Nell’aprile del 2023 Mike Ness è tornato in tornato in studio con i Social Distortion per registrare un nuovo album, il primo da Hard Times and Nursery Rhymes del 2011. Aveva da parte un bell’arsenale di riff, groove, testi e idee su cui lavorava da tempo, alcuni risalenti addirittura a White Light, White Heat, White Trash del 1996. L’anno dopo, a metà delle session, gli è stato diagnosticato un tumore alle tonsille allo stadio I. L’album è stato rimandato a tempo indeterminato e lui ha dovuto affrontare la sfida più grande di una vita già piena di avversità. Dopo un anno in cui è rimasto fermo fra intervento chirurgico, cure e convalescenza, ha ricevuto il via libera dai medici ed è tornato al lavoro col produttore Dave Sardy e i compagni della band.
«Non riesco a dirti a parole quanto mi senta grato perché col cancro può finire in modo molto diverso», racconta su Zoom. «C’è chi sopravvive, ma deve continuare a lottare per giorni, se non per anni e magari non riesce nemmeno a uscirne del tutto. Io non dico di avere sconfitto il cancro, ma sono stato fortunato perché era curabile. I medici mi hanno detto che per il mio tipo di tumore il tasso di guarigione è alto e quindi mi sono messo in una condizione mentale positiva e ho iniziato a immaginare il futuro. Stava per nascere mio nipote. Avevo un disco da finire. Avevo questioni in sospeso. Mi sono ritrovato a fare patti con Dio: “Ti prego, fammi almeno finire il disco”».
Quasi due anni dopo quel disco, che si intitola Born to Kill, è effettivamente finito e uscirà l’8 maggio. A partire dalla title track, che la band suona dal vivo da anni, l’album è pieno di riferimenti ai quasi 50 anni di vita della band iniziata per le strade di Fullerton, California. La nostalgica The Way Things Were riporta al periodo dell’adolescenza di Ness, quando faceva coppia col compianto chitarrista Dennis Danell. Come un pugile agli ultimi round di un incontro per il titolo, a questo punto della sua carriera Ness è ammaccato e malconcio, ma continua battersi col sorriso sulle labbra.
A un passo dal 64esimo compleanno e una volta diventato nonno, Ness è felice di passare del tempo con la famiglia e dedicarsi alla scrittura invece di andare in giro seminare il caos come quand’era giovane. Scatenerà comunque il suo inferno sul palco quando la band inizierà un tour nordamericano ad agosto (prima di allora i Social Distortion suoneranno in Europa, in Italia il 23 giugno al Carroponte di Milano). Qui racconta Born to Kill, la musica che ha ancora dentro e perché ha capito gli Oasis solo dopo trent’anni.
Questo disco fa il punto su tutto quello che tu e i Social Distortion avete passato negli ultimi cinquant’anni. Perché hai deciso che doveva essere questo il taglio del disco?
È stata in parte una scelta consapevole. Volevo scrivere un disco che rendesse omaggio all’inizio della mia carriera, o anche prima, quando sapevo solo che volevo suonare in una band, non facevo che ascoltare musica e neanche avevo una chitarra degna di questo nome. E poi sono sempre alla ricerca di groove che ti scuotano su cui scrivere canzoni, per far capire alla gente di cosa sono capace. Sono queste le due idee che hanno guidato il disco. Volevo un’atmosfera autenticamente anni ’70, un periodo che va ricordato e rispettato. Voglio che i ragazzi di oggi capiscano com’era e quante cose abbiamo in comune. Ogni generazione deve affrontare esperienze simili. Gli hippie non erano benvenuti nelle case della gente per bene, giusto? E negli anni ’50 il rock’n’roll era la musica del diavolo, volevano che i ragazzi continuassero ad ascoltare Pat Boone. Ogni generazione ha il suo movimento ribelle e quello dei ’70 è un periodo che non voglio venga dimenticato.
A quali band e artisti ti riferisci in particolare? Hai spesso parlato con ammirazione di Rolling Stones, David Bowie, Creedence Clearwater Revival.
I miei zii hanno cominciato a regalarmi dischi quando avevo 5 anni. Quindi i Beatles e i Creedence, e più avanti tutta la roba glam, Bowie, Mott the Hoople, Lou Reed, Iggy Pop, T. Rex. Volevo in qualche modo recuperare quello spirito.
E questo ha influenzato i testi?
Mentre scrivevo ho notato un tema ricorrente: il ritorno a una sensazione di oppressione. All’epoca non avevo voce in famiglia, mio padre era un tiranno e così ho trovato un modo di esprimermi nella band. Poi c’erano le persone a scuola, alle feste, per strada, che mi dicevano: «Vaffanculo a te e alla tua musica. Ti ammazziamo». La cosa peggiore che puoi dirmi è che non posso fare una cosa.
Quanto vecchie sono alcune di queste canzoni?
Il riff e la melodia di Tonight li ho scritti 15 anni fa. E su questo album ci sono un paio di canzoni che hanno 30 anni, ma non erano mai state finite. Mi sembrava si adattassero all’atmosfera.
Quante ne avete scritte per Born to Kill?
Ne avevamo 40, poi le abbiamo ridotte a 11. Mentre scrivevo avevo in mente l’atteggiamento, l’angoscia, il ringhio di White Light, White Heat, White Trash. Volevo che questo disco sembrasse un po’ il sequel di quello. Ho già pronti un altro album in studio dei Social D e uno solista, e ho sempre voluto fare un album di pezzi dei Social D rielaborati. Immagina Dear Lover con un pianoforte a coda e gli archi, magari con una chitarra elettrica di accompagnamento, ma in una versione spoglia, bellissima.
La diagnosi ha influito sulla registrazione?
Eravamo a metà del disco, la fase di scrittura era finita. Ma invecchiando… credo che sia importante riflettere, soprattutto in tempi come questi. Stanno sopprimendo la libertà di parola. È folle, cazzo. Mai visto nulla del genere in 60 anni vita. È una cosa che in qualche modo influisce a livello subconscio.
Mi ha sorpreso vederti su Instagram a un concerto degli Oasis. Sei sempre stato loro fan?
Negli anni ’90 avevo una mentalità piuttosto chiusa e li ho disprezzati prima ancora di conoscerli bene (ride). Pensavo si trattasse di una fastidiosa band pop. Il mio produttore mi ha chiamato dopo che li ha visti a Wembley: «Quando arrivano a Los Angeles devi andarli a vedere. Non si muovono sul palco, non saltano in giro, non fanno niente se non suonare e cantare, ma senti 100 mila persone che cantano in coro tutte lo stesso pezzo». È la dimostrazione del potere di una grande canzone e di quanto a lungo può durare. Così è saltato fuori che mio figlio Julian è un loro fan, oltre ad essere appassionato di calcio britannico ed europeo. Ci siamo andati insieme, una serata padre e figlio ed è stato bellissimo. Mi hanno colpito. Hanno un modo di scrivere intelligente, il suono, il timbro vocale, il modo di suonare la chitarra. Sono diventato un fan.
Ora come stai?
È stato incredibile aver passato quello che ho passato ed essere riuscito a tornare a lavorare in meno di un anno. A novembre ho detto ai miei figli che se ad aprile fossi riuscito a cantare sarebbe stato un miracolo. Mi sentivo ancora di merda, provavo dolore, faticavo a mangiare e a parlare. Ma quando è arrivato il momento e abbiamo attaccato il primo accordo alle prove, ho pensato: ok, questo riesco a farlo.
Quando hai pubblicato la prima clip dopo la diagnosi in cui cantavi Story of My Life i fan sono impazziti.
Il loro sostegno e affetto in quel periodo è stato incredibile. Hanno avuto un effetto positivo su di me. Mi dicevano che avevano bisogno di me, che ne volevano ancora, e questo mi ha aiutato nei giorni in cui mi sentivo giù. Mi sono dato tre o quattro obiettivi molto chiari, dovevo solo visualizzarli. Uno era diventare nonno.
Hai un rapporto conflittuale con Fullerton, la tua città natale. Nel 2024 però ti hanno dato le chiavi della città.
È stato fantastico avere le chiavi da una città che un tempo avrebbe voluto mettermi sotto chiave, e magari pure buttarla via quella chiave. Ma non sono certo partito con l’idea di arrivarci, di diventare un modello, di cambiare le cose o aiutare la gente a superare momenti difficili. Non ci pensi proprio, ti interessa solo scrivere e suonare. Quella città era un gran posto per farlo, un gran posto dove crescere. Magari se fossi nato in qualche piccola città rurale del Sudest, avrei potuto finire con una compagnia diversa e forse in prigione. Sei solo un ragazzino che vuole imitare i più grandi. Io ero così. Fortunatamente nessuno di loro rapinava banche o faceva parte di una gang.
Ad influenzarti sono stati i Mechanics, un gruppo punk.
Conoscevo i Rolling Stones e i Ramones, ma i Mechanics erano proprio lì nel mio salotto. Li ascoltavo provare ogni sera e li osservavo. Da loro ho preso più la chitarra ritmica che quella solista, perché il chitarrista ritmico era un autore e il suo stile mi parlava, per così dire.
Prima hai accennato alla soppressione della libertà di parola. Con tutto quello che sta succedendo nel Paese, come vedi il futuro? Sei ottimista?
Ho ridotto dell’85% il tempo che passo su Instagram. Mi sembrava di fare quello che volevano loro. Mi riferisco a chi ha inventato questi telefoni, sapevano benissimo cosa stavano facendo a livello psicologico, e anche se cerco di impormi di non guardarlo, alla fine lo faccio lo stesso. Provi una sensazione viscerale per via dell’algoritmo, che però ti mostra solo il peggio del peggio. La libertà di parola, la perdita di PBS e NPR, la repressione di chi dice no… Ma non può durare per sempre. Devo continuamente ripetermelo. Mi arrabbio quando vedo gli agenti dell’ICE. Se andassi a una manifestazione di protesta e vedessi una cosa del genere, non finirebbe bene per me o per qualcun altro, per dire quanto mi colpisce questa cosa. È una mentalità che mi ricorda i ragazzi bianchi, atletici, nazionalisti e conservatori delle scuole superiori. Erano pieni di paura, di paura bianca.
Da Rolling Stone US. Daniel Kohn è il co-autore di Tearing Down the Orange Curtain: How Punk Rock Brought Orange County to the World, di cui Ness ha scritto la prefazione.










