Un altro possibile: 100 anni di fantascienza | Rolling Stone Italia
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Un altro possibile: 100 anni di fantascienza

Nel marzo del 1926 usciva il primo numero di ‘Amazing Stories’ e veniva coniato il termine “sciencefiction”. Che, tra letteratura e cinema, sarebbe diventato un viaggio bellissimo

Un altro possibile: 100 anni di fantascienza

Un dettaglio del poster di ‘Interstellar’ di Christopher Nolan

Foto: Warner Bros.

Per Boris Vian era la resurrezione della poesia epica, la vera mistica del nostro tempo. Philip K. Dick ne parlava come fosse una bugia: «Mi spiace, noi scrittori di fantascienza non possiamo parlare di scienza, le nostre conoscenze sono limitate e non ufficiali, e di solito la nostra finzione è terribile». O forse la vera bugia era parlarne come se lo fosse. Lei, la sci-fi, onesta oppure no porta il suo secolo d’età con disinvoltura, e per vantare questa salute deve in ogni caso aver trovato il modo perfetto di stare al mondo. Ai mondi.

Usciva cento anni fa il primo numero della rivista Amazing Stories: fondata a marzo del 1926, e nelle edicole americane ai primi di aprile. Il termine scientifiction si deve al suo editore, Hugo Gernsback: un neologismo dalla fortuna evidentemente immediata. Quella di un secolo fa come nascita della fantascienza moderna è una data convenzionale, si è detto spesso, anche a ragione. Non è esattamente così, non del tutto. È piuttosto la linea di demarcazione dopo la quale la sci-fi si è data un’appartenenza, una e infinite identità, un implicito statuto. Un nome. E quando sei fatto di aria e di spazi, di sogni, fantasia e paura, della forma attendibile di una bugia, quando insomma devi farti credere, la presentazione è tutto. E il nome ancora di più.

La storia secolare della fantascienza moderna è la storia di un altro possibile. Spesso inquietante. Certamente simbolico, probabilmente probabile, in ogni caso plausibile. Dopo una guerra mondiale combattuta a baionette e mitragliatrici, ancora di lì a venire un’altra finita in quel modo lì, nel 1926 la stessa idea di bomba atomica doveva sembrare fantascienza. In seguito l’olocausto nucleare ha rappresentato, e continua a rappresentare, un filone sci-fi fondamentale tra letteratura e cinema. Fantascienza pure quella. Ça va sans dire.

Oh, le innumerevoli volte che l’uomo ha detto che la fantascienza lo aveva detto. Perché se è sempre stata una bugia, è stata una bugia ben fatta. E come tutte quelle ben fatte, frutto maturo dello spirito di osservazione e di giuste dosi di fantasia e realtà. Del genio, fondamentalmente. E del genio a questo mondo non esiste definizione più pertinente di quella data dal vecchio Rambaldo Melandri, e sempre valida: «Fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione». Meglio se velocità della luce.

A proposito di luce e velocità: l’ultima volta che la fantascienza ce l’aveva detto, è stata avantieri. Era l’aprile del 2019, gli scienziati dell’Event Horizon Telescope avevano reso nota la prima immagine di un buco nero supermassivo, al centro della galassia Messier 87, cinquantacinque milioni di anni luce da noi. E il suo orizzonte degli eventi appariva pressoché identico a come era stato rappresentato cinque anni prima dal “visionario” Interstellar. Una pietra miliare, fin da subito, del fondamento scientifico applicato alla fantascienza. Della scienza di Interstellar (sotto la consulenza del fisico teorico Kip Thorne, premio Nobel tre anni dopo) si è detto e scritto moltissimo, e molto meglio di quanto potremmo farlo qui.

Interstellar – Building A Black Hole – Official Warner Bros.

Era una nuova primavera del genere sci-fi al cinema, con esiti superlativi e di un’eleganza e spessore dimenticati: un anno prima Gravity, un anno dopo Arrival, nel mezzo il capolavoro di Christopher Nolan che per molti osava sfidare il primato inarrivabile di 2001: Odissea nello spazio. In quel caso il 2001 è arrivato da un pezzo, e ci ha deluso non poco. Siamo stati nel 2019 di Blade Runner, non abbiamo visto gli androidi e le pecore elettriche che diceva Philip K. Dick. Una pandemia planetaria, quella sì. Oggi siamo esattamente dentro il 2026 della Metropolis di Fritz Lang, e staremo un po’ a vedere. In ogni caso non l’abbiamo persa, la voglia di stare a vedere, di sognare, lasciarci (tele)trasportare e magari esorcizzare un po’ di paure.

Quanto alle affinità elettive con la poesia, anche Coleridge parlò del sense of wonder della sci-fi e di quella stessa «volontaria e momentanea sospensione dell’incredulità che costituisce la fede poetica». E poi la politica, la spiritualità, il piglio esplorativo delle space opera, la finezza semiotica delle ucronie così familiari e così capaci di parlare la stessa lingua dei nostri tempi: per lei non c’è un numero finito per le dimensioni conosciute. Per un secolo, la fantascienza moderna è stata il genere dei generi, lo sconfinato spettro di una tavolozza multiforme: l’ironia di Kurt Vonnegut e Douglas Adams, l’acume sociologico e trasversale di Ray Bradbury, le relazioni complicate con la robotica e l’AI di Arthur C. Clarke e Isaac Asimov, i terrori post-apocalittici di Richard Matheson e Cormac McCarthy. Esattamente come le stelle, riferimenti per andare oltre: tra l’uno e l’altro, una galassia di mezzo di sfumature, influenze e contaminazioni che continuano a fare della fantascienza l’infinito genere dell’infinito.

Un inganno verissimo, in fin dei conti: il trucco più plausibile e più spettacolare di tutti, il gioco dell’infinità per tornare in fondo al punto di partenza. Storie amazing, ma la meraviglia è sempre stata l’uomo: oggetto di studio di una scientifiction “inventata” nel 1926, ma anche prima di allora connaturata da sempre alla creatura di Dio e della materia. Andata così lontana da noi per tornare a noi, e parlarci fondamentalmente di noi. Non dei mondi, ma di chi abita questo. Non gli universi ma l’essere umano: tutte le sue forme fisiche e, tutte le declinazioni (im)possibili, le vite parallele e le realtà anche. C’è un’altra frase di Philip K. Dick. L’aveva pronunciata in una conferenza a Metz, ed è diventata l’intestazione della sua biografia-romanzo, Io sono vivo, voi siete morti di Emmanuel Carrère: «Molti sostengono di ricordare una vita passata. Io sostengo di ricordare un’altra, diversissima, vita presente».