Pochi anni fa sarebbe stato inimmaginabile vedere Teyana Taylor vincere un Golden Globe prima di un Grammy. E invece eccola là, al Beverly Hilton, dopo aver vinto il premio come Miglior attrice non protagonista, eccola che ringrazia la famiglia, il regista Paul Thomas Anderson e le donne nere che hanno spianato la strada. «Ci sentiamo a nostro agio in tutte le stanze in cui entriamo. Le nostre voci contano e i nostri sogni meritano spazio».
Non ha portato a casa l’Oscar, ma la sua interpretazione in Una battaglia dopo l’altra ne ha ridefinito la carriera, trasformando anni di magri riconoscimenti in una consacrazione. La sua storia è anche indice di un cambiamento più ampio: i musicisti non sono più semplicemente attratti dal grande schermo, stanno diventando parte integrante per l’industria del cinema.
Taylor fa parte di un’ondata di artisti che assumono ruoli in tutto il settore. Produttori come Kenneth Blume (Lurker), Josh Dibb degli Animal Collective (Obex) e St. Panther (Crush) stanno ridefinendo la musica da film. A metà dell’anno scorso Charli XCX aveva già ottenuto ruoli in sette pellicole diverse e nel frattempo si occupava della colonna sonora di Wuthering Heights di Emerald Fennell. Gracie Abrams e Billie Eilish stanno per interpretare ruoli cinematografici importanti nei progetti di Halina Reijn e Sarah Polley. In certi casi la transizione ha qualcosa di surreale. Guapdad 4000, un rapper della Bay Area, è stato contattato per recitare in Him di Justin Tipping. «“Eri sul set di Issa Rae, recitavi da paura, sentirai presto parlare di noi”. “Ma che, sei della polizia? Chi cazzo sarebbe ‘noi’?”. Con me non puoi fare così, sono paranoico, una volta ero un truffatore».
Archiviata con lo streaming l’epoca della musica come monocultura, i confini tra cantanti, attori, influencer e registi sono diventati sempre più sfumati. La fama è talmente diffusa che spesso i cosiddetti creator guadagnano più degli artisti tradizionali, Hollywood continua ad essere attrattiva e i musicisti portano qualcosa che gli studios inseguono sempre di più: la credibilità. «Le multinazionali cercano chi può garantire loro incassi», dice Kenneth Blume, che ha lavorato con Vince Staples, Geese e Dominic Fike, «ma c’è anche un lato creativo».
Il rapporto tra musica e cinema non è certo nuovo. Major discografiche come Sony, Universal e Warner hanno da tempo legami con gli studios e artiste come Cher o Barbra Streisand hanno fatto transizioni simili decenni fa. Sono cambiate la ampiezza del fenomeno e l’accessibilità. Studios come A24 hanno abbracciato il cambiamento, arrivando persino a lanciare un’etichetta discografica nel 2025 e diventando, come ha scritto Hollywood Reporter, la casa cinematografica di riferimento per i cantanti che vogliono recitare. La strategia riflette una convergenza più ampia, in cui gli artisti non sono più ospiti a Hollywood, ma parte della sua infrastruttura. È una convergenza evidente sui red carpet tanto quanto sugli schermi. All’Academy Gala dello scorso anno, il cosiddetto Met Gala of the West, gente come Charli XCX, Olivia Rodrigo, Haim, Ed Sheeran e Bruce Springsteen si è mescolata ai bei nomi del cinema, un segnale di quanto profondamente i due mondi sono ormai intrecciati.
Dietro questo cambiamento ci sono anche ragioni pratiche. I compensi dello streaming sono notoriamente bassi e i tour sono diventati sempre più costosi, diminuendo i guadagni derivanti dalla musica. Secondo il Living Wage for Musicians Act, un artista ha bisogno di oltre 800 mila ascolti mensili per guadagnare l’equivalente di un lavoro a tempo pieno pagato negli Stati Uniti 15 dollari l’ora. Ma il cinema rappresenta non solo una possibilità di guadagno, ma anche un’opportunità creativa. Una delle strade percorribili è la scrittura delle colonne sonore. Le sincronizzazioni possono essere redditizie, ma si prestano a un controllo creativo limitato. Comporre per il cinema permette agli artisti di modellare la narrazione e di guadagnare in modo costante, con tariffe che vanno da 250 a 1000 dollari per ogni minuto di musica.
«Immagino che im parte conti la ricerca di soluzioni pratiche», dice Dibb. «L’economia dei media sta toccando il fondo e tutti cercano un’isola felice. Ma c’è anche un lato entusiasmante». E lo si vede dai risultati. La colonna sonora di Crush di St. Panther reinterpreta la storia del film attraverso una lente queer e alt R&B. «Ho fatto scelte fuori dagli schemi tradizionali». Secondo Blume, sperimentazioni di questo genere sono importantissime: «Dopo i remake dei remake e i campionamenti dei campionamenti, arriva il momento in cui la gente vuole qualcosa di nuovo e questo campo offre la possibilità di farlo».
Alcune di queste nuove direzioni stanno già prendendo forma. I documentari di Questlove hanno rivisitato momenti dimenticati della storia della musica nera, mentre Anderson .Paak è passato alla regia con K-Pops!, una commedia familiare ambientata nell’industria musicale. «Ero terrorizzato», dice il musicista parlando della regia del suo primo lungometraggio. È di Dumbfoundead il merito di averlo aiutato a orientarsi in un lavoro che ha iniziato a sviluppare durante la pandemia, quando la musica dal vivo si è fermata.
È ancora più difficile entrare nel mondo del cinema rispetto a quello del musica, ma le barriere si stanno abbassando. Oggi gli artisti possono autofinanziarsi progetti, collaborare con distributori indipendenti o stringere accordi con le piattaforme di streaming. Il risultato è una gamma più ampia di storie e di voci che le raccontano. I rapper, in particolare, stanno uscendo dai ruoli limitati in cui erano stati confinati. I lavori di Vince Staples, Freddie Gibbs e Anderson .Paak spaziano in una gamma sempre più ampia che va dall’autoironia alla profondità emotiva, ampliando ciò che è possibile fare sullo schermo.
«Più vediamo gli schemi tradizionali cadere, più l’arte ne beneficia», dice St. Panther. «Vogliamo creatività. Vogliamo arte vibrante. Vogliamo vedere film forti… e vogliamo anche ascoltarli».















