Un uomo entra in un bar. Si chiama Alex Novak e non se la passa molto bene. Lavora nel settore finanziario, anche se non lo vediamo mai in ufficio. La sua vita privata, però, è un disastro. Sua moglie, Tess, lo saluta in bagno prima di andare a letto con un: “Dobbiamo chiuderla, vero?” – “chiuderla” intesa come la loro storia: sono sposati da molti anni. Alex si è appena trasferito in un appartamento tutto suo nel centro di Manhattan, arredato in stile minimalista. I suoi due figli, entrambi di circa dieci anni (“i gemelli irlandesi”), gli dicono che ha bisogno di porsi degli obiettivi. Qualche tempo prima, durante una cena con vecchi amici, Tess aveva raccontato la storia di una persona che ha vissuto momenti di gioia e di dolore. Alex le aveva chiesto se si riferisse a lui. “No”, aveva risposto lei d’istinto. “A qualcuno in carne e ossa”.
Comunque, torniamo al bar. Alex vuole solo un drink. Solo che il buttafuori gli dice che l’ingresso costa 20 dollari. È una serata open mic per comici; se Alex vuole salire sul palco, però, può entrare gratis. Alex non ha mai fatto cabaret prima, ma lo ripeto: vuole un drink. Quindi mette il suo nome in lista. Quando lo chiamano, Alex si avvicina al microfono e si rivolge al pubblico: “Non ho delle battute pronte”, dice. “Credo che sto per divorziare…”.
Questo è il momento cruciale di È l’ultima battuta?, il film del regista e attore Bradley Cooper (nelle sale italiane dal 2 aprile, ndt), l’evento catalizzatore che aiuterà questo signore di mezza età a ritrovare sé stesso. Dato che Alex è interpretato da Will Arnett, un attore capace di infondere arroganza in una battuta come un lanciatore di Major League che usa l’effetto Magnus, ci si aspetta che Alex scopra di essere in realtà un genio della comicità, in attesa solo di essere scoperto. Scalerà quindi le vette della scena stand-up comedy newyorkese, trovando rapidamente successo e una seconda possibilità nella vita. Ci si prepara istintivamente alla classica storia di autorealizzazione che un tempo abbondava nei film degli Studios e che solitamente veniva accompagnata da sontuose campagne per i premi più importanti. Ci si ritrova invece, seppur a malincuore, ad assistere a una storia ben diversa.
Ed è anche per questo che questa dramedy basata su una storia vera colpisce così duramente: permette allo spettatore di immergersi nella premessa prima di virare bruscamente verso un territorio molto più complesso e fertile. Sì, Alex inizia a frequentare il famoso Comedy Cellar di New York, stringendo amicizia con i suoi colleghi comici (interpretati dai veri stand-up comedian Chloe Radcliffe, Jordan Jensen e Reggie Conquest). Sì, lentamente ma inesorabilmente inizia a rimettersi in sesto grazie al potere terapeutico di far ridere gli sconosciuti in cambio di un minimo di due drink. Sì, troverà un nuovo scopo nella vita, dedicando ore e ore alla creazione di un’opera di successo. E sì, Tess (Laura Dern: ne parleremo tra un attimo) noterà un cambiamento in quest’uomo che sembrava aver perso la sua scintilla vitale.
Ma è sia il modo in cui Cooper e Arnett interpretano questo arco narrativo, sia il cambio di rotta del film, che passa dal malessere maschile di mezza età a una storia sui matrimoni – su come vengono mantenuti in vita o appassiscono, su come richiedono un rinnovamento personale e collettivo, su come le persone possono essere così intrappolate nell’idea del proprio partner da non riuscire a vedere chi sia veramente – a rendere questo film qualcosa di molto più unico. Il regista della straordinaria versione del 2018 di A Star Is Born, incentrata su Lady Gaga, ha già dimostrato di avere talento dietro la macchina da presa, e se il suo successivo Maestro qua e là ha scontato il limite del biopic, ci sono alcune sequenze che suggeriscono che Cooper comprenda intuitivamente il legame tra forma e contenuto basato sui personaggi (per esempio, apprezziamo molto le scene di litigi durante la parata del Ringraziamento).

Laura Dern e Will Arnett in una scena di Will Arnett in ‘È l’ultima battuta?’. Foto: Searchlight Pictures/Jason McDonald
Con questa narrazione di improbabili reinvenzioni e conscious uncoupling, Cooper e il direttore della fotografia Matthew Libatique scelgono di mantenere un tono grezzo, girando sequenze frenetiche per le strade del West Village e infilando le cinepese tra i corridoi affollati e il pubblico stipato del Cellar. Numerosi scambi tra Alex e Tess, Alex e i suoi figli, la coppia e i loro vari amici – in particolare la sedicente “sirena antinebbia” di Andra Day e un santone di nome Balls, interpretato da Cooper, che si regala la migliore entrata in scena del film – si svolgono senza una colonna sonora che guidi lo spettatore verso un facile o pigro spunto emotivo, il che permette agli attori di dare il meglio di sé. Non viene tralasciata alcuna occasione per un primo piano, eppure Cooper sfrutta queste inquadrature a vantaggio del film. Una volta che Arnett entra nel locale per la prima volta, lo vediamo costantemente di profilo o parzialmente illuminato; è solo quando sale sul palco che possiamo ammirare appieno la sua espressione di smarrimento e di inaspettata felicità.
E quando hai una fuoriclasse come Laura Dern, che racchiude in sé un intero percorso emotivo quando Tess si imbatte accidentalmente nel nuovo hobby del suo ex marito, perché non inquadrarla in un primo piano intimo, quasi claustrofobico? Lei e Arnett navigano nelle acque agitate di queste persone intrappolate in una disfatta matrimoniale senza una soluzione facile o un punto di partenza – il film ti catapulta nella loro situazione nel bel mezzo di un incidente d’auto – in un modo che suggerisce intere storie di amore profondo, delusione e incomprensioni. Vedere Dern passare da mediatrice di divorzi nel film che le ha dato l’Oscar (Storia di un matrimonio, 2019) a donna intrappolata nel vortice di confusione e liberazione crea un ottimo confronto; ma il suo modo di mostrare che Tess non è una figura di facciata responsabile dell’autocommiserazione di Alex è molto più che un semplice contrappunto per il suo co-protagonista. È la prova lampante di cosa un grande attore possa fare con un grande ruolo in un film fatto da adulti, per adulti.

Will Arnett sul set con Bradley Cooper. Foto: Searchlight Pictures/Jason McDonald
Eppure, È l’ultima battuta? sa di dover condurre il suo protagonista, un’anima persa, verso un percorso di redenzione che sembri meritato, ed è qui che Arnett ha l’opportunità di dare il meglio di sé. La sua solita comfort zone, fatta di personaggi arroganti e inetti, ci ha regalato una galleria di indimenticabili idioti sullo schermo, ed è talmente associato a una certa immagine comica che si potrebbe dimenticare come abbia dato anima e cuore a un cavallo animato. BoJack Horseman ha sfruttato in modo incredibile sia la voce da baritono (e fumatore incallito) di Arnett, sia la sua spavalderia da ragazzo di una confraternita, eppure c’era sempre un autentico senso di pathos ferito che impreziosiva le sue interpretazioni. È la chiave per capire cosa sta cercando di trasmettere qui.
Alex non è né un pretesto per Arnett per fare battute a piacimento, né si inserisce in una tradizione di comici che si contorcono in posizioni da Bikram yoga per essere presi sul serio. È semplicemente il ritratto di un uomo che cerca di ritrovare sé stesso, un monologo improvvisato alla volta, dopo essere stato alla deriva in un mare di noia esistenziale. Arnett lo capisce, forse meglio di quanto possiamo immaginare. In ogni caso, il ruolo fa emergere un lato di lui che risulta rivelatore. E, a eccezione di alcune evidenti spinte verso l’ottimismo (in particolare l’uso di bambini che interpretano un famoso classico del rock), È l’ultima battuta? rende omaggio a questo aspetto in un modo che rimane fedele a ciò che Arnett sta facendo sul palco, sia nella finzione che sullo schermo. Rispetta sia l’inaspettata rinascita del suo protagonista, sia il pubblico che assiste a questo processo. Avremmo bisogno di molti più film come questo in questo momento.















