Miart e Milano Art Week, una guida per seguire il ritmo | Rolling Stone Italia
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Miart e Milano Art Week, una guida per seguire il ritmo

Dal 17 al 19 aprile, la fiera diretta da Nicola Ricciardi anima la città. Anche attraverso un programma off lungo tutta una settimana. Ecco che cosa non perdersi, secondo noi

miart

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Foto cortesia

A Milano, ad aprile, l’arte non si guarda: si suona. O meglio, si attraversa come si attraversa un assolo di John Coltrane: prima con prudenza, poi con una certa euforia, infine con quella sensazione di aver perso il filo e trovato qualcos’altro. Non è un caso che miart 2026 scelga proprio lui come riferimento. Il titolo New Directions — omaggio all’album del 1963 — diventa la chiave di lettura della fiera e, a cascata, dell’intera Milano Art Week. Prima parte miart, poi la città si accende.

Dal 17 al 19 aprile (preview il 16), la fiera diretta da Nicola Ricciardi cambia casa e si trasferisce nella Allianz MiCo (South Wing), con 160 gallerie da 24 Paesi e una struttura che sembra pensata più per il movimento che per la sosta. L’impressione, entrando, è che miart non voglia più comportarsi come una fiera tradizionale: più compatta, più verticale, meno dispersiva. Le sezioni funzionano come movimenti di una partitura. Established per chi ama la solidità, Established Anthology per chi preferisce i cortocircuiti temporali, Emergent per chi cerca il rischio vero. E poi Movements, il progetto sull’immagine in movimento curato da Stefano Rabolli Pansera insieme al St. Moritz Art Film Festival: finalmente un’area dove si resta seduti e si guarda senza fretta. Personalmente è lì che mi fermerei più a lungo: meno networking, più tempo. Quando miart chiude le porte la sera, la città prende il tema e lo sviluppa. Un po’ come nel jazz: il primo strumento espone la melodia, gli altri iniziano a improvvisare.

'Established', Monica De Cardenas e Linda Fregni Nagler. Cortesia di miart

‘Established’, Monica De Cardenas e Linda Fregni Nagler. Cortesia di miart

Dal 18 al 21 aprile debutta Paris Internationale Milano, che lascia Parigi e si installa dentro Palazzo Galbani (Filzi 25). Il progetto, sviluppato con l’allestimento degli interni firmato dallo studio Christ & Gantenbein, mantiene il formato compatto e quasi intimo delle origini: poche gallerie (35 in tutto), molto spazio, atmosfera da conversazione più che da evento. Il fatto che tutto avvenga dentro un edificio ancora in trasformazione è la parte migliore.

Paris Internationale Milano

Copyright @margotmontigny. Cortesia di Paris Internationale

Se dovessi scegliere una mostra che intercetta bene lo spirito di questa settimana, andrei all’Istituto Svizzero per Romane de Watteville e il suo I’ll miss you when I scroll away, curato dalla talentuosa Lucrezia Calabrò Visconti. Una mostra che sembra parlare di saturazione visiva e invece parla di memoria: paraventi modulari dipinti su entrambi i lati, un percorso quasi labirintico, immagini che restano addosso solo quanto basta per farti dubitare di averle viste davvero. Non è facile, ma è intelligente. E oggi l’intelligenza visiva è merce rara.

A Palazzo Reale il clima cambia. Con Robert Mapplethorpe e Le forme del desiderio (fino al 17 maggio), curata da Denis Curti, Milano ritrova uno sguardo che non ha mai smesso di essere preciso come un bisturi. Mapplethorpe dimostra ancora una volta che il desiderio può essere costruzione, che la pelle può avere la stessa disciplina del marmo.

Robert Mapplethorpe Palazzo Reale Milano

Robert Mapplethorpe, ‘Ken Moody’, 1984. Copyright Robert Mapplethorpe Foundation. Cortesia di Palazzo Reale Milano

Sempre a Palazzo Reale, ma con una gravità completamente diversa, Anselm Kiefer occupa la Sala delle Cariatidi con Le Alchimiste (fino al 27 settembre), a cura di Gabriella Belli. Qui la materia domina, la storia pesa, il tempo si sente. Non è una mostra che si ama subito: bisogna starci. Però vale la pena.

Se invece volete qualcosa che rompa il ritmo, puntate al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea. La prima monografica europea di Marco Fusinato, The only true anarchy is that of power, curata da Diego Sileo, ha un rapporto quasi organico con la musica. Non a caso Fusinato — che molti ricordano per la Biennale di Venezia — lavora spesso con suono, distorsione e ripetizione come materiali veri e propri. Qui l’esperienza è fisica, rumorosa, quasi da concerto. In mezzo a tanto ordine curatoriale, un po’ di interferenza serve.

Al Pirelli HangarBicocca, fino al 26 luglio, Rirkrit Tiravanija con The House That Jack Built, curata da Lucia Aspesi e Vicente Todolí, propone una retrospettiva che non sembra una retrospettiva. Più che una mostra è un set: architetture attivabili, workshop, incontri, prove musicali, persone che entrano ed escono. Tiravanija lavora da sempre sull’idea che l’arte non sia l’oggetto ma ciò che succede attorno — cucinare, parlare, stare insieme — e qui lo ribadisce con leggerezza pop e intelligenza rara. Il pubblico non guarda: succede.

Alla Fondazione Prada, dal 9 aprile, Cao Fei con Dash cambia completamente frequenza. Se dovessi spiegarla in modo pop direi così: immaginate Black Mirror girato in mezzo ai campi. Video, VR, documentario, archivio: Cao Fei racconta la trasformazione dell’agricoltura globale tra algoritmi, droni e lavoro umano che scompare. La cosa sorprendente è che non diventa mai didascalica. Anzi, è quasi emotiva. Parla di tecnologia, ma in realtà parla di noi.

Le gallerie, come sempre, fanno il resto. Da Thaddaeus Ropac, Dialogues Are Mostly Fried Snowballs mette in dialogo Marcel Duchamp e Sturtevant in modo sorprendentemente pop: ready-made, copie, ripetizioni, ironia. Duchamp aveva capito prima di tutti che bastava cambiare contesto a un oggetto per cambiare il mondo; Sturtevant ha fatto lo stesso con le immagini. Oggi, nell’epoca dei meme e dell’AI, suona tutto incredibilmente attuale.

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Copyright The Irving Penn Foundation e Sturtevant Estate. Cortesia di Galleria ROPAC

Alla Gió Marconi, invece, Man Ray: M for Dictionary, curata con Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito, è una retrospettiva che si comporta come una playlist: fotografie, oggetti, film, parole. Man Ray resta il più pop degli avanguardisti, uno che ha capito prima degli altri che arte e stile possono convivere senza chiedersi scusa. Arte a parte, nel corso della settimana il capoluogo meneghino si anima anche attraverso eventi diffusi tra performance e incontri. Tra i più originali, Mototrombe!: parata urbana sonora per marmitte a fiato, ideata da Aronne Pleuteri e diretta da Dario Buccino, in omaggio al futurismo di Russolo.

Insomma, tirando le some, la verità è piuttosto semplice: durante la Milano Art Week non si tratta di vedere tutto per forza. Si tratta di seguire il ritmo. miart espone il tema — proprio come farebbe Coltrane — e Milano risponde con una lunga, lunghissima improvvisazione urbana.