Quindici anni dopo lo scioglimento, i R.E.M. mancano a un sacco di gente. Emersi dalla Georgia all’inizio degli anni ’80, in un turbinio di kudzu e suoni jingle-jangle di chitarra, hanno sfidato tutti i cliché del rock delle corporation, imponendosi come una delle migliori band americane di sempre grazie a un repertorio di canzoni formidabili. Anche dopo l’addio avvenuto nel 2011, la loro musica continua a vivere. Ad esempio negli spettacoli che Michael Shannon e Jason Narducy portano in giro con la loro tribute band all-star dedicata ai R.E.M. Ogni sera suonano le loro deep cuts preferite davanti a sale gremite di devoti fan. Non è una semplice cover band, è un pellegrinaggio.
A volte tutto questo amore per i R.E.M. sfugge un po’ di mano come quando al concerto di Brooklyn di una settimana fa è salito sul palco un fan particolare. Michael Stipe ha cantato con loro These Days e The Great Beyond. Come ha detto al pubblico in delirio, sentire le sue canzoni suonate da questi musicisti è stato surreale. «Mai avrei pensato che sentire una versione scespiriana di E-Bow the Letter».
Il cantante Michael Shannon è un attore candidato agli Oscar e ai Tony Awards, il chitarrista Jason Narducy ha suonato con Bob Mould, Superchunk e Sunny Day Real Estate. Nella band ci sono amici come John Stirratt, bassista dei Wilco, e Jon Wurster, batterista dei Mountain Goats e di Bob Mould. «Imparo cantando», dice Shannon, «cerco di capire come diavolo facesse Michael, ha un’estensione vocale folle».
Sono anni che i due suonano assieme. Si sono incontrati per la prima volta a Chicago, quando hanno rifatto con Robbie Fulks per intero The Blue Mask di Lou Reed. Nel 2023, quasi per scherzo, hanno suonato in concerto integralmente Murmur dei R.E.M. La gente li ha supplicarli di rifarlo una volta e poi di nuovo e poi ancora, finché quel singolo concerto non è diventato un tour. L’anno scorso hanno alzato la posta con una serie di show dedicati a Fables of the Reconstruction, nel 2026 è stata la volta di Lifes Rich Pageant. Affrontano la discografia del gruppo in ordine cronologico e stanno già parlando di fare Document l’anno prossimo. Suonano anche pezzi meno noti, deep cuts come Lotus, Me in Honey, Try Not to Breathe, You Are the Everything e la malinconica B-side del 1991 Fretless. Per Shannon, attore che ha interpretato Elvis Presley, George Jones, il presidente Garfield e il generale Zod, non si tratta di imitare gli originali, ma di entrare nel loro spirito. Come dice Narducy, «Mike sta portando questa cosa a un altro livello con il suo canto e il modo in cui presenta queste storie incredibili».
A quanto pare, gli stessi R.E.M. non resistono alla tentazione di partecipare. La prima volta che la band ha fatto Murmur, Mike Mills è passato giusto per vedere il concerto. Dopo poche canzoni era già sul palco. A febbraio, quando hanno suonato al 40 Watt Club di Athens, Peter Buck, Bill Berry, Mills e Stipe sono saliti spontaneamente per fare una jam, uno dopo l’altro, finché tutti e quattro non si sono ritrovati a suonare assieme Pretty Persuasion. Come ha detto scherzando Buck, «ci offrono milioni di dollari per fare una cosa del genere, e noi l’abbiamo fatta gratis».
Congratulazioni per il tour. È il terzo e il livello di energia e l’entusiasmo del pubblico cresce ogni volta.
Michael Shannon: Lifes Rich Pageant rappresenta un grande cambiamento nel suono dei R.E.M. Passano dall’essere un gruppo più quieto, con suoni jangly – quanto odio questa parola – a un sound più potente e diretto. E la cosa si percepisce ai nostri concerti.
Jason Narducy: Lo facciamo con gioia e divertimento. Il secondo set è fatto di pezzi minori, cosa che adoro. Dice tanto su cos’erano i R.E.M.: puoi suonare pezzi non particolarmente noti tratti degli album e i lati B e l’emozione, la potenza e la qualità non calano. La gente apprezza non solo le canzoni più nascoste, ma anche quelle con una storia lineare. Voglio dire, quando ieri abbiamo suonato Country Feedback in seconda fila c’era chi piangeva.
Shannon: È quello che vogliono i fan, non vogliono sentire quello che passavano le radio. Suoniamo il loro primo lato B Burning Down, non so quanta gente che ci viene a vedere la conosca, magari ci sono solo 20 persone che pensano «non ci posso credere», mentre tutti gli altri si domandano cos’è, ma va bene così. Il bello è che non siamo i R.E.M. e quindi non abbiamo regole, le infrangiamo fin dal principio.
Mi è piaciuto molto quello che ha detto Michael Stipe quando è salito sul palco a Brooklyn, che essendo sempre stato nel bel mezzo delle canzoni è come se le stesse ascoltando per la prima volta.
Narducy: A New York dopo il concerto un amico si è avvicinato mentre parlavo con Stipe e ha detto: «Sto ricevendo feedback incredibili sui vostri concerti». E io: «Beh, la nostra band ha le canzoni migliori». Mi sono girato verso Stipe, ci sono stati due secondi di silenzio e poi grazie a Dio è scoppiato a ridere.
Shannon: Solo vedere l’espressione sul suo volto rende tutto questo degno di essere fatto. Dopo il concerto a Brooklyn ha iniziato a parlarci delle canzoni e del posto da cui vengono. Mi piacerebbe passare qualche giorno solo a chiacchierare con lui di questo, che è poi quello che tutti vorrebbero fare: entrare nella sua testa e capire cosa significano i pezzi. È stato generoso. Mi ha detto che il personaggio di The Lifting è lo stesso di Daysleeper. Sì, quelle due canzoni sono collegate. Mi ha fatto esplodere il cervello.
A Brooklyn ha fatto due canzoni con voi, dev’essere stato emozionante.
Shannon: Ha cantato These Days. Come ha detto nella sua introduzione, è una specie di inno agli emarginati. Amo l’idea che la giovinezza non finisca col passare del tempo e vederlo in un certo senso riabitare la sua giovinezza attraverso la musica… è ancora la stessa persona, è ancora la persona che ha scritto la canzone, e la canzone è ancora nel suo cuore. È bellissimo avere canzoni per affrontare le situazioni, non solo quelle quotidiane, ma anche situazioni generazionali e globali mondiali. Non parlo di catastrofi, ma di cose importanti. Ai tempi di Lifes Rich Pageant stavano iniziando a scrivere quel tipo di testo, per la prima volta erano apertamente politici, ci stavano dicendo: il mondo è incasinato, dobbiamo fare qualcosa.
A Brooklyn è stato divertente, voleva che raddoppiassi la sua voce. Non voleva che facessi l’armonia, voleva che cantassi esattamente quel che stava cantando lui. E io intanto pensavo: mmm, il pubblico preferirebbe sentire solo la tua voce. Quindi a dirla tutta ho un po’ finto di cantare. Sono stato furbo, non volevo farmi scoprire, perché sapevo che lui non voleva che smettessi, quindi un po’ cantavo e un po’ no. Doveva fare solo These Days, l’anno scorso aveva fatto solo Pretty Persuasion. Gli piace fare un pezzo e basta. Io volevo che facesse anche The Great Beyond, ma non volevo insistere, poi al soundcheck mi ha detto: «Ti spiace se resto per Great Beyond?». «Mi hai letto nel pensiero». «Non voglio fare la voce principale, solo cantare i ritornelli».
È stato un bel momento quando Stipe ha parlato della tua versione scespiriana di E-Bow the Letter.
Shannon: Un po’ troppo tonante? Non so, cerco di avvicinarmi al suo stile. Jason, ti ricordi quando stavamo preparando la scaletta? Io dicevo che per preparare E-Bow ci voleva del tempo e tu hai detto: «In che senso? È quello che fai di solito tu, memorizzi battute». Ma quella è particolarmente complicata.
È bello stare in mezzo a gente che condivide un amore così profondo per questa band e celebrarla tutti assieme. E diventa ancora più speciale restituire quell’amore quando Michael Stipe è con voi.
Shannon: La mia fidanzata era lì con un’amica che è ingegnera biomedica. Ha usato questo termine: effervescenza collettiva. Diceva che è un’esperienza che oggi si sta riducendo, perché le persone sono isolate per via soprattutto della tecnologia. Il corpo e il cervello hanno bisogno di stare in una stanza piena di gente e di vivere un’esperienza collettiva. Per dirla più semplicemente, c’è una cosa che Stipe ha detto l’anno scorso al 40 Watt Club, ai tempi del nostro tour di Fables. È entrato in camerino e ha detto: «È ora di portare un po’ di gioia nel mondo». E io ho pensato: «Perfetto, andiamo».















