Sono pelosi e vendicativi (e non c’entrano l’acqua, la luce e il cibo dopo mezzanotte). Ma se, nonostante il carattere, anche voi passate le ore a guardare video di gatti e il vostro feed è già un santuario di animali, aspettate di vedere quello che è in arrivo dall’Asia.
E dalla Cina, per la precisione. Dove la nuova ossessione dei social è fatta di felini dagli occhi di ghiaccio, cani traditi e anatre alla pechinese che tornano dall’oltretomba per chiedere vendetta. Tutti generati dall’intelligenza artificiale. Su Douyin, il TikTok cinese, e su Xiaohongshu, una via di mezzo tra Instagram e Pinterest, stanno circolando micro-drama verticali con protagonisti animali. Clip da meno di un minuto, girate come soap opera strappalacrime, solo che al posto degli attori ci sono gatti, cani e pappagalli alle prese con tradimenti, rivincite sociali e vendette trasversali.
La formula sfrutta il formato dei duanju (短剧), i micro-drammi cinesi iperstilizzati pensati per lo smartphone, con colpi di scena e cliffhanger ogni trenta secondi. Solo che qui il cast è generato da algoritmi, con espressioni volutamente esagerate e una regia che ricorda i vecchi film di arti marziali della Shaw Brothers, tra stacchi secchi e musica drammatica.
Il video più famoso è quello della “volpe salvata sulla montagna innevata” (Xuěshān jiù húlí). Il concept è geniale nella sua semplicità. Un eroe wuxia, in mezzo a una tempesta di neve, salva una volpe, e per farla sopravvivere all’inverno le lascia del cibo. Nella logica delle storie classiche cinesi la volpe, prima o poi, dovrebbe trasformarsi in una donna bellissima e sposare il suo salvatore. Invece no. La primavera successiva, alla porta dell’eroe non si presenta la volpe, ma il cibo che le aveva lasciato. Un’anatra alla pechinese essiccata, della selvaggina e una pentola. E sono furibondi. «Sono l’anatra alla pechinese che hai abbandonato», sibila una papera in stile guerriero shaolin, con una colonna sonora drammatica in sottofondo. «Hai lasciato me e delle uova marce per nutrire quella volpe. Io voglio giustizia».
Il video è diventato virale nel giro di poche ore, scatenando una valanga di remake e variazioni sul tema. Si è passati dalle anatre ai cani, dai gatti ai bastoncini di pasta di fagioli, in una compilation di assurdità che ha conquistato i social cinesi. Ma chi c’è dietro questi piccoli capolavori di delirio? Spesso non sono studi o case di produzione, ma singoli creator o microteam che hanno imparato a sfruttare le nuove frontiere dell’AI generativa. Un esempio è Diario del cagnolino LT (LT小狗日记). Dietro c’è Cao Jieru. In un’intervista a un giornale cinese ha raccontato che per produrre questi video le bastano pochi euro al mese di abbonamenti a strumenti di intelligenza artificiale, mentre il resto è un semplice lavoro manuale di editing. E ha aggiunto che, senza l’AI, una persona senza un background tecnico come il suo non avrebbe mai potuto produrre video del genere.
Accanto ai piccoli creator ci sono i big player come “Ansheng”, che gestisce diversi account con milioni di follower. In un’intervista ha raccontato che spende meno di 50 yuan al mese, circa 7 euro, in abbonamenti a strumenti di intelligenza artificiale, e con quelli tira fuori due o tre video al giorno. Non scrive nemmeno sceneggiature originali. Prende storie che esistono già, le rimonta, le rielabora con l’AI e tira fuori gatti muratori che diventano ricchi e cani principesse che cercano l’amore. E i numeri gli danno ragione. Un video da 10 milioni di visualizzazioni può fruttargli tra i 170 e i 280 euro, con la possibilità di arrivare a circa 3000 euro al mese.
Quello che sembra un fenomeno nato per caso è in realtà un settore in piena esplosione. Il titolo apripista è stato Super Cat Dad (神猫奶爸), una serie generata con l’AI che in sei mesi avrebbe accumulato circa 200milioni di visualizzazioni e superato un milione di follower. Mica male per un gatto con superpoteri. Su Douyin, intanto, i numeri si sono moltiplicati. Il caso più eclatante è Storie di outfit del gatto grasso arancione (胖橘变装穿搭故事), che con 38 episodi ha raggiunto 130 milioni di visualizzazioni. Ovvero 130 milioni di persone hanno guardato un gatto grasso che cambia outfit (nessun giudizio qui, io sono tra quelle).
Il fenomeno è cresciuto al punto da superare i confini cinesi. In Pakistan questi micro-drama in mandarino spopolano sui social nonostante la barriera linguistica. C’è chi li guarda con i sottotitoli e chi si gode semplicemente il caos della narrazione, perché tra espressioni esagerate, musiche drammatiche e colpi di scena ravvicinati il senso si capisce lo stesso.
E come in ogni fenomeno che si rispetti, anche i brand hanno iniziato a fiutare l’affare. Il caso più celebre è quello di Chuanwa Jiangbanduck (川娃酱板鸭), un marchio di anatra alla pechinese. Invece di mandare lettere di diffida ai creator che stavano ridicolizzando il prodotto, ha fatto una scelta più furba. Si è infilato nella storia. Con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, l’account ufficiale ha prodotto un finale alternativo della saga della “volpe salvata sulla montagna innevata”. Nel loro video l’anatra vendicativa non si limita a minacciare l’eroe che l’ha abbandonata sul ghiaccio. Si prende la rivincita e poi scopre che la sua “morte” è servita a creare un piatto talmente buono da diventare leggenda. Una sorta di redenzione culinaria che trasforma la sete di vendetta in orgoglio gastronomico. Il video è realizzato con lo stesso stile “povero” ma efficace dei creator amatoriali, con solo immagini generate dall’AI con il filtro 邵氏 (shaoshi) che ricorda i vecchi film di arti marziali. Il messaggio è chiaro. Se vuoi parlare a chi vive di meme, devi parlare la loro lingua.
Hanno vinto. Infatti nei commenti si passa dal “questa era la mia idea” a gente che dice di aver ordinato davvero il prodotto, trasformando una potenziale crisi di reputazione in milioni di visualizzazioni e, probabilmente, in un bel po’ di anatra venduta. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il settore si sta affollando. La creatrice di Diario del cagnolino LT ammette che «La parte tecnica è alla portata di tutti, per questo gli altri imparano in fretta, e a volte riescono anche meglio di te». La vera sfida, dice, non è più tecnologica ma creativa: inventare storie sempre nuove per tenere il pubblico incollato (io, per dire, sto già aspettando la versione con cane e gatto di Bad Buddy).
Poi c’è il copyright. I casi di “ispirazione” un po’ troppo pesante sono all’ordine del giorno e, visto che con l’AI si produce in fretta, chi copia può uscire prima, mentre chi viene copiato si ritrova il danno fatto prima ancora di poter reagire. C’è chi davanti a tutto questo storce il naso, vedendo in questo nuovo fenomeno l’ennesimo schiaffo ai creativi in carne e ossa, illustratori, animatori e sceneggiatori, gente che ci mette settimane o mesi e si ritrova a competere con contenuti generati in pochi minuti e con due abbonamenti. Ma chi dice che entrambe le cose non possano convivere?
L’era del drama animale è già qui. È pelosa, vendicativa e prodotta da un computer. E se vi state dicendo “io non comincerò mai” o “io smetto”, state mentendo.















