

Foto: Nima Benati
Ci sono artisti che cantano emozioni. E poi c’è Chiello, che nelle emozioni ci vive dentro, scava nel dolore (e non solo) e finisce per rimanerci incastrato. Quando arriviamo nel suo studio di Brugherio, cinque minuti a piedi da casa sua, è lì da ore: «Faccio l’unica cosa che mi fa stare bene». Non è una posa, è un’ossessione.
L’abbiamo incontrato per parlare di Agonia, il suo nuovo disco, ma finiamo per attraversare tutto. Le origini a Venosa, il divorzio dei genitori, la fuga da casa a 16 anni, Genova e la fame («ci era rimasta solo una cipolla in frigo e la padrona ci ha cacciati»). Poi gli FSK Satellite «di cui non mi pento», Sanremo senza compromessi e Morgan che «stimo artisticamente, un po’ meno come persona». E ancora l’America che lo ha ispirato, fino al privato mai raccontato così apertamente. «È la mia vita che è un incubo, a tratti».
Non c’è compiacimento, perché Chiello non è un “maledetto” nel senso classico. Nel suo approccio alla musica ci sono richiami dei maudit, ma sembra più vicino alla vulnerabilità della poetessa Antonia Pozzi. Una sua confessione dice molto, se inserita nel contesto di un artista finito nel mainstream, ma che rifiuta qualsiasi costruzione a tavolino: «Non sono io che decido. Quando scrivo le canzoni vengono da sole».
Agonia è esattamente questo: un disco non programmabile, non strategico, impossibile da replicare a comando. Lui di solito parla poco, ma quando si apre, come in questa intervista, non trattiene niente: «La musica la faccio per me stesso. Poi la regalo agli altri». Da dove nasce, per la prima volta, lo racconta qui.
Chi era Rocco Modello prima di diventare Chiello?
Un ragazzo avventuroso, molto curioso, che ha sempre avuto la passione per la musica fin da bambino e che, crescendo, faceva freestyle con gli amici e partecipava alle battle a Potenza. E poi mi è sempre piaciuto disegnare e dipingere. Anche se fino ai 7 anni dicevo che avrei voluto diventare un astronauta. Sarà scontato, però mi affascina lo spazio.
È vero che hai imparato a scrivere all’asilo e che già alle elementari componevi canzoni?
La poesia mi ha sempre appassionato. In particolare la corrente dell’ermetismo. Quando ho letto per la prima volta le poesie di Giuseppe Ungaretti è scattato qualcosa dentro di me e ho cominciato anch’io a scriverle.
Tua madre è stata la prima musa.
Esatto, erano poesie che recitavo a voce e diventavano canzoni. Non dimenticherò mai quando, per la Festa della mamma di fronte a tutti i parenti, ne ho recitata una. È stata dura, perché sono timido. Anzi, più che timido sono introverso. Però mi piace mettermi in gioco, provare a fare quello che è scomodo. Perché per migliorarsi bisogna scontrarsi con le proprie paure.
Di tua madre hai parlato spesso, di tuo padre meno.
Mio padre è un grande, mi ha ispirato tanto. Il mio sogno è diventare come lui. Lo stimo, anche se non è stato molto presente quando ero piccolo ed è toccato a mia madre il compito di crescermi. Lui lavora come autotrasportatore di mobili, quindi era poco a casa e sono stato molto più tempo con mia mamma. A un certo punto, però, quando sono cresciuto ho iniziato a lavorare con lui e abbiamo coltivato un rapporto più stretto.
Quando dici «vorrei diventare come mio padre» ti riferisci alla maturità?
Diventare un punto di riferimento. Come persona è una delle migliori che conosco al mondo: corretta, leale, responsabile, matura. È estremo in questo e chissà se io riuscirò a diventarlo.
Il rapporto con tua madre è in linea con quello di altri artisti della tua generazione, con un padre assente e una mamma che diventa l’unico punto di riferimento.
Troverei strano il contrario. Sono le mamme che ci mettono al mondo, per cui come fai a non considerarle centrali nella tua vita? Per tutti noi è così, anche per chi non fa l’artista, quindi non puoi che volerle un bene dell’anima e fidarti ciecamente.
I tuoi genitori si preoccupano ancora per te?
Hai voglia! Devo ammettere che sono un po’ una testa di cazzo, perché ho bisogno di isolarmi, di stare da solo, ma cerco anche di essere presente con la famiglia e di sentire i miei genitori. Certo, mia madre vorrebbe vedermi e sentirmi molto più spesso. Mi fa la ramanzina se una cosa non le è piaciuta. Ma sono sempre stato così, un po’ una testa calda anche prima di diventare Chiello, quindi non è una novità.

Coi FSK Satellite. Foto: Francis Delacroix
Tua madre ti ha definito un bambino «tranquillo, dolce, affettuoso, premuroso». Com’è che in adolescenza nella musica con gli FSK Satellite tiri fuori tanta rabbia?
Non ho mai parlato di quel momento, ma c’è stato un periodo in cui mi sono distaccato dalla mia famiglia, quando i miei genitori hanno divorziato. E io me ne sono andato di casa. Avevo circa 16 anni. Mi sono fatto un po’ gli affari miei, come te li puoi fare a quell’età, cioè facendo anche tante cazzate, devo ammetterlo. È stato in quel periodo che devo aver sviluppato quelle ispirazioni. Perché vivevo il mondo da solo, ero molto giovane: fino ad allora avevo sempre vissuto con i miei genitori e non è facile doversi procurare da vivere.
Ti sei distaccato dalla famiglia, ma dove hai vissuto e con chi?
Con gli altri ragazzi con cui poi abbiamo formato l’FSK Satellite. Ci siamo trovati un appartamento in zona e siamo andati a vivere insieme, perché ci legava la passione per la musica e un obiettivo comune. Volevamo spaccare e fare quello per tutta la vita. E riuscirci senza avere anche un lavoro più ordinario per mantenerci.
A quell’età non è così comune, almeno in Italia, che dei minorenni vadano ad abitare da soli per inseguire un sogno.
Io ho sempre avuto dentro questa forte spinta all’indipendenza. Già da piccolo, anche a 11-12 anni, volevo a tutti i costi la patente e una mia vita slegata dai miei genitori. Sentivo l’esigenza di staccarmi e andarmene, non perché stavo male ma per esprimermi.
Poi vi trasferite a Genova, dove però il sogno si schianta sulle difficoltà economiche.
A Genova siamo andati perché era più facile registrare ogni giorno, altrimenti da Venosa il primo studio era a un’ora di strada, a Bari, e non potevamo andarci così spesso. Ma è stato un periodo molto complicato: non avevamo soldi per mangiare e abbiamo tirato la cinghia. Un giorno ricordo che è rimasta solo una cipolla in frigo. Preso dalla fame l’ho tagliata, l’ho fritta e l’abbiamo mangiata in tre, ma oltre a fare schifo poi siamo stati malissimo. Eravamo talmente in difficoltà che Sapobully una volta è andato a rubare in un supermercato, ma l’hanno beccato. Ogni giorno succedeva qualcosa, ma cercavamo solo di fare musica.
Nonostante le difficoltà, ti si sono illuminati gli occhi a parlarne.
Avevamo trovato un ragazzo con uno studio di registrazione e ci aveva invitato a utilizzarlo, se fossimo stati a Genova, quando volevamo. E per quanto non avessimo niente eravamo ricchi dentro. L’amicizia che ci univa era qualcosa di unico, oltre alla passione per la musica.
Che rapporto hai oggi con Sapobully e Taxi B?
Siamo ancora amici. Ci sentiamo e ci vediamo quando possiamo. Ovviamente ognuno si è dedicato al proprio percorso solista, abbiamo i nostri impegni, ma ci vogliamo bene.
Ti capita di riascoltare i pezzi del periodo FSK Satellite?
Da allora non li ho più ascoltati.
Eravate stati criticati per gli eccessi fuori e dentro la musica, c’è qualcosa di cui ti penti?
No, non mi piace pentirmi. Preferisco imparare dai miei errori.
A Venosa, in Basilicata, avete portato lo scompiglio, tanto che hai spiegato che gli altri prendevano le distanze: «Siamo sempre stati visti come quelli da evitare».
Veniamo da una realtà piccola, tutti si conoscono, per cui se fai qualcosa che gli altri non riescono a concepire, allora subito ti puntano il dito contro. Sicuramente agli inizi non abbiamo avuto supporto dalla nostra gente, mentre invece l’ho sentito forte in quest’ultimo periodo, come per esempio quando sono stato a Sanremo. La Basilicata e Venosa mi hanno dato il loro sostegno e questo mi ha fatto piacere.
Quando torni a Venosa immagino ti chiedano selfie e autografi, ma ti è mai capitato di incontrare gli stessi che prima ti respingevano?
Di certo ne ho incontrati, ma ci sta. Non ce l’ho con loro. È stata normale la loro reazione: stavamo facendo una cosa fuori dall’ordinario e quindi era quello che doveva succedere.
Per inseguire il tuo sogno hai anche mollato la scuola.
Poi ho preso il diploma. Quando sono tornato a casa, prima di trasferirmi a Milano, ho studiato da privatista e ho recuperato. L’avevo mollata al quarto anno, me ne mancava solo uno.
In quel momento hai pensato che la musica non sarebbe stata la tua strada?
Quando siamo tornati da Genova per noi è stata una sconfitta. Non avevamo più un soldo, ci ha cacciato la proprietaria di casa e non ne abbiamo trovata un’altra. Dopo aver fatto uscire tre, quattro canzoni le cose non si sbloccavano, così io sono tornato a Venosa, ho cominciato a lavorare con mio padre e a studiare per recuperare l’anno di quinta al liceo artistico.
Hai mai pensato di mollare?
No, perché pensavo: sticazzi, quello che succede succede, ma la musica la faccio per me stesso. La faccio e poi la regalo agli altri, ma prima di tutto serve a me.
È possibile mantenere viva a lungo questa voglia di fare quello che senti più di quello che conviene in un settore dove le spinte all’omologazione sono fortissime?
Sarò così per sempre. Ammetto che è difficile, perché devo fare la lotta ogni giorno con quelli che ho intorno, però questo è tutto quello che ho. Non voglio sprecarlo.
Hai detto: «Non sono uno che punta alla canzone per andare in radio, faccio musica come mi viene. La faccio per me stesso».
Per quanto mi riguarda paga come atteggiamento. Essere me stesso mi fa stare bene e mi ripaga anche a livello di mercato. Se un giorno dovesse andare male, a livello commerciale, non ho nessun timore perché continuerei a fare musica anche se mi ascoltasse una sola persona. La facevo in cameretta e me la ascoltavo solo io, per cui, se dovesse cambiare qualcosa, l’unica cosa che non mancherà mai per me è la musica. È il centro di tutto. Anzi, devo stare attento proprio a questo: continuare a fare le cose per me e non per gli altri.
Ora hai 27 anni, un numero che richiama il tristemente noto Club dei 27.
Se ci tengo a farne parte? (Ride). Alla morte ci penso. Non posso dire di non aver paura, ma non mi blocca nel vivere. Per molte persone è un freno. Invece io me la vivo bene.
«Ho un buon rapporto con la musica, ma non sempre con la mia musica. A volte può diventare un incubo». Sono parole tue.
È la mia vita che è un incubo, a tratti. Vivo la musica come un’ossessione: sono sempre qui in studio per superare me stesso e quello che ho già realizzato, provo costantemente, e a volte diventa pesante perché ho la sensazione di correre tanto ma di correre sul posto.
Cosa fai in una giornata normale, quando non lavori?
Mi alleno, faccio palestra che mi fa stare bene. Sto prendendo lezioni di chitarra e canto, ci vado ogni settimana. Ogni tanto, quando riesco, amo praticare sport estremi come bungee jumping o surf e snowboard. Ogni tanto vado in skate. La notte non riesco a dormire, prendo il mio skate, esco e percorro i chilometri per le strade della zona. E poi dipingo. Sono quadri astratti, sto sperimentando: quando ero più piccolo mi piaceva il disegno dal vero.
Hai la sensazione di essere la stessa persona che ascoltiamo nei tuoi brani o senti che c’è una distanza tra te e quel “personaggio”?
È un lato di me che lascio vedere, anche se non c’è tutto nelle mie canzoni. Sono molto più. Poi, col tempo, le persone potranno conoscermi meglio. Ogni volta che esce una canzone esce un pezzo di me.

Foto: Nima Benati
Ti riconosci nelle etichette che ti vengono date? Malinconico, fragile, tormentato.
Queste definizioni non mi dispiacciono, ma sono anche l’opposto.
Nei live emerge anche il tuo lato selvaggio.
Beh, certamente ascoltare musica in cuffia o a casa crea uno schermo, come quando vedi qualcuno in tv. Dal vivo è diverso: riesci a sentire delle energie intense e a trasmetterle.
Per il tour in partenza hai preparato delle novità?
Questa volta ho deciso di puntare di più sulla musica. Non che prima sia stata trascurata, ma per questioni di budget abbiamo puntato sull’aspetto scenografico e sacrificato qualche amplificatore o elemento della band. Invece questa volta ci saranno sette musicisti sul palco, al posto di cinque, con degli amplificatori giganteschi. Voglio alzare da terra il pubblico per tutto il concerto. E non ci saranno né sequenze, né click: sarà tutto dritto e suonato.
Gli artisti degli ultimi anni, in particolare i più giovani, non hanno sempre investito sull’aspetto live, invece tu sembri molto focalizzato anche su quello.
Col tempo ho imparato a occuparmi di tutto, perché questo progetto è la cosa più importante della mia vita. Mi sono impegnato tanto che ora tengo tutto sotto controllo. In particolare dopo le prime esperienze a Milano, dove ho firmato il primo contratto dell’FSK Satellite senza nemmeno leggerlo perché non ci capivo niente, infatti ho preso più di qualche fregatura. Adesso mi sento maturato, quindi seguo tutto: musica, dischi, live e il team.
Quanto controllo hai su quello che mostri di te e quanto invece ti sfugge?
Ho zero controllo su quello che voglio esprimere. Non sono io che decido. Quando scrivo le canzoni non penso a cosa devo scrivere, vengono da sole. Per questo spesso, quando le ho scritte, sono talmente sincere che mi vergogno di farle ascoltare ad altri. Ma è un buon segnale, perché mi dimostra che ho espresso delle verità. Io mi ispiro alla mia vita, certo, ma non solo. Anche a tante persone e cose che ho intorno, al mondo in generale. Nelle mie canzoni c’è tanto della mia vita a tutto tondo, c’è tutta la mia vita in generale.
C’è qualcosa che non riusciresti mai a mettere in una canzone?
Tantissime cose, purtroppo. Ci sono argomenti che vorrei trattare ma non ho ancora trovato la chiave giusta per farlo. Ci sto lavorando.
Vasco Rossi cantava: “Ma le canzoni son come i fiori, nascon da sole, sono come i sogni, e a noi non resta che scriverle in fretta perché poi svaniscono e non si ricordano più”.
Ma lo sai che non ci ho capito un cazzo? Porca puttana, è frustrante! Ti giuro che è davvero frustrante, ma è anche la magia che c’è dietro. Bisogna fidarsi molto di se stessi, questo l’ho imparato. Ci sono stati periodi in cui non sono riuscito a scrivere niente e altri, come quando sono stato in Minnesota, in cui ho scritto tanto. Prima di quel viaggio era un po’ di tempo che, a parte qualche appunto, non riuscivo a scrivere una canzone. Quando sono atterrato in America mi ha subito ispirato molto, ho sentito delle vibrazioni particolari.
Quando senti che una canzone sta per arrivare, prima si trasforma in testo o in melodia?
Io prima scrivo il testo e poi penso alla melodia.
Il dolore è una condizione che attraversi o un luogo in cui torni volontariamente?
Ci scavo e mi piace scavarci nel dolore. È un modo per capirmi meglio. Anche se non scavo sempre nel dolore, mi piace farlo anche su altri sentimenti, come la nostalgia o la felicità.
«Perché scrivi solo cose tristi?», chiesero a Bruno Lauzi, e lui rispose: «Perché quando sono felice, esco».
Per me non è così. Io sto sempre in studio a scrivere. Ho un approccio diverso da molti che ho conosciuto.
Spiegacelo.
Ho visto che tanti lavorano con i produttori in studio, ma è un modo freddo di fare musica. Si mettono lì con un tipo al computer che crea i suoni schiacciando dei tasti e tu, artista, te ne stai ad ascoltare quello che sarebbe meglio mettere insieme. Altri preferiscono lavorare con degli autori. A me piace stare, prima di tutto, con i miei amici e poi mi sono stancato dei produttori. Non dico che non ci lavorerò più, ma preferisco avere intorno dei polistrumentisti che sanno come si crea la musica e la sanno suonare. Qui mi sono creato il mio spazio, con le persone con cui sto bene, e non mi interessa nessun altro metodo per fare le canzoni.
Ti sono mai arrivate proposte di canzoni già pronte?
Tantissime, soprattutto negli scorsi anni. È arrivata gente che mi ha addirittura proposto di cantare canzoni scritte da altri, ma non ho mai accettato. Mi è capitato di scrivere dei pezzi con Tommaso Ottomano o Domenico Venturo, solo che loro li conosco, sono miei amici che a volte mi conoscono meglio di me. Se cantassi le canzoni fatte da altri mi sembrerebbe di timbrare il cartellino. Effettivamente ci sono molti che la vivono così, timbrando il cartellino.
Alla ricerca della hit?
Molti mi dicono: «Sono andato in studio a scrivere il pezzo di Sanremo e mi è uscito». Ma come cazzo hai fatto? Incredibile. Io non ce la farei mai. Vado in studio e, quando sono ispirato, ho delle speranze di scrivere dei bei pezzi, ma non riuscirei mai a programmarlo. Il mio cervello, con questi ragionamenti, va proprio in tilt. Non lo saprei proprio fare.
C’è qualcosa che ti pesa in questo lavoro rispetto agli esordi?
Quello che mi pesa fare non lo faccio (ride).
Ti senti capito quando canti le tue canzoni?
In generale sì, poi c’è sempre un po’ di odio che mi viene riservato. Però le persone che mi seguono, che conoscono la mia musica da sempre, mi sembra che mi capiscano.
Ti preoccupa l’idea che qualcuno possa identificarsi troppo con il tuo dolore?
Sento di avere una responsabilità. Per me stesso, prima di tutto, per questo mi sforzo di essere migliore. E per cui credo di essere un buon esempio per chi mi ascolta.
Hai mai visto qualcuno che le ha mal interpretate?
Una volta che le ho pubblicate sono di tutti, non posso avere il controllo sulle conseguenze.
La musica attuale ti piace?
C’è qualcosa che mi piace. Devo dire che non seguo molto l’Italia, seguo più la musica internazionale. E poi poca musica italiana nuova e moltissima musica italiana vecchia.
XXXTentacion è stata la tua prima ispirazione.
Ora lo ascolto meno, sono andato avanti. Lui faceva cose sperimentali, per quello mi piaceva, ma adesso la trap mi sta stretta e la sento una vibe un po’ passata.
Senti nell’aria un ritorno della musica suonata con gli strumenti?
Secondo me ci sono sempre stati i musicisti e le band che hanno continuato a suonare, ma la trap è esplosa nel mainstream e per un periodo di tempo ha oscurato il resto. Però anche in America stanno emergendo tante nuove band, con sonorità rock attualizzate.

Foto: Onofrio Petronella
A Sanremo con Ti penso sempre ti sei classificato al venticinquesimo posto. Ma tu sei competitivo?
Sono competitivo, lo nascondo, ma non posso dire che sia falso. Non vivo la musica come una competizione, sono competitivo con me stesso per fare meglio. Non amo i paragoni con altri: ogni persona è unica e quindi ognuno ha bisogno di un percorso giusto.
Portare una canzone di Luigi Tenco a Sanremo, Mi sono innamorato di te, per la storia che ha il suo autore, cos’ha significato per te?
Sono consapevole che possa essere considerato coraggioso, ma per me è stato tutto naturale e spontaneo. Io amo le canzoni di Tenco e, anche se non l’ho mai conosciuto, gli voglio davvero bene. Per me è stato un onore portare una sua canzone sul palco dove è stato eliminato. È rimasto nella storia, anche se all’epoca non era stato capito. Come Enzo Carella, che ultimamente lo stanno riscoprendo, ma in vita non se lo filava nessuno.
A Sanremo sei stato coinvolto in un caso che ha fatto molto discutere: la partecipazione di Morgan con te nella serata dei duetti e il suo abbandono o la tua scelta di non portarlo dopo le prove. Le vostre versioni le avete già spiegate, ma a posteriori hai pensato che valesse la regola di non incontrare mai i propri idoli?
Non ho cambiato idea sulla musica di Morgan, lo continuo a stimare come artista, mentre come persona un po’ meno. Il suo disco Canzoni dell’appartamento rimane leggendario.
Per arrivare ad Agonia, il tuo nuovo disco, ci sono brani che segnano un’evoluzione sonora. Come Polynesian Village, che ha qualcosa del blues del Mississippi.
L’America mi ha influenzato, d’altronde sono andato lì apposta. Volevo racchiudere quelle vibes in un disco. Io credo nelle energie che ti può dare un luogo: cambia il modo di scrivere e di fare musica. Ho collaborato con diversi musicisti americani e l’album è mixato da David Greenbaum, che ha lavorato con Beck, Gorillaz e Paul McCartney, e masterizzato da Chris Gehringer, che ha collaborato con Dua Lipa, Drake, Ed Sheeran. Quindi hanno contribuito al suono. Così come la strumentazione, perché quello che trovi in America, nello stesso studio, in Italia è difficile da trovare. Proprio per Polynesian Village abbiamo utilizzato un Optigan, che è una tastiera degli anni ’70, poi è stato registrato tutto su nastro, mentre l’ultima traccia del disco è interamente registrata in presa diretta e con tutta la band.
In Salvami da me stesso, per chi ha Morgan tra i riferimenti, paradossalmente ci sono rimandi all’indie dei 2000 e al lo-fi sdoganato da Bugo in pezzi come Casalingo.
Sai che non ho mai sentito niente di Bugo? Ma se mi dici che te lo ricorda me lo vado ad ascoltare. Spero ti abbia richiamato sonorità fighe. Quindi mi stai dicendo che Bugo ha avuto una vita prima di Morgan? (Ride).
Quando riascolti questo disco che sensazioni ti dà?
Mi sembra di tornare in quel bosco nel quale è immerso il Pachyderm Studio, dove siamo stati per mesi a registrare (dove, tra le altre cose, Steve Albini ha registrato con Nirvana e PJ Harvey, ndr). Non me lo dimenticherò facilmente, rimarrà con me tutta la vita.
Anche perché hai scritto su Instagram: «Forse un giorno ci ritorneremo e ci ricorderemo di quando un albero stava quasi per ucciderci». È successo davvero?
Ma certo! La prima volta era estate, si stava benissimo. La seconda, invece, era inverno e c’erano -20° ed era tutto innevato. Abbiamo visto le due facce dello stesso posto, ci ha dato tanti stimoli. Un giorno, proprio dove mi mettevo sempre a fumare una sigaretta di fronte alla porta, è caduto un albero enorme. E ha sfiorato due miei amici e anche lo studio. Era un albero gigante, caduto probabilmente per il peso della neve e la forza del vento. La volta che non mi sono messo sulla porta a fumare è crollato, incredibile.
Con la natura hai un rapporto speciale, a partire dal bosco di Montalto che frequentavi per trovare ispirazione.
Sai che ho sempre avuto difficoltà a spiegarlo? Ci dovrei scrivere una canzone, ma è uno di quegli argomenti che, al momento, non riesco a mettere in chiave musicale. Dalle mie parti, a Venosa, c’è tanta natura tra laghi, cascate e colline. Mi piaceva un sacco costruire le case sugli alberi, che è un’altra forma di libertà.
Come hai spiegato all’inizio, una delle tue prime passioni è stata la poesia. Mi sembra che, anche nel tuo atteggiamento all’arte, i richiami ai poètes maudits siano abbastanza presenti. Ti rispecchi in quello che sosteneva Arthur Rimbaud: «Io è un altro»?
Cambiamo sempre. E anche a me capita che, se mi guardo indietro, non mi riconosco.
Paul Verlaine scrive: “Piange nel mio cuore come piove sulla città”. Un po’ come quando in Desaturarsi canti: “Guardo il cielo desaturarsi / Aspettando che passi / La pioggia dentro un taxi”.
Bellissima questa citazione. La pioggia mi ispira, come la natura in generale, il sole e la luna, infatti ho scritto il pezzo Maledetta luna. Cerco di rimanere connesso agli elementi.
Invece Charles Baudelaire gli amori infranti li ha messi a frutto: “Mi hai dato il tuo fango e ne ho fatto oro”.
È quello che provo costantemente a fare anch’io, cioè trasformare la negatività, il dolore e gli sbagli in positività. In pratica in tutto ciò che mi aiuta a crescere.
Antonia Pozzi, nella poesia Sera, scrive: “Sono tutta piena di pianto”. Nello stesso modo nei tuoi brani sembra che le emozioni non escano mai, ma restino dentro quasi a saturarti.
Sinceramente mi ci rivedo tanto. E forse non è un caso se il disco si intitola Agonia.
In passato hai dichiarato che il tuo epitaffio potrebbe essere questo: «Al mio funerale voglio che si dica che non ho avuto paura di vivere».
Ci sta, mi ci ritrovo ancora, perché io non ho paura di vivere. Ma meglio non usarlo come epitaffio. Io sulla mia tomba vorrò solo il nome e il cognome, semplice, senza troppi fronzoli: Rocco Modello.
Dopo “Non escludo il ritorno” di Franco Califano è difficile fare meglio.
(Ride) Lui ha spaccato!
Per il momento mi sembri concentrato sul tuo percorso, dove non cedi ai compromessi. Infatti hai scritto sui social: «Non seguirò nessun fottuto piano».
Riprende la mia canzone Non lasciarmi cadere: “Non seguirò nessun fottuto piano / E manderò a puttane tutto come ho sempre fatto”.
E dal futuro cosa ti aspetti?
Concluso il tour voglio viaggiare. Mi manca vedere il mondo. Il senso dell’avventura mi rimane. Anche quando stavo male non mi sono mai fermato, l’unica cosa che mi fa stare bene è la musica. I miei primi dischi sono usciti ogni due anni, questo dopo uno. Il prossimo album sai quando lo pubblicherò? Tra dieci anni!