Ligas va a letto con la moglie del capo, insulta la maestra della figlia e manda dick pic a una donna mentre è insieme a un’altra. Con una reputazione segnata da uno scandalo e una moglie da riconquistare, è il tipico Peter Pan in giacca e cravatta da cui ti lasci fregare volentieri, un edonista presuntuoso ma fin troppo divertente che la mattina – la mitomania si nasconde nei dettagli – si guarda in uno specchio con la scritta “Greatest lawyer in town“. La legge è fatta di regole, ma è ovvio che Ligas segua le sue. E viva il medical, viva il drama, ma qui oltre a godersela parecchio, Luca Argentero è davvero in gran forma.
A differenza del suo avvocato da giungla milanese, lui risponde beato dal suo casale in campagna: «Sono praticamente in retreat», scherza quando gli fai notare che Ligas sarà pure la rockstar del Tribunale di Milano, ma lui sembra essere in una fase altrettanto rock della vita. Tre anni fa presentava a Rolling Stone il suo romanzo d’esordio Disdici tutti i miei impegni, e raccontava il bisogno di «defilarsi un po’ come attore». Neanche a dirlo, uno dietro l’altro sono arrivati Una famiglia sottosopra di Alessandro Genovesi, Oi vita mia di Pio e Amedeo, l’evergreen DOC – Nelle tue mani e soprattutto due nuovi progetti che, per l’ennesima volta da quel galeotto 2003 che fu, confermano Argentero come il più grande perculatore di etichette della sua generazione. Almeno dieci vite in oltre vent’anni di carriera, se provi a inquadrarlo lui è già scattato altrove: oggi rilancia con Motorvalley di Matteo Rovere (entrata nella top 10 globale Netflix delle serie non in inglese) e con Avvocato Ligas, prima serie legal Sky Original (tratta dal romanzo di Gianluca Ferraris e diretta da Fabio Paladini, in esclusiva su Sky e NOW ogni venerdì), che segna già un successo della piattaforma con oltre un milione di spettatori nella prima settimana.
«Non mi sento un grande attore, però inizio ad avere qualche ora di volo», dice lui, ma questa è la conferma che il pubblico non è pronto a stancarsi di Argentero, anzi. Oltre alle diagnosi mediche, adesso lo fermano per strada anche per le consulenze legali. E dell’Argentero che voleva tirare il freno a mano, probabilmente resterà solo la sua parodia in Call My Agent – Italia: il sogno di prendersi una pausa da tutto per scalare la vetta di Nanga Parbat.

Foto: Sky Italia
Boom di ascolti per un debutto che ha superato subito il milione. Un habitué come te sa emozionarsi ancora per un successo del genere?
È emozionante che le persone per strada urlino: “Avvocato!”. Quello è fighissimo e mi ha dato subito una percezione della simpatia che ha suscitato Ligas, a prescindere dalla qualità della storia e dai numeri che sono pure alti, quindi ben venga.
A te Ligas è stato subito simpatico?
Sì, già dalla lettura. Tutti avevamo intuito che la scrittura fosse ottima, tutti abbiamo detto: “Si vede che c’è qualcosa di buono là sotto”.
Da spettatore frequentavi già il genere legal?
L’unica verità è che mia figlia grande compie sei anni a maggio, quindi sono sei anni che non frequento la televisione come prima. Ero un grande consumatore, tutte le sere mi sedevo davanti alla Tv a qualsiasi ora a guardare qualcosa, però non mi ero mai appassionato a un legal. Avevo le mie passioni, che erano Breaking Bad, 24, House of Cards, un altro genere di serialità.
Eravamo qui su Rolling nel 2023 per il tuo primo romanzo. Non serve che io ti ricordi il titolo, ma qualcosa è andato storto. Hai triplicato gli impegni.
(Ride) È proprio la legge di Murphy, hai ragione. Non so se questa è una ruota del criceto dentro cui sono finito e da cui non uscirò mai. Forse vivrò con questo perenne desiderio, e più lo manifesterò più il lavoro si attiverà. Però vedi, alcune cose completano il loro ciclo e altri cicli iniziano.
Infatti la tua vita sta diventando la parodia della tua parodia in Call My Agent. Quello è stato un episodio divertente, c’era molto di te.
È vero, e tra l’altro uno degli sceneggiatori è lo stesso di Ligas, quindi c’è stata anche una specie di “inception”. È bello che quella roba aderisca un po’ al vero sé.

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Tre anni fa eri in una fase molto onesta e libera della tua vita. Quella di oggi sembra più una fase rock.
Infatti sono qui al casale perché sono praticamente in retreat (ride). Sai che le rockstar quando sgasano troppo finiscono la benzina e devono stare in mezzo alle margherite. Guarda che roba… (gira la telecamera e panoramica sul suo casale) Qui è proprio inevitabile sentire di dover ricaricare le pile.
Adesso va a finire che scrivi pure un album.
Impossibile, sono una pippa con la musica. A parte gli scherzi, io non mi sento particolarmente rock. Anzi, sono piuttosto noioso. Però mi piace vivere, e ho la fortuna di avere una compagna [Cristina Marino] incredibilmente viva e luminosa, che mi spinge a succhiare il midollo della vita, a fare, a viaggiare e avere progetti. Sono un grande sostenitore del fatto che la qualità della vita di un uomo si basi fondamentalmente sulla donna che ha a fianco.
Hai detto una gran cosa.
Perché è vero che questo rende tutto più rock’n’roll. Noi non ci fermiamo un attimo, abbiamo sempre voglia di fare, di girare, di viaggiare. Per il resto, rispetto all’atteggiamento che ho verso l’esterno, mi sento anche obbligato a essere onesto e sincero nei confronti delle domande che mi vengono fatte. Qualche anno in più ce l’ho, rispetto a quando ero un ragazzo, quindi uno acquista anche un po’ di consapevolezza.
Torniamo a Ligas. Apri la serie senza un dente, Oral-B come l’ha presa?
(Ride) Trovo che ci siano due enormi crash: questo sorriso infranto alla scena uno, quando invece entriamo in farmacia e i miei figli guardano il cartonato con lo spazzolino in mano e urlano: “Papà!”. E il fatto che una specie di alcolista come Ligas di fatto nella vita reale abbia un brand di bevande analcoliche (Sodamore, la sparkling soda che Argentero ha ideato con un gruppo di amici, nda). Lo trovo geniale, proprio in questo momento.
La rottura è netta: dal medico dei sogni all’avvocato allo sbando. Era il compromesso per continuare DOC senza rimanerci incastrato?
Infatti ho scelto anche Motorvalley, un altro personaggio che mi serviva fisicamente per sporcarmi. Ma questa non è soltanto un’esigenza legata al retropensiero di rompere quell’immagine. Parlo proprio di stimoli personali nell’intraprendere nuovi lavori. Quello che non si percepisce minimamente all’esterno, è che ogni volta che uno dice sì a un progetto, soprattutto rispetto alle serie che sono immaginate su più stagioni, significa che investirà i prossimi tre, quattro, cinque anni della sua vita.
Infatti DOC è iniziata nel 2019.
Ed è un investimento gigantesco, in termini umani, personali e di tempo. Non è che io mentre giro Ligas o le trentaquattro settimane di DOC posso girare altro. Quindi le scelte che faccio, avendo così a cuore il tempo e tornando all’intervista del 2023, sono pensatissime. Non è un’esigenza di distanziarsi, ma di trovare energia e stimoli per fare delle cose sempre nuove.
Guardando Motorvalley, l’impressione è che neanche tu ti aspettassi di ritrovare tanta benzina.
Certo, dopo cinque anni che facevo solo una cosa è normale che arrivavo sul set ed ero entusiasta di quello che succedeva. Poi ero anche voglioso di cambiare aria. Noi abbiamo girato veramente cinque anni in un capannone alle porte di Roma.

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I grandi registi non sono mancati nella tua carriera, con Rovere come è andata?
Lui è un grande regista. Un nuovo grande regista. E i grandi registi sono ossessionati da quello che fanno, lo seguono in modo maniacale e hanno idee chiarissime. È la stessa sensazione che ho avuto con tutti i grandi registi con cui ho avuto la fortuna di lavorare. In Matteo ho trovato anche una persona che mi piace moltissimo e che vorrei frequentare di più nella vita di tutti i giorni, perché ha tre figli ed è un uomo che sta vivendo la mia stessa fase. Ha un umorismo che mi piace, e sul set non si accontenta mai. Essendo anche produttore di quello che fa, se deve girare tre ore o due giorni in più, perché pensa che gli serva, lo fa senza paura.
In qualche modo prendevi anche il testimone da Stefano Accorsi.
Non mi sono sentito appesantito dall’ombra di Veloce come il vento, ma anzi arricchito dall’esperienza di Matteo, che il primo giorno mi ha detto: “Faccio questa serie con tutto quello che ho imparato facendo il film, da un punto di vista soprattutto tecnico”. Io sono un amico e un fan di Stefano, ma i due personaggi non avevano veramente grandi punti di contatto.
Ligas è denso e controverso. Dovevi incarnarlo, non giudicarlo, renderlo credibile, e soprattutto divertirti.
E mi sono divertito tantissimo, come non mi divertivo da tempo. Era come se tutte le indicazioni ci fossero già. Ogni scena di Ligas funziona perché non c’è niente di superfluo, non ci sono parole e tempi sprecati. Questo è il motivo per cui Ligas sembra denso. Leggo ogni tanto i commenti, dicono “Sembra una serie americana”, ma semplicemente è fatta con attenzione. Bisognerebbe parlare del lavoro degli sceneggiatori (Federico Baccomo, Jean Ludwigg, Leonardo Valenti, Matteo Bozzi, Camilla Buizza e Francesco Tosco, nda). Noi abbiamo delle didascalie nelle sceneggiature: Ligas si sposta dal punto A al punto B mentre dice una frase che viene descritta. Quella descrizione, nel caso di Ligas, è il motivo per cui la serie è così densa.
Come la scena della dick pic, appunto.
Perché nel momento in cui Ligas manda la dick pic, in realtà sta facendo un’indagine. Sta guardando fuori dalla finestra e coglie un dettaglio: quindi tu stai portando avanti il caso, ma stai anche raccontando qualcosa del personaggio. In una serie normale si sarebbe affacciato alla finestra, avrebbe trovato l’indizio e lo spettatore avrebbe ricevuto la sua informazione. Perché Ligas funziona? Perché mentre fa tutto questo manda una dick pic.
Filo rosso: anche qui devi riconquistare una moglie, e anche qui, per certi versi, provi a essere un buon padre.
Dici? In DOC mio figlio lo faccio praticamente morire io, e in Ligas non riesco neanche ad andare a prendere mia figlia a scuola. Non sono tanto d’accordo, è un padre migliorabile. DOC è talmente un animo buono che gli perdoni qualsiasi cosa, ma di fatto il suo peccato originale è proprio quello, è una ferita mai chiusa. Si sente responsabile della morte di suo figlio, e quella roba lì non passerà mai. Ligas ci prova, ma il suo edonismo lo sovrasta, e sovrasta anche la sua figura di padre. È costretto a perdere sua figlia per iniziare a lavorare sul rapporto con lei. Non so nella seconda stagione cosa succederà, ma ho paura che sua figlia e sua moglie non saranno comunque tra le sue priorità. Saranno sempre un richiamo d’attenzione al fatto che sta veramente sgravando, sono il suo ultimo brandello di connessione con la realtà.
Non credi che il desiderio di migliorarsi come padre sia già un buon punto di partenza?
Be’, se chiedi a Luca no. Io ho un’asticella molto più alta rispetto all’essere genitore.

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Nel primo episodio di Ligas c’è anche tua moglie, Cristina Marino. Dopo tanti anni insieme e due figli, è stato divertente e sexy come sembra?
Divertentissimo. E ho trovato Cristina molto figa, tutta tatuata. Spero di non offendere nessuno utilizzando questo termine, io lo reputo un complimento. E poi è stata una gran figa ad accettare un’idea folle, che è venuta a me, al regista e al produttore, cioè suggerire che lo facesse lei. Mi sembrava che funzionasse. Lei è stata abbastanza gentile da accettare, perché è un ruolo che si apre e si chiude in poco tempo.
Rivedremo Cristina anche nella quarta stagione di DOC. Io non posso chiederti molto, tu cosa puoi dirmi?
Non vedo, non sento, non parlo. Faccio come se tu non mi avessi fatto questa domanda.
Allora chiudiamo con un crossover Ligas-Argentero. Ligas ci ripete che “tutto a questo mondo è un processo da vincere”. Luca che ne pensa?
Io non sono per niente così, mi stressa solo il pensiero. Vivo in campagna, sono in pace con l’universo, sogno un mondo in armonia, figurati se mi metto a questionare per ogni singola cosa. Io mollo sempre il colpo. A meno che non sia una questione veramente grave, che riguarda me e la mia famiglia.
Probabilmente Ligas sarà la tua nuova gabbia dorata per i prossimi cinque anni, lo sai?
Però Nils ha fatto un po’ una boutade teatrale alla Nils Hartmann (Executive Vice President di Sky Studios Italy, ndA): in conferenza stampa ha detto che vorrebbe girare la stagione 2 e 3 assieme, che da un punto di vista del tempo sarebbe geniale.
Così potresti anche scrivere il secondo romanzo?
Appena i figli faranno quel famoso stage all’estero, e io avrò il tempo di mettermi esattamente qua, dove sono seduto in questo istante, con un computer davanti. È quello che mi piacerebbe fare, sì.















