Se Jon Davison non fosse cresciuto a tre isolati da Taylor Hawkins a Laguna Beach, in California, la sua vita sarebbe stata decisamente diversa. I due sono diventati migliori amici alle elementari. Hawkins era con Davison quando ha scoperto i Rush e i Queen. Hanno iniziato a suonare nello stesso periodo, Hawkins la batteria e Davison la chitarra. Hanno visto il loro primo concerto assieme, quando la madre del futuro batterista dei Foo Fighters li ha portati al Kia Forum per vedere il Serious Moonlight Tour di David Bowie.
Il momento decisivo nella carriera di Davison è arrivato nel 2012, quando gli Yes stavano cercando un nuovo cantante e Hawkins ha detto a Chris Squire che conosceva l’uomo giusto per ricoprire il ruolo, il suo grande amico ovviamente. Non stava esagerando. Davison ha un timbro sorprendentemente simile a quello del giovane Jon Anderson, è stato il frontman dei Roundabout, una tribute band degli Yes, era pronto alla vita in tour avendo cantato in band come Glass Hammer e Sky Cries Mary. Negli ultimi 14 anni gli Yes sono stati il centro della sua vita. Ha cantato negli ultimi tre album in studio Heaven & Earth (2014), The Quest (2021) e Mirror to the Sky (2023), ha girato il mondo con loro. Il 22 aprile inizierà la parte europea del loro tour che prevede tra le altre cose l’esecuzione completa di Fragile.
Nel 2019, durante la crociera a tema prog Cruise to the Edge, Davison ha conosciuto Emily Lodge, figlia di John Lodge dei Moody Blues. Si sono sposati tre anni dopo e Davison ha iniziato a suonare nella band solista di John, cantando tutte le parti originariamente interpretate da Justin Hayward, tra cui Nights in White Satin. E quindi si è ritrovato nella posizione inusuale di tenere viva la memoria sia degli Yes che dei Moody Blues, almeno fino alla morte di Lodge avvenuta l’anno scorso mentre gli Yes erano in tour in America. «Mi ripetevo che dovevo salire sul palco e cantare senza scoppiare a piangere. Sapevo che lui mi avrebbe detto: “Devi farlo, devi celebrare la musica e sorridere”».
Davison ha trovato la forza per andare avanti anche dopo la morte di Hawkins nel 2022. Ha combattuto la resistenza di alcuni fan degli Yes che non vogliono accettare nessuno al posto di Anderson. Ha vissuto il periodo imbarazzante di qualche anno fa quando due versioni diverse degli Yes erano in tour e si sono incontrate alla cerimonia della Rock and Roll Hall of Fame, oltre ad affrontare il bel problema di cantare i pezzi degli Yes, anche quelli più difficili, una sera dopo l’altra. Ne abbiamo parlato su Zoom in collegamento dalla sua casa nel Surrey.
In che modo Taylor Hawkins ti ha spinto a fare musica quand’eravate ragazzini, e viceversa?
È stato suo fratello che era parecchio più grande e più cool a farci conoscere certi dischi rock. Taylor era un anno più giovane di me, ma musicalmente era più avanti. Ricordo la prima cosa che mi ha detto: «Il mio vicino ha una batteria che vuole vendermi, e ultimamente ascolto i Queen. Sono un gruppo incredibile». Adorava il fatto che il loro batterista scrivesse canzoni e avesse un suo stile. Ci si identificava parecchio. Pensava di somigliare a un giovane Roger Taylor coi capelli folti, biondi, tirati all’indietro e gonfi. Amava Roger Taylor e il fatto che si chiamasse Taylor. Sono cose che contano quando sei un ragazzino. Aspirava a quello. E voleva che io fossi Freddie Mercury. Ma come fai? Io invece ho cominciato a suonare la chitarra e col tempo il basso nel momento in cui abbiamo cominciato ad apprezzare il prog dei Rush. Gli Yes e i Genesis sono arrivati dopo nelle nostre vite. I Rush ci colpivano di più da ragazzi perché erano più immediati.
So che a Taylor piacevano i Jane’s Addiction. Andavate a vederli?
Sì, avevano un’energia grezza, molto rock’n’roll e psichedelica. Li abbiamo visto assieme nel tour di Nothing’s Shocking. Nel pubblico c’erano metallari, goth, Deadhead, di tutto, perché tutti potevano identificarsi coi Jane’s Addiction.
La vita di Taylor è finita troppo presto, ma ha fatto in tempo a vivere i suoi sogni rock da bambino. Ha suonato coi Queen, ha improvvisato coi Rush, ha cantato pezzi dei Led Zeppelin con Jimmy Page e John Paul Jones a Wembley.
Il bello è che Dave Grohl condivideva lo stesso entusiasmo quasi infantile per i loro eroi e non avevano paura di esprimerlo. Quando ne incontravano uno, ci si fiondavano e dicevano: «È fantastico conoscerti, mi hai influenzato, adoro quest’album». Erano quasi musicologi del rock e questo colpiva gli altri musicisti, oltre alla loro umiltà e al carattere aperto. Niente ego di mezzo e questo permetteva loro di incontrare i grandi musicisti che idolatravano.
E tu, quando hai scoperto di avere del talento come cantante?
Molto più tardi. Ho sempre fatto cori, ma non ho mai avito la possibilità di sviluppare la voce. Attorno al 2000 ho lasciato Seattle, ero negli Sky Cries Mary, la band che mi ha permesso guadagnarmi da vivere con la musica come bassista negli anni ’90. Poi però tutto è finito e mi sono trovato in un periodo di stallo. Era deprimente pensare di non potere più essere in grado di fare musica. Non volevo restarmene a casa a suonare, ma stare in una band. Taylor mi ha detto: «Entra in una cover band, tieniti in esercizio». Ho dato un’occhiata a Recycler e Craigslist e ho visto un annuncio per una cover band degli Yes. A quel punto mi ero messo alle spalle la passione per i Rush e le mie band preferite in assoluto erano proprio gli Yes e i Genesis. Mi pareva pazzesco stare in una band che suonava solo musica degli Yes. C’era però un problema: non cercavano un bassista, ma un cantante. Ero disperato e sapevo di avere una voce alta, ci ho provato e loro sono rimasti colpiti. È iniziato tutto così. Non che sia passato così tanto tempo, era il 2005. Avevo credo 37 anni.
Come hai saputo che gli Yes, quelli veri, cercavano un cantante?
Il manager dell’epoca, Paul Silveira, conosceva i Glass Hammer e nel frattempo Taylor continuava a dire a Chris Squire: «Conosco io il tipo giusto». Quando Benoît David, che cantava con loro, si è ammalato e non ha potuto fare il tour che stava per iniziare, Taylor ha dato a Chris il mio numero: «Chiamalo». Mi hanno chiamato Chris e poi il manager. Ho chiesto quando sarebbe stata l’audizione. «Non ci sarà un’audizione, abbiamo un tour in Australia, Nuova Zelanda, Indonesia, Giappone… tra due mesi e mezzo».
Dove si è tenuta la prima prova?
Al Mates Rehearsal Studios di Los Angeles. C’era anche Taylor perché a quel punto era già amico di Chris. Era lì a farsi un giro. Conoscevo già una bella parte del repertorio, ero un fan degli Yes e conoscevo i dettagli degli album e questo mi ha aiutato a rompere il ghiaccio. A loro piaceva che dicessi cose tipo: «Ehi, so che facciamo questa canzone, ma adoro la versione dal vivo del ’76. Che ne pensate di…». Erano entusiasti del fatto che fossi così appassionato e sapessi così tanto della band.
Solo nel 2012 hai fatto con gli Yes 41 concerti, poi altri 67 nel 2013 e addirittura 89 nel 2014. Sono tantissimi. Qualche anno fa ne ho parlato con Benoît David e mi ha detto che tutti quei concerti gli hanno praticamente distrutto la voce. Come hai fatto a evitare che succedesse anche a te?
Un fatto di natura, e non lo dico per sembrare egocentrico. È solo che non ho mai avuto la sensazione di sforzarmi. Quindi, per rispondere alla tua domanda, ecco il segreto: non forzare la voce, cantare in modo controllato, cosa che fortunatamente mi viene naturale.
Mi ha detto che la parte “sharp… distance” di Heart of the Sunrise era la più difficile per lui.
Ed sì, posso capirlo. Non ne sono immune nemmeno io.
L’anno dopo che sei entrato nella band c’è stato il tour in cui facevate per intero Close to the Edge e Going for the One.
Sentivano che con me potevano affrontare qualsiasi pezzo, è stata una vero e proprio atto di approvazione delle mie capacità. Dicevano: «Facciamo una serie di tour dedicati agli album e suoniamo i dischi interi, anche quei brani più nascosti che sono stati trascurati per decenni».
Hai detto che l’album Heaven & Earth non è tra i tuoi preferiti. Cos’è andato storto?
Avevo aspettative altissime, come succede quando ti trovi per la prima volta in una situazione del genere. Purtroppo, e con tutto il rispetto per il compianto e grande Roy Thomas Baker, non era in un buon momento della sua vita. C’erano molte questioni personali in ballo – non so esattamente quali e non ho indagato – ma di fatto non avevamo un produttore concentrato. E noi eravamo tutti un po’ alla deriva, in cerca di una guida.
Dev’essere stato frustrante visto che era il tuo primo album con loro.
Sì. E so che è stata una grande delusione anche per i fan, quindi ero molto giù, ma fa tutto parte del processo di apprendimento.
Quando siate stati in tour in Giappone a fine 2014 sapevi che Chris Squire era malato?
No, non in quel momento. Stava benissimo e ci stavamo divertendo molto. Un mesetto dopo mi ha chiamato: «Ho parlato con Billy e stiamo pensando di incontrarci per scrivere qualcosa insieme». Voleva far entrare Billy Sherwood nella band, con la speranza di fare un passo avanti e superare Heaven & Earth. Poi, una o due settimane dopo, sentii che aveva dovuto dire alla band che aveva un problema di salute e che sarebbe stato ricoverato. Facevamo il tifo per lui, ma non parlavamo con lui così spesso, era riservato. È stato uno shock enorme quando abbiamo saputo che era finita.
C’eri alla cerimonia della Rock and Roll Hall of Fame?
È stato emozionante perché c’erano i Journey, l’Electric Light Orchestra, un evento pieno di star. Ero felice per la band. Ero lì tra il pubblico come ammiratore a godermi lo spettacolo.
In quel momento Jon Anderson guidava la sua versione degli Yes con Rick Wakeman e Trevor Rabin. Dev’essere stato strano vederli riunirsi sul palco.
È stato interessante.
Sei riuscito a incontrare Jon Anderson?
Sì. Sono andato da lui all’aftershow. Ma la musica era così alta e la mia voce era distruttache non credo abbia capito che ero il cantante degli Yes. Pensava che fossi semplicemente un fan, cosa che effettivamente sono.
Negli ultimi anni era chiaro che Alan White voleva fare tutto il possibile per continuare, anche quando il suo corpo stava cedendo.
È così. Io ero più giovane e in buona salute – tocchiamo ferro – eppure ero esausto. E pensavo: come fa Alan a farcela? E lui ha quattro arti che lavorano a pieno ritmo. Quello del batterista è un lavoro durissimo, molto atletico. Faticava, ma ce la faceva. È memoria muscolare. Diceva: «Non riuscirei a fare altro. Che dovrei fare? Stare a casa a imparare a lavorare a maglia?».
A che punto è il prossimo disco degli Yes?
L’abbiamo appena finito e masterizzato. Stiamo lavorando ai dettagli della copertina, Roger Dean consegnerà l’artwork finale proprio in questi giorni. Dovrebbe uscire a luglio, credo.
Pensi che farete un altro tour dedicato a un album classico?
Non ci abbiamo pensato, ma l’idea mi piace. Forse dovremmo fare Going for the One, perché è da una vita che non suoniamo Awaken. L’ultima volta credo sia stata nel 2018 per il cinquantesimo anniversario.
Oggi ci sono molte band senza membri originali, come i Lynyrd Skynyrd e i Foreigner. Pensi che gli Yes continueranno anche dopo il ritiro di Steve Howe?
Beh, Steve ci ha dato la sua benedizione dicendo che vorrebbe che continuassimo perché, come ha detto una volta Rick Wakeman, ci sarà sempre uno Yes. E uno dei criteri che Steve ha indicato è stato: «Spero che resti progressive». E onestamente non penso che avremo problemi con questo.
C’è una piccola parte di fan che dice che senza Jon Anderson gli Yes non esistono, ma immagino tu lo sappia.
Sì, anche se non leggo quasi nulla online. Lo evito, ma so che c’è chi lo pensa. Non posso biasimarli. Anch’io sono un fan degli Yes e Jon Anderson è un genio assoluto. Faccio semplicemente del mio meglio per rendergli onore. Sono stato chiamato a questo compito, è quello che voleva Chris. Continuo facendo quello che mi è stato chiesto di fare dando il massimo. È un atteggiamento quasi spirituale, mi dà fiducia. Significa servire gli altri. Ho applicato questa idea anche al modo di esibirmi: canto per il pubblico, per servire il pubblico. Voglio vedere il sorriso sui loro volti: hanno trovato il tempo per esserci, hanno speso dei soldi, sono qui per uno spettacolo e io glielo darò. Questo mi dà sicurezza e mi mette in uno stato mentale più elevato.
Ormai molti fan ti conoscono, visto che canti con gli Yes da 14 anni, ma ogni sera ci sarà qualcuno che entra in sala un po’ scettico e finisce per ricredersi.
È la cosa che mi gratifica di più. Significa che è stata una serata riuscita. Qualunque cosa succeda, se riesco a regalare un po’ di gioia e a convincerli che questa musica è ancora magica, allora è un successo.
Negli ultimi anni hai perso persone molto care, tra cui Taylor Hawkins e John Lodge. Che cosa ti ha insegnato sul lutto?
È una bella domanda. Credo che significhi mantenere viva la loro memoria attraverso la musica. So che amavano la musica ed è una passione che condividevamo. Sono onorato di aver potuto assistere e condividere una parte della loro vita e della loro carriera. Voglio mantenere viva questa cosa. E penso che il modo migliore per farlo sia restare creativi, concentrati e positivi, andare avanti senza dimenticarli mai, portandoli con me. Quando scrivo musica e mi esibisco, voglio pensare come se mi stanno guardando da lassù e sono orgogliosi di me. Voglio rendere loro onore facendo del mio meglio.















