compito impossibile e un’opportunità enorme: essere Harry Potter, Hermione Granger e Ron Weasley per una nuova generazione, dentro una delle produzioni più costose e attese della storia della Tv. Lo stesso Daniel Radcliffe ha detto: «Vorrei che non fossimo fantasmi spettrali nella vita di questi bambini. Lasciateli stare, perché questa sarà una cosa nuova. Una cosa diversa». Se McLaughlin ha qualcosa negli occhi, una qualità di sorpresa genuina, di ragazzino che non sa ancora chi è, e cioè esattamente quello che serve per Harry Potter nella prima stagione, Stout sembra avere il piglio estroso e goffo di Ron. Di Stanton invece si vede ancora troppo poco per azzardare un’opinione, ma sto già aspettando il momento in cui dirà: «È Wingardium Leviòsa, non Leviosà!». È lì che si gioca Hermione.

Alastair Stout(Ron Weasley), Dominic McLaughlin (Harry Potter) e Arabella Stanton (Hermione Granger). Foto: Aidan Monaghan/HBO
Il cast adulto invece è probabilmente l’aspetto più difficile da giudicare e anche il più rivelatore delle intenzioni di HBO. La logica sembra essere questa: scritturare interpreti che abbiano una storia e una presenza che non hanno bisogno di alcuna spiegazione o giustificazione. Come John Lithgow, attore di teatro e cinema di prima grandezza (tre Tony, cinque Emmy, candidato all’Oscar), con una capacità di essere insieme imponente e malinconico che sulla carta si adatta al Silente dei libri meglio di quanto ci si aspetterebbe. O Janet McTeer, una delle migliori attrici britanniche della sua generazione, candidata all’Oscar per In cerca d’amore e Albert Nobbs, Golden Globe per Maria Stuarda: McGonagall richiede esattamente quel tipo di precisione tagliente. Nessuno dimenticherà mai Maggie Smith, ma quello sguardo di McTeer ai ragazzi promette bene. Nick Frost as Hagrid ha fatto alzare qualche sopracciglio, ma chi lo ha visto lavorare sa che ha una tenerezza genuina nel corpo, quella di chi ama senza riserve e viene sempre sottovalutato. Hagrid è esattamente quel personaggio.
Ormai che ho stuzzicato il drago che dorme, tanto vale fare all-in. Arriviamo a Paapa Essiedu. Già tra i protagonisti di I May Destroy You, la bellissima serie scritta e interpretata da Michaela Coel, è anche un attore shakespeariano di formazione, il che per Piton, un personaggio che vive di sottotesto e di non detti, non è un dettaglio trascurabile. Ovviamente non corrisponde all’immagine mentale di Severus costruita negli anni dal pubblico insieme ad Alan Rickman, che era Piton in un modo che sembrava definitivo perché Rickman era inimitabilmente Rickman. E questo significa che Essiedu dovrà trovare la sua strada, e probabilmente quella strada sarà interessante proprio perché diversa (e comunque posso comprendere il purismo fandom, ma gli insulti e le minacce di morte no, raga).
Già che parliamo di polemiche, chi decide di non vedere la serie per le posizioni di J.K. Rowling (che è anche produttrice esecutiva) sulle persone trans ha ragioni valide e rispettabili, credo però che Harry Potter non appartenga solo a chi l’ha scritto, ma a milioni di persone che l’hanno letto e che hanno trovato in quelle pagine qualcosa di catartico sulla solitudine, sull’amicizia, sul coraggio di essere diversi. Lo stesso Lithgow ha spiegato che i libri gli sembrano «chiaramente contro l’intolleranza e il bigottismo». Separare l’opera dall’autrice è un esercizio che la critica letteraria conosce bene (si chiama, per dirla con Barthes, “morte dell’autore”) e che nella pratica è molto più complicato di quanto sembri. «Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità», dice Silente. E forse è anche da qui che si dovrebbe partire per pensare a Harry Potter oggi. Per me guardare lo show non significa approvare le parole di Rowling, e non guardarlo non cancella quello che i libri hanno significato.

Nick Frost (Rubeus Hagrid). Foto: HBO
Torno a bomba sul trailer perché è l’unica cosa concreta su cui, al momento, si può ragionare. C’è una critica che circola online sull’assenza di colore nelle immagini, perché la palette è visibilmente desaturata, quasi bruma rispetto ai film. Privet Drive sembra una strada di periferia britannica anni Novanta, che è esattamente quello che dovrebbe essere, ma nei film di Columbus aveva quella luce leggermente irreale che preparava il contrasto con l’universo magico. Qui l’opposizione è meno netta, e questo preoccupa qualcuno: se il mondo dei Babbani è grigio e quello magico è solo leggermente meno grigio, dove sta la meraviglia? Due minuti di teaser, per una serie da otto episodi il cui pilot viene diretto da Mark Mylod (lo stesso di Succession e di certi episodi di Game of Thrones, cioè due delle serie più clamorose degli ultimi vent’anni) non sono sufficienti per sentenziare sul risultato definitivo. Mylod è un regista che usa il colore in modo molto preciso e molto consapevole: in Succession la desaturazione era una decisione semantica, serviva a raccontare l’aridità emotiva dei Roy. Se ha voluto così per Harry Potter, sarà importante capirne le motivazioni.
Il secondo indiziato è la musica: niente tema di John Williams nel teaser, quelle note di celesta che ogni potterhead riconosce dai primi due accordi. Al suo posto c’è un assaggio della nuova colonna sonora firmata da Hans Zimmer insieme a Bleeding Fingers. In quei 120 secondi, però, non si sente ancora nulla che abbia la forza immediatamente riconoscibile di Hedwig’s Theme: è una scelta coraggiosa, o suicida, o entrambe. Vedremo.
Intanto la scena di Hagrid in metropolitana continua a girarmi in testa. Quel gigante goffo sul sedile della metro, quella tenerezza un po’ fuori posto nel mondo dei Babbani. È lì che la potteriana che è in me ha deciso di fidarsi. Per ora.
















