C’è un momento, in Tutta vita, in cui si perde il grado di separazione: il film non è più solo cinema, il disco non è più solo musica, e la residenza artistica diventa qualcosa di più vicino a un esperimento dove gli esseri umani sono parte di qualcosa di più grande. Il 20 marzo scorso era uscito Tutta Vita Live All Stars, il disco del concerto al Teatro Politeama Rossetti di Trieste, mentre il prossimo 1° aprile uscirà il documentario diretto da Valentina Cenni – e distribuito da Lucky Red – che fissa su pellicola la settimana di convivenza creativa in una dimora storica a Gorizia, voluta da Cenni e condivisa con Stefano Bollani, dove un ensemble di musicisti che sembrava un’utopia vedere tutti insieme (Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Antonello Salis, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto e tre giovani talenti come Frida Bollani Magoni, Matteo Mancuso e Christian Mascetta) ha provato a fare qualcosa di semplice ma radicale: stare insieme, suonare e lasciare che l’improvvisazione prendesse forma davanti alla macchina da presa, fino all’apoteosi sul palco.
Il risultato è un progetto che vive su più piani e dove, come ci hanno spiegato Cenni e Bollani in questa intervista doppia, «in pratica il concerto, quindi quello che si sente nell’album, inizia dove finisce il documentario». Il disco, infatti, non è la colonna sonora del film, ma la sua prosecuzione: un passaggio di testimone tra immagini e suono in cui nulla è davvero fissato, perché «la musica viene fatta sul momento e piena di improvvisazione». Ed è proprio lì che succede qualcosa: le gerarchie saltano, i ruoli si sciolgono, e restano solo gli artisti che navigano a vista in quel flusso: «Un gruppo jazz è una sorta di democrazia perfetta», dice Cenni. E Tutta vita, più che un film, appare come un momento in cui l’ego di ognuno smette di provare a soverchiare quello degli altri e resta solo quello che succede mentre suoni. Prima su pellicola, poi su disco, e infine di nuovo dal vivo, in un tour che prova a tenere insieme una parte di noto e una di ignoto.

Enrico Rava suona con Frida e Stefano Bollani. Foto: Tutta Vita
In questi giorni ci ha lasciati Gino Paoli. Stefano, tu l’hai conosciuto e ci hai anche suonato.
Stefano Bollani: Abbiamo suonato insieme diverse volte. La prima, se ricordo bene, con Enrico Rava e l’orchestra, con Gino Paoli che cantava i suoi grandi successi in chiave jazzistica. Da allora ci siamo incontrati in altre occasioni. Per ricordarlo, dal punto di vista artistico ha scritto pezzi meravigliosi, per cui lo ricorderemo ancora fra moltissimi anni. Dal punto di vista umano era molto particolare, un vero personaggio. Tutti quelli che lo hanno conosciuto lo descrivono come rude e insieme timido. In realtà aveva anche un lato goliardico, che compensava gli altri due aspetti, per cui era divertente averci a che fare.
Invece voi, tra il disco, il documentario, il tour e anche il programma tv Via dei Matti n° 0, dove trovate tutta questa energia?
Valentina Cenni: Ci anima la voglia di stare nella bellezza e ritrovare continuamente l’armonia. Molto probabilmente è l’unico modo, o comunque quello che ci viene più facile e in cui ci troviamo più a nostro agio. Mettiamo tantissima energia in questi progetti e sono il nostro quotidiano, come l’acqua e l’aria. Ci permettono di dare un senso alla nostra vita.
Stefano Bollani: Io concordo.
All’inizio del documentario, Enrico Rava mette subito in chiaro: «Sei giorni di prove per un concerto di jazz non li ho mai fatti».
SB: Quello che dice è vero, anzi lo firmerebbero tutti i protagonisti del documentario. Si dice che i musicisti jazz non amino le prove perché vogliono mantenere una freschezza nel momento in cui si va a suonare. Penso che questa freschezza siamo riusciti a mantenerla lo stesso, perché in quei giorni di “clausura creativa” abbiamo suonato relativamente poco. Valentina si aspettava che stessimo tutto il tempo con gli strumenti in mano, in realtà abbiamo buttato giù delle tracce. La sera prima mi sono ritrovato a redigere una scaletta che tenesse conto di tutto quello che avevamo suonato, ma non ci sono riuscito. Infatti nel disco non c’è tutto. In pratica il concerto, quindi quello che si sente nell’album, inizia dove finisce il documentario di Valentina. Anche quel poco che è rimasto, dal vivo ha tutto un altro sapore. La musica viene fatta sul momento, piena di improvvisazione, quindi c’è molta differenza.
Avete messo insieme una sorta di Olimpo del jazz italiano con tre giovani musicisti, ma quando iniziate a suonare sembra che le gerarchie spariscano.
VC: Sono tutti sullo stesso piano. È incredibile che dei ragazzi così giovani, insieme a musicisti famosi in tutto il mondo, riescano a interagire musicalmente con quella semplicità e quella voglia di giocare, senza paura: è abbastanza unico. Per me è stato molto bello assistere, speravo potesse nascere questa comunione, che si formasse una sorta di tribù che danza all’unisono. È stato così. Questi musicisti jazz si sentono così liberi, così innamorati di quel modo di vivere la musica, hanno così voglia di buttarsi nell’ignoto e di aprire porte sconosciute per farsi sorprendere che, a furia di starci in contatto, mi hanno fatto venire voglia di documentarli. Mi sono proprio appassionata a come usano questa improvvisazione.

Stefano Bollani, Frida e Antonello Salis. Foto: Tutta Vita
Valentina, dopo averlo sentito improvvisare, chiedi a Daniele Sepe: «Cos’hai suonato?». E lui risponde: «Non lo so». Una leggerezza che, forse, un giovane faticherebbe ad avere.
VC: Credo ci si arrivi. Deve trascorrere una vita per permetterti di rispondere in quel modo.
SB: I giovani che abbiamo coinvolto sono tre talenti notevoli, non sento una grande differenza generazionale. Christian Mascetta dice una delle cose più sagge del documentario, cioè che studiamo tanto solo per essere pronti quando la musica ci viene a bussare. Perché se non hai la tecnica necessaria, arriva l’ispirazione e non sai cosa farci, per cui la porta rimane chiusa. E poi tra Enrico Rava e Frida, mia figlia, corrono 65 anni. A me questo fa effetto, ma neanche tanto. Nel jazz è normale. Io da ragazzino suonavo con persone molto più grandi di me, con diverso colore della pelle, e non c’è mai stato un problema. La storia del jazz insegna che non c’è mai stato razzismo. I musicisti l’hanno subìto, per esempio dagli organizzatori, ma mai dagli altri musicisti. È un ambiente molto inclusivo.
Rava ricorda di quando ti ha coinvolto nel primo concerto, quando Stefano eri giovanissimo e ti prendevi pochi spazi musicali per rispetto verso gli altri, ma lui ti ha subito spronato: «Guarda che ti ho portato per suonare».
SB: È vero, e si ricordava un altro passaggio che avevo dimenticato. Gli ho risposto: «Solo che non mi sto divertendo». E lui era d’accordo: «Non mi sto divertendo neanch’io». In effetti, a dirla tutta, in quel gruppo c’era qualcosa che non funzionava.
Come ricorda sempre Rava, non basta suonare bene: è fondamentale la complicità.
VC: È un’unione di cuori. Un gruppo jazz è una democrazia perfetta. Tutti sono lì in completo ascolto degli altri, perché se non si ascoltano non possono proseguire. Per cui, quando non funziona qualcosa, è perché uno parla sopra a un altro, quindi c’è uno scontro che fa svanire l’intesa. Invece, quando ci sono artisti con i cuori che si incontrano e sono lì per generare bellezza e dipingere insieme un grande affresco, dove ognuno può portare dentro tutto quello che vuole e l’ego è messo finalmente da parte, allora si sprigiona la magia.
SB: Un segreto, che è un non detto nell’ambiente, è la stima reciproca. Sembra un aspetto da nulla, ma la sua importanza è evidente se andiamo a vedere come funziona in altri campi della musica, come il rock o il pop, dove è più forte la competizione. Non solo perché esistono concorsi come Sanremo, ma anche perché ci si confronta su chi ha scritto la canzone più bella o su chi rimarrà nella storia. È così anche nella musica classica: non a caso sono noti i dissidi tra Beethoven e i suoi contemporanei, che non si amavano per questioni di rivalità. In questo caso, come di solito nelle formazioni jazz, c’è un’estrema ammirazione reciproca. Io, per esempio, quando sento suonare i miei colleghi, sento che non riuscirei mai a fare quello che fanno loro. Improvvisando inseriscono una personalità talmente forte che, anche replicandola, non uscirebbe mai identica. Questo crea ammirazione reciproca. Ci mettiamo tutti a nudo e, se siamo tutti nudi, non possiamo far altro che suonare e sentirci parte della stessa musica.
A un certo punto Ares Tavolazzi, dopo aver mostrato come suona, dice: «Quando inizia a girare non c’è più ragionamento».
VC: Sì, perché non esiste questa ricerca spasmodica della perfezione. Niente dev’essere davvero perfetto. Non credo sia uno degli obiettivi di un musicista jazz, perché l’improvvisazione ti dà anche la possibilità di sbagliare e, allo stesso tempo, di scoprire qualcosa che non avevi neanche immaginato. Questo può farti crescere e farti venire il desiderio di andare in un’altra direzione, svelandoti un altro mondo bellissimo. È un insegnamento che va oltre la musica: vivere quello che consideriamo un errore come un’occasione, una porta che si apre su un paesaggio nuovo che può stupirti.

Stefano Bollani e Matteo Mancuso. Foto: Tutta Vita
Come si filma qualcosa che, per sua natura, nasce e scompare nell’istante?
VC: Era talmente difficile che ho continuato a girare costantemente. Il direttore della fotografia, Luca Bigazzi, l’ho portato allo stremo. Essendo questi musicisti molto spontanei, liberi e coraggiosi, erano sempre interessanti. In questo modo non solo ho avuto modo di conoscere come vivono la musica, ma anche di scoprire delle anime bellissime. Hanno un candore che li rende unici. Lo sono grazie a questa purezza.
Valentina, hai mai avuto la sensazione che la macchina da presa potesse alterare quel processo? E tu, Stefano, hai mai percepito qualche disturbo dalle telecamere?
VC: Io ho cercato di essere invisibile. Per riuscirci ho messo insieme un piccolissimo gruppo di lavoro e, da guida di questo progetto, ho cercato di portare grande serenità, agio e morbidezza.
SB: Loro sono stati bravissimi e, rivedendolo, si percepisce che si è innescato l’effetto “festa”. Alcuni di noi non si vedevano da tempo, altri non si erano mai incontrati, per cui i nostri occhi erano tutti sugli altri componenti di questa band. C’era un tale entusiasmo nello stare insieme che mi pare sia evidente da quello che è finito nel documentario.
Un entusiasmo tale che, a un certo punto, al pianoforte sei accompagnato da Jobim, il tuo cagnolino che si chiama come Antônio Carlos Jobim.
SB: È giusto. In fondo ci sono tanti cani che recitano, perché non dovrebbero suonare?
Invece per quanto riguarda il tour, come si porta in giro qualcosa che si sviluppa al momento e dovrebbe essere irripetibile?
SB: Abbiamo trovato una formula interessante, un giusto equilibrio tra improvvisazione e organizzazione. Prima di tutto, nelle varie date che faremo apparirà il documentario, quindi il cinema, tutto montato e proiettato. Poi appariranno i musicisti che suoneranno qualcosa che non so bene cosa sarà. Forse somiglierà al disco, o forse no. Però ci piace l’idea che ci sia una parte di noto e un’altra di ignoto.
In un mondo in cui tutto è veloce, targhettizzato, alla ricerca della polemica o del trend, voi proponete un’alternativa che esiste solo nel tempo, nell’ascolto e nella relazione. Si può definire tutto questo anche un gesto politico?
SB: Penso che sia un atto di amore per la vita. In Tv, per esempio, c’è poco tempo e non vogliamo perderci in convenevoli e polemiche, la televisione è già piena di tutto questo.
VC: È naturalmente un atto politico, dal momento che ci rivolgiamo a un pubblico. Si traduce nel provare a generare armonia chiamando artisti meravigliosi, anche meno conosciuti dal grande pubblico, facendo quello che davvero sentiamo e desideriamo senza alcuna imposizione, senza aspettarci nulla, con una reale autenticità che fa sempre bene, prima di tutto a noi.
Dopo le tante cose che avete fatto e state facendo, qual è il prossimo sogno?
VC: Il primo sarebbe far venire alla luce il mio lungometraggio di finzione, che sto finendo di scrivere: una storia che da anni cresce sempre di più. Vorrei, un giorno, portarlo finalmente al cinema.
SB: È il mio stesso sogno perché, siccome sono uno dei pochissimi privilegiati che conoscono la storia – e la trovo bellissima – non voglio perdere questa opportunità di scrivere la musica.
Le proiezioni di Tutta vita al cinema:
Palermo, Cinema Rouge et Noir: 1° aprile ore 21
Firenze, Cinema Astra: 7 aprile ore 17, 19, 21
Lucca, Cinema Centrale: 8 aprile ore 20:45
Viareggio, Cinema Centrale: 8 aprile ore 19:30
Genova, Cinema Sivori: 9 aprile ore 20:30
Milano, Cinema Beltrade: 11 aprile ore 21:40
Varese, Multisala Impero: 11 aprile ore 18
Milano, Anteo Palazzo del Cinema: 12 aprile ore 11
Bergamo, Conca Verde: 12 aprile ore 17:30
Bologna, Cinema Odeon: 13 aprile ore 21















