Durante le settimane angosciose del lockdown, il giornalista inglese Dan Jennings, un passato alla BBC, ha dato vita a Desperately Seeking Paul, podcast per realizzare il quale ha dato voce a 200 intervistati, tutti quelli che hanno contato qualcosa nella vita di Paul Weller (familiari, amici, compagni di band e collaboratori) e molti di quelli che ne sono stati influenzati (Alan McGee, Graham Coxon, Noel Gallagher, Tim Burgess e molti altri ancora). Dopo avergli concesso una lunga intervista per la puntata finale, Weller ha suggerito a Jennings di realizzare un libro. Intento dichiarato dall’autore: «Disegnare un ritratto intimo e inedito dell’uomo che sta dietro alla musica».
Le 750 pagine di Paul Weller. Dancing Through the Fire. La storia orale autorizzata (Rizzoli Lizard), con la traduzione precisa e competente di Alfredo Marziano e Luca Perasi, raccontano 50 anni di carriera dell’elder statesman del rock inglese. Gli anni formativi a Woking, la scoperta del modernismo, l’incontro col punk, la storia dei Jam e il loro scioglimento all’apice del successo, la strana cosa chiamata Style Council, il Live Aid, Red Wedge, il matrimonio con Dee C. Lee e la successiva separazione, l’ormai lunghissima carriera solista, le collaborazioni, la morte di John Weller, padre, manager e molto di più, il taglio netto con l’alcol, il matrimonio con Hannah. C’è tutto e molto di più, attraverso la viva voce degli intervistati, Paul compreso.
Weller non nasce ribelle, e forse non lo è mai stato. L’infanzia a Woking è stata serena. Nulla di edipico con papà John, poi suo manager e consigliere per la vita. «Era il mio migliore amico», dice. «Come musicista credo abbia visto qualcosa in me». Una figura ben lontana da certi padri alla Joe Jackson (o alla Mike Agassi, se vogliamo fare un paragone sportivo) che faceva di tutto, anche portar via carbone e rame dalle case abbandonate, per mettere insieme il pranzo con la cena per sé e per la propria famiglia. «Non smetterò mai di pensare a me stesso come a una persona della classe operaia, e ne sono molto orgoglioso», dice oggi Weller. «Non importa quanto sia grande la mia casa, o quanti soldi abbia guadagnato. Affronterò sempre la vita da quel punto di vista». Un punto di vista molto più sociale che politico. Weller è stato forse il musicista di maggior fama tra i sostenitori di Red Wedge, il collettivo nato nel 1985 per far conoscere ai giovani le politiche del partito laburista nella speranza (poi rivelatasi vana) di battere Margaret Thatcher alle elezioni svoltesi due anni più tardi. Ma oggi sostiene che legarsi a Red Wedge e al partito laburista è stato uno sbaglio che non rifarebbe: «Lungo il cammino incontrammo un sacco di coglioni e, purtroppo, se penso agli esponenti del partito laburista non mi viene in mente nessuna eccezione».
La sua fama di personaggio spigoloso è da un lato confermata dal giornalista Dylan Jones, che lo intervistò per The Face ai tempi degli Style Council. «Maledettamente ostico. Uno stronzo, un vero stronzo. Ma è mai successo che un giornalista sia uscito da un’intervista con gente tipo Paul Weller, Van Morrison o Lou Reed pensando “Cazzo, è stata una passeggiata”?». Dall’altro lato, però, la quasi totalità dei personaggi intervistati da Jennings parla di un uomo determinato a difendere a ogni costo le sue scelte artistiche, ma nessuno dice di essere mai stato trattato male da Weller. Il libro in questo senso è fin troppo agiografico. Viene in mente anche quello che diceva Fabrizio De André a proposito dei Vangeli: erano più interessanti quelli apocrifi perché gli evangelisti ufficiali erano un po’ l’ufficio stampa di Gesù Cristo. Ecco, Dancing Through the Fire è un po’ il vangelo ufficiale di Paul Weller, che dice “storia orale autorizzata” fin nel titolo. Quello che sappiamo di lui attraverso questo libro è quello che ha voluto far filtrare. Di personale c’è poco. Cercasi Paul disperatamente, viene da dire traducendo il titolo del podcast da cui il libro è nato. Forse non lo troveremo mai, e forse è proprio quello che vuole. Nel libro parla praticamente solo di musica, che probabilmente (e legittimamente) è la sola cosa per la quale vuole si parli di lui.
Il big bang avviene a 5 anni. È il 1963, e i Beatles si esibiscono per la famiglia reale. La tv trasmette il tutto e le canzoni diventano la grande passione del piccolo Paul. Solo da adolescente scoprirà gli Who e il modernismo. «Con ogni probabilità non in modo filologicamente corretto rispetto ai mod originali. Ma non mi importava. Era la mia interpretazione». Nonostante guardi sempre avanti e tenda a non ripetersi, la storia (della musica) ha un suo ruolo centrale, e lo ha sempre avuto. Colpiscono, a questo proposito, le considerazioni di Mick Talbot, futuro co-fondatore degli Style Council: «Vidi i Jam all’inizio del 1977. Non disconoscevano il loro passato musicale. Tutti gli altri consideravano il 1977 come l’anno zero, come se fossero stati portati a terra da un’astronave». Riguardo a In the City, il primo album dei Jam, Weller dice addirittura che è nato copiando chi l’aveva preceduto, in particolare My Generation. «Ma allora avevo 18 anni. È la mia unica scusante».
I Jam risulteranno decisivi nella formazione dei chitarristi delle due band più importanti del Brit pop. Graham Coxon e Noel Gallagher raccontano della loro ossessione adolescenziale per il trio Weller-Foxton-Buckler. «Mi facevano sentire superiore a tutti gli altri a scuola, perché in loro avevo trovato qualcuno che rappresentava ciò in cui mi identificavo», dice il primo. Per il secondo erano «importanti come i Beatles». Parlando dello scioglimento della band, deciso unilateralmente da Weller («Fu una mossa egoista e una sorta di necessità, per la mia serenità mentale e sopravvivenza personale»), Rick Buckler, pur raccontando che lui e Bruce Foxton non erano nemmeno stati consultati, arriva a dire: «Ma guardiamo ai lati positivi di ciò che ci stavamo lasciando alle spalle: erano stati anni di lavoro intenso e avevamo fatto molto, tutti noi. Avevamo lavorato sodo raggiunto grandi risultati. È stato un viaggio fantastico».
È vero che il batterista, scomparso prima della pubblicazione del libro, parla quasi quarant’anni dopo i fatti, e il tempo generalmente smussa gli angoli, ma le sue considerazioni sono un esempio di quanto si diceva sopra: oggi nessuno ce l’ha con Weller, cui viene riconosciuto un grande coraggio per le sue scelte, compresa quella di chiudere una storia di successo («Prima che diventasse una cosa troppo grande. Ma io sono sempre stato così. Non mi piace quando le cose diventano troppo di massa o troppo di successo»). Il libro racconta anche la voglia di farla vedere alle case discografiche che lo davano per finito dopo lo scioglimento degli Style Council (e dire che aveva sì e no 32 anni), e la forza per ricominciare tutto da zero, trovandosi senza contratto discografico e suonando davanti a poche centinaia di spettatori per volta.
C’è sempre la musica al centro di tutta la vita di Weller, un appassionato totale, uno che pensa valga sempre la pena di esplorare strade diverse. Non ha inventato nuovi generi, ma è sempre stato disponibile a cambiare, e molto spesso lo ha fatto. «Non saprei dire se sono un passo avanti rispetto agli altri» dice. «Sono sempre aperto alla possibilità di ascoltare qualunque cosa, che mi piaccia o no. Una volta prendevi l’autobus diretto a casa di un amico con un paio di album sottobraccio, oppure glieli prestavi quanto vi ritrovavate a scuola. È rimasto molto di quel vecchio modo di fare quando con gli amici ci messaggiamo scrivendo la stessa, identica frase: “Questo lo devi ascoltare assolutamente”!».
Se si dà retta a Noel Gallagher, questa passione durerà ancora per parecchio tempo. «Ogni tanto attraversava periodi in cui sosteneva di averne abbastanza. “L’anno prossimo smetto”. Non so proprio cosa gli frullasse per la testa in quei momenti: perché, diamine, se c’è uno che non si ritirerà mai, quello è proprio lui».
















