Lo dico subito: non avrei scommesso una lira su Nicole Kidman as Kay Scarpetta, ma Nicole Kidman è Nicole Kidman e può fare tutto, pensate (no, forse non ci voglio pensare ché in effetti questo non aiuta) a Babygirl, dove beveva il latte da una ciotola per gatti. Sì, persino trasformarsi in un medico legale italo-americano, fumatrice accanita e ossessionata dalla morte è dentro il range. Ma il problema è più strutturale, volendo più interessante di una semplice questione di bravura. Il problema è che Kay Scarpetta, nei romanzi di Patricia Cornwell (ventinove, dal 1990 a oggi, con il trentesimo in arrivo), è l’opposto di Nicole Kidman. Fisicamente, certo, ma soprattutto come presenza e come immaginario: è mediterranea, rigorosa, molto reale, una che cucina per rimettere ordine, che lavora per tenere a bada il caos. Kidman è altro: biondissima, iconica (pardon), luminosa anche quando non ci prova, sempre leggermente fuori asse rispetto al mondo che abita, che non te la immagini tra noi a mettere su l’acqua per la pasta.
Se da Amazon avessero voluto una protagonista fedele ai romanzi, avrebbero probabilmente optato per un’attrice con una fisicità più “terrena”, una Marisa Tomei, forse, o chessò una Laura Linney, dotate di quella concretezza domestica che rende il personaggio di Cornwell così insolito nel panorama del thriller americano. Ma la serie non vuole una Scarpetta fedele. Vuole lo star power di Nicole Kidman. E questa è, a tutti gli effetti, una scelta di poetica prima ancora che di casting.
Non è però l’unica scommessa: creata e scritta da Liz Sarnoff (Lost, Deadwood, Barry), la prima stagione (su Prime Video, la seconda è già in produzione) adatta due romanzi contemporaneamente, Postmortem (del 1990, il primo della serie, con cui Cornwell vinse ogni premio possibile) e Autopsy (2021, il ventottesimo), mescolando insieme l’origine del mito con la sua versione più matura e saltando di fatto trentun anni di Kay Scarpetta in un colpo solo, dall’inizio alla versione più incrinata del personaggio. Scarpetta infatti non è un adattamento dei libri, ma una riscrittura che usa i romanzi come materia prima. La Kay Scarpetta di Kidman è un personaggio più elegantemente fragile, a un passo dal rompersi. Ed è in quella crepa che la serie costruisce il suo passo.
Siamo nel cuore della notte. Il telefono squilla, una donna è stata trovata nuda, legata, senza mani, vicino a dei binari ferroviari. Kay arriva sulla scena e capisce che qualcosa non torna. O meglio: che torna troppo, che è già successo 28 anni prima. Da lì si innesca il meccanismo della doppia timeline, tra un passato più procedurale e un presente emotivamente ingestibile.

Bobby Cannavale (Pete Marino) e Nicole Kidman (Kay Scarpetta). Foto: Connie Chornuk/Prime Video
Nel 1998 siamo davanti una Kay più giovane (Rosy McEwen, perfetta perché cattura la determinazione del personaggio senza mai scivolare nella mimesi di Kidman), c’è Pete Marino in versione rookie (Jake Cannavale, figlio di Bobby), ci sono una città terrorizzata da un serial killer e un sistema ancora più apertamente misogino di quanto ricordiamo. Nel presente c’è Kidman, che torna a capo del dipartimento di medicina legale della Virginia dopo essere stata messa da parte, e si ritrova a riaprire un caso che le ha spianato la carriera. O che forse l’ha costruita su una bugia. È qui che la serie funziona meglio, quando scava nel dubbio, quando suggerisce che la verità non è mai stata davvero archiviata, ma solo in qualche modo congelata. La morte è l’unico freezer dove puoi conservare qualcosa intatto, scriveva Tennessee Williams in La gatta sul tetto che scotta. In Scarpetta il passato non sparisce, viene messo in congelatore ma quando lo riapri, può ancora bruciarti.
E questo vale anche per lo show stesso, non solo per i suoi personaggi. Scarpetta è un thrillerone anni Novanta travestito da prestige TV 2026. I corpi di donne mutilate, il killer che attraversa le epoche come un fantasma, il detective burbero dal cuore d’oro, la protagonista tormentata da un errore sepolto. C’è quella sensazione di immaginario già visto, stranamente familiare e pure non del tutto sgradita. Se vogliamo, il guaio è che ormai questo tipo di serie esiste già in forme anche più riuscite, vedi Mare of Easttown, True Detective (almeno la prima stagione), Broadchurch su tutte. Cornwell ha inventato questo sotto-genere nel 1990, quando CSI non esisteva ancora e il DNA come prova era roba d’avanguardia. Hollywood ci ha messo trentasei anni a scrivere una versione seriale, nel frattempo il mondo l’ha raggiunta, superata, se ne è appropriato. Cornwell era avantissimo sui tempi, ma il mercato era così indietro che la sua Scarpetta arriva ora in un paesaggio già saturo esattamente di quello che lei aveva inventato. Non è colpa di Kidman, né di Sarnoff, né del regista David Gordon Green (quello dei nuovi Halloween). È colpa del tempo e di come il tempo lavora contro un certo tipo di attaccamenti.

Jake Cannavale (Pete Marino) e Rosy McEwen (Kay Scarpetta). Foto: Connie Chornuk/Prime Video
Eppure non puoi fare a meno di continuare a guardare (e intelligentemente la serie è uscita con tutti i suoi otto episodi, modalità binge) perché c’è qualcosa che impedisce a Scarpetta di sparire nella voragine dei mille crime televisivi: una sorta di stranezza intermittente, imprevedibile. Stai seguendo Nicole Kidman che seziona cadaveri, e all’improvviso torni indietro e vedi la sua versione Nineties incazzata spaccare teschi umani con una mazza da baseball. Poi scatta il dramma (o meglio, la dramdey) familiare tra sorelle che si punzecchiano in un cimitero e, nel quinto episodio, la storia imbocca un corridoio narrativo che coinvolge organi sintetici, spie russe e una stazione spaziale: per venti minuti non sai più dove sei né cosa stai guardando, però (di nuovo) continui a guardare.
Gli episodi successivi non riescono a eguagliare quel twist, e il colpo di scena finale probabilmente non è all’altezza di tutto quello che lo precede, but still. David Gordon Green porta uno sguardo quasi scientifico alle sequenze più gore, con le autopsie in split screen del pilot che non sono per tutti, il che le rende meno voyeuristiche di quanto ci si aspetterebbe da una produzione Blumhouse. C’è un rigore nell’inquadrare la morte che è, in qualche modo, rispettoso, proprio come Kay con i suoi cadaveri. Come se la serie cercasse di stare dalla parte dei defunti, di farne voce invece che scenografia.

Nicole Kidman (Kay Scarpetta) e Jamie Lee Curtis (Dorothy Farinelli). Foto: Connie Chornuk/Prime Video
Fuori dall’obitorio, però, è tutta un’altra storia. La casa dove vivono Kay, il marito Benton (Simon Baker), la sorella Dorothy e Pete Marino (che nel frattempo ha sposato Dorothy, sviluppo che nei libri non esiste e può generare un conflitto di lealtà permanente) è il vero set della serie, nel senso forse peggiore. Dorothy, interpretata da Jamie Lee Curtis pare ancora in modalità The Bear, rumorosa e caotica quanto invece Kay è disciplinata: beve troppo, esplode a intervalli regolari, ha fatto fortuna scrivendo libri per bambini, un dettaglio nato per giustificare il suo dolce far niente. Ariana DeBose invece è Lucy, la nipote che Kay ha cresciuto mentre la sorella girava il mondo con i suoi amanti del momento, ora intrappolata in un subplot da Black Mirror che sulla carta potrebbe essere il più attuale della serie: ancora in lutto per la moglie morta, Lucy attiva una versione AI di lei, e le due parlano come se Janet fosse bloccata in una videochiamata eterna. Il più centrato, alla fine, è Bobby Cannavale: il suo Pete Marino porta addosso il peso del tempo senza bisogno di dichiararlo, ha umorismo, umanità, e una leggerezza sporca che tiene insieme tutto il resto.
Con Kidman poi ha una dinamica stropicciata da vecchi partner che, paradossalmente, è l’aspetto che più avvicina questa Kay Scarpetta a quella dei romanzi. Nicole è forse una delle ultime vere dive, nel senso antico, quello che implica una distanza siderale dal comune mortale, ma è anche l’attrice che interpreta una tassidermista che vuole imbalsamare un orso parlante (Paddington), una guru del benessere che fa scavare tombe ai pazienti e li droga (Nine Perfect Strangers), una donna convinta che il marito morto si sia reincarnato in un bambino di dieci anni (Birth, ancora colpevolmente sottovalutato), Diane Arbus che mangia fotografie Polaroid nella New York dei freaks anni Cinquanta (Fur). E poi, di nuovo, quella che beve latte dalla ciotola per gatti in un gioco di sottomissione erotica. In Scarpetta c’è un momento in cui la serie scatena la sua anima un po’ svitata: lo capisci da una battuta di Kidman (no spoiler), consegnata con quella serietà da Oscar che la rende ancora più assurda. Ecco perché, alla fine, il casting un senso ce l’ha. Snza quel tradimento forse Scarpetta sarebbe solo un altro crime come tanti.
















