La recensione di ‘Honora’ di Flea | Rolling Stone Italia
Musiche dell’Altramerica

Flea, ‘Honora’ e la libertà che uno si prende

Fare quel che si vuole. Ad esempio mettere da parte i Red Hot e pubblicare un disco post jazz disordinato ma vivo in cui suonare la tromba. È poetico e politico, freak e funk, l’autoritratto di un 63enne che vuole costruire ponti

Flea, ‘Honora’ e la libertà che uno si prende

Flea

Foto: Gus Van Sant

È un’invenzione di ottone, così la chiama, un congegno potente, un intrico di metallo e grasso. Non appena «un essere umano la appoggia sulle labbra e ci soffia dentro l’amore, diventa viva e infuocata, un sentiero verso Dio, un portavoce della divinità». Quando parla della tromba, l’ex punk sdentato matto tossico buffonesco geniale Flea cambia tono, inizia a poeteggiare. Per lui non è solo uno strumento, è il tramite per vivere in quello che chiama presente infinto. «Più amore entra, più calore esce, e i pistoni premuti dalle dita cambiano la forma e la velocità degli arcobaleni d’aria che ci passano attraverso», scrive nell’autobiografia Acid for the Children nel ricordare la meraviglia provata dopo la scoperta dello strumento. «Dal momento in cui appoggiai il bocchino freddo contro la bocca, lasciando uscire un soffio caldo, provai il desiderio di creare un suono bellissimo, di sentire il mio intero essere vibrare insieme alla nota».

Per Flea la tromba è immaginazione più che tecnica. L’ha suonata per decenni e proprio come il basket l’ha fatto sentire vivo, libero. Il basso ha sollecitato un diverso tipo d’immaginazione, è sesso, ribellione e forza animalesca dei Red Hot Chili Peppers, ma Flea non ha mai perso la voglia di «vibrare insieme alla nota», né ha smesso di sognare di fare un disco tutto incentrato sulla tromba, un desiderio nato 35 anni fa, mentre recitava la parte di Budd in Belli e dannati.

Superati i 60 anni d’età, ha capito che era il momento. Ora o mai più. Ha ripreso in mano lo strumento e si è esercitato tutti i giorni per due anni per prepararsi all’impresa. Ha pure studiato con Rickey Washington, il padre di Kamasi. Ha prodotto demo casalinghi con l’idea di suonare tutto da solo. Poi però pensando ad album come The Way Out of Easy di Jeff Parker dei Tortoise con l’ETA IVtet e The Omnichord Real Book di Meshell Ndegeocello prodotto dal sassofonista Josh Johnson, ha messo in piedi una gran band di jazzisti e non solo per registrare Honora. E lì si è spaventato. Quando ti ritrovi a suonare con musicisti come quelli rischi di sentirti inadeguato anche se sei una superstar del rock. E invece quello che temeva di fare la figura dello «stronzo incapace ciarlatano e poseur» è stato accettato ed è andato in estasi suonando con Parker, Johnson e combriccola. «Mi hanno fatto sentire come sotto l’effetto di droghe», argomento di cui due o tre cose le sa.

Flea - A Plea (Official Music Video)

Honora è talmente vario da sembrare disordinato, ma dimostra che dopo una certa età cercare strade nuove mantiene vivi. Ed è meglio per un musicista essere vivo e imperfetto che prevedibile e quindi mezzo morto. Il disco uscirà il 27 marzo e si apre con i 61 secondi di Golden Wingship che ci dicono: guardate che quella che seguirà è materia cangiante e instabile, non sentirete un disco di canzoni alla Red Hot Chili Peppers e nemmeno il classico album jazz, ma avrete accesso alle passioni multiple di un musicista irrequieto.

Una delle canzoni che si sono già sentite è Traffic Lights, un pezzo post Atoms for Peace con la tromba che saltella allegramente sulla voce di Thom Yorke impegnato a cantare dei quadratini su cui cliccare per verificare se sei umano. Un’altra è la non-canzone A Plea, il manifesto poetico e politico del disco, una visione dell’America imparentata a Nuclear War di Sun Ra, sette minuti e mezzo di be pop (non è un refuso) che all’incirca a metà si trasforma in un saggio declamato sullo stato dell’unione in cui Flea rimodella il mito hippie per l’America divisa di oggi: “Tutto ciò che non è amore è vigliaccheria / Vuoi essere coraggioso, vuoi essere un duro? / Pace e amore sono la cosa più difficile e tosta a cui tu possa ambire”.

Laddove manca la tecnica ai massimi livelli, come nella giocosa Morning Cry dove la tromba di Flea non ha la brillantezza necessaria per dialogare con la chitarra di Parker, o laddove gli esperimenti sono strani e incompiuti, come il classico Willow Weep for Me con i synth modulari di John Frusciante, arriva lo spirito. È il caso di Thinkin About You di Frank Ocean. Sembra sconfinare nell’easy listening, ma si ferma un attimo prima grazie all’aria dolce e arresa della melodia che si dividono basso e flumpet, via di mezzo tra flicorno e tromba.

Flea - Thinkin Bout You (Official Visualizer)

Flea è pure riuscito a convincere Nick Cave a cantare Wichita Lineman, la canzone di Glen Campbell scritta da Jimmy Webb che il musicista dei Red Hot ha tanto amato nella versione dei Meters. È un pezzo d’antiquariato in cui Cave interpreta con sicurezza il tema del desiderio a distanza. «Tutte le volte che sono vicino a uno stereo che suona della musica spazzatura, scopro che sono i Red Hot Chili Peppers», ha detto una ventina d’anni fa Cave. Se n’è pentito e ha ammesso che «ero un piantagrane, un rompipalle, uno che si sentiva bene quando irritava la gente». Un annetto fa, senza svelarne il titolo visto che il disco non era ancora stato annunciato, ha descritto questa Wichita Lineman come una conversazione tra la tromba di Flea e la sua voce, «una danza cosmica in lenta evoluzione che prende la forma di una riconciliazione e di una richiesta di scuse».

Non sarà un disco memorabile, ma Honora aggiunge una nuova sfumatura all’idea di Altramerica di Flea, la somma disordinata di post jazz e freakness, vecchia controcultura e funk che ne fanno un progetto laterale eppure rappresentativo del personaggio e del suo modo di concepire la musica. È saltimbanco e santone, ribelle e romantico, affabulatore stagionato e perenne studente di musica che anche quando suona il jazz, o qualcosa che ci somiglia, mette dentro un’idea di libertà assoluta. Lo si capisce anche da Maggot Brain dove Flea gioca in casa avendo omaggiato i Funkadelic/Parliament per una vita. Per intonare il canto ai vermi nel cervello dell’universo abbina tromba e vibrafono (Sasha Berliner). Ci sono decisamente meno droga in questa Maggot Brain, meno estasi e forse più amarezza rispetto a quella del 1971. I vermi del resto si stanno mangiando il cervello dei leader mondiali, anche letteralmente.

In passato Flea ha cercato di registrare un paio di volte coi Red Hot il pezzo finale Free As I Want to Be. «Ero a Big Sur, in California, era un periodo triste, avevo un sacco di ansie», racconta il musicista nelle note che accompagnano le canzoni. «Uscivo da una relazione. Vagavo per Big Sur, ed è una meraviglia la vista del mare da quella scogliera. Mi sono detto: sono libero quanto mi pare. Non devo essere triste. Non devo essere legato a nulla. Posso essere tutto quel che voglio, anche felice». Per registrare questo mantra, che immaginava intonato da monaci in una foresta, Flea ha chiamato insegnanti e studenti del conservatorio di Silverlake. È il finale che comprende l’album e il suo spirito.

In copertina c’è una una foto di Shahin Badiyan, la madre della moglie del musicista Melody Ehsani. Sulla spalla ha il suo piccione domestico. È stata Melody, «la metà del mio cuore», a suggerire di usare la foto alla luce di ciò che sta accadendo in Iran. Essendo di religione bahá’í, la sua famiglia è stata costretta a fuggire negli Stati Uniti dopo la Rivoluzione islamica del 1979 portando con sé poche cose, tra cui alcuni album fotografici e questa bella immagine.

«Sono nata a Los Angeles nel 1980 e sono cresciuta con la consapevolezza costante che, in qualsiasi momento, i membri della mia famiglia che non erano riusciti a fuggire potevano essere uccisi», ha scritto Ehsani. Quella foto è una preghiera affinché le persone «non permettano a nessun sistema di dividerci in un “noi” e “loro”». O come canta Flea nel suo modo febbrile e scomposto, “costruisci un ponte, accendi una luce”.