Gli Oscar visti da qui iniziano sull’aereo che mi porta a Los Angeles, dove tutti guardano Una battaglia dopo l’altra. Il film di Paul Thomas Anderson la statuetta di best picture l’avrebbe poi vinta (evviva!), e il mio rapido sondaggio in volo si è rivelato più preciso delle previsioni della maggior parte dei giornalisti sinnersiani, non nel senso del tennista. Secondo film più visto sul mio aereo: F1. Terzo Le Mans ’66 – La grande sfida. Al pubblico piacciono i filmoni vecchia Hollywood che Hollywood non fa più, o che almeno non piacciono più alla gente che piace. Ma pensa te.
Forse Una battaglia dopo l’altra l’avrà visto, in quelle dodici ore di volo, pure il tizio con la tosse catarrosa e il cappellino “Vietnam War Veteran” che sembrava davvero il colonnello Lockjaw qualche anno più avanti, e che però era troppo lontano da me. E soprattutto il cappellino gliel’ho visto solo quando siamo atterrati, se no avrei certamente fatto più attenzione alle sue visioni.
Gli Oscar visti da qui iniziano ben prima degli Oscar. A due giorni dalla cerimonia, vado a cena con un amico americano in un ristorante messicano plant based di West Hollywood (io lo dico sempre, che è L.A. è il posto più bello del mondo). Lavora nel teatro. È nato sulla East Coast, è venuto a West senza piani, prima di riprendere la lavorazione di un progetto off-Broadway che andrà in scena l’anno prossimo. «Ovviamente in questi giorni tutti i miei amici mi mandano editoriali su Chalamet», che, lo saprete, ha sfottuto opera e balletto (come se il cinema stesse ’na crema). Poi Chalamet la statuetta di miglior attore l’avrebbe persa contro Michael B. Jordan, ma resta la cosa di cui tutti parlavano e ancora parlano, e che alla fine, conveniamo con l’amico americano, fa bene pure al teatro: «Anche solo per un attimo, ci cagano un po’ più del solito».
Gli Oscar visti da qui sono l’osservatorio per vedere come si fabbricano le star, ed eventualmente come si rottamano. Al party di Armani arrivano Hudson Williams, François Arnaud e il più defilato Robbie G.K., tutti volti – in ordine di fandom – di Heated Rivalry. Tutti li vogliono, almeno adesso. Opera e balletto saranno messi male, ma l’hockey su ghiaccio sta da dio. Passa anche l’altro belloccio di stagione, Paul Anthony Kelly, ovvero il John John di Ryan Murphy. I loro entourage sono più gasati di loro, brillano della luce delle stelle del momento. Chissà chi di loro sarà qui anche l’anno prossimo, e di chi ci saremo invece dimenticati (con un’amica facciamo il gioco delle Hollywood issue di Vanity Fair US, quelle che schieravano in copertina tutte le star dell’annata; pensate che Gretchen Mol, oltre che quella di gruppo, ne ha avuta una anche da sola). Ironicamente, all’happening tra i vestiti di Re Giorgio si affaccia anche Macaulay Culkin, sensation di un’epoca (certo, lui era più piccino), poi dismesso, quindi ripescato per nostalgia.
Gli Oscar visti da qui sono il luna park di noi cine-tempestosi, ma per tanti sono un semplice rumore di fondo come per me le Olimpiadi a Milano. Il concierge del mio albergo, un uomo cinese sui cinquantacinque, non mi chiede cosa sono venuto qui a fare. Guarda il mio passaporto e dice solo: «Mi piace il vostro Primo Ministro, Giorgia Meloni. Con lei l’Italia sarà più sicura». L’autista di Uber che mi porta a una festa invece vuole chiacchierare, gli butto lì gli Oscar, che qui mi sembra l’equivalente di quelli che in Italia ti parlano di calcio, ma non mi pare interessato, difatti liquida subito il discorso con un laconico: «C’è solo più traffico».
Gli Oscar visti da qui hanno un vincitore, anzi più di uno: gli stand-in delle star, cioè i figuranti che fanno le prove sul red carpet al posto di quelli veri, e con al collo un cartello col nome del famoso di turno. Di fronte a me passa un “Timothée Chalamet” altissimo (dovevano dargli “Jacob Elordi”!), subito dopo una “Anne Hathaway” già vestita da sera anche se è il pomeriggio del giorno prima. “Sean Penn” è un tenero pensionato un po’ sperduto, “Emma Stone” una biondina minuta. La mia preferita è una paciosa “Anna Wintour” che chiacchiera fitto fitto con “Melissa McCarthy”, cosa che nella vita vera probabilmente non succederebbe mai, che peccato, qui è sempre meglio la vita finta.
Gli Oscar visti da qui, precisamente dalla mia postazione (Rai) sul red carpet, ti fanno capire che in questo Paese bisogna difendere il proprio metro quadro (letteralmente) da ogni invasore. La collega americana supera il confine alla tua sinistra, il tedesco ti invade a destra. This land is your (La La) land, ma così è di tutti e non è di nessuno. Acchiappare Javier Bardem che ti dice, unico o quasi in tutta la serata, “No alla guerra” è didascalico ma anche bello.
Gli Oscar visti da qui sono il posto dove entri a quell’aperitivo perché conosci qualcuno (quel qualcuno è italiano), e per caso incontri un altro qualcuno (sempre italiano) che pure conosci, e un altro ancora (e ancora italiano) che invece non hai mai visto prima e però si sbraccia come se fossi un suo parente (italiano), e alla fine qualcuno (italiano) ti chiede, senza apparente motivo: «Ma tu ce l’hai il numero della console (italiana)?»
Gli Oscar visti da qui sono anche il film vincitore, e tutti gli altri premiati. È Hollywood che non vuole fare pace con l’ultimo dei suoi peccati, cioè gli #OscarsSoWhite, ma che finalmente ha fatto vincere uno dei registi viventi più preziosi che ci siano in giro. Discorsi che si faranno giusto oggi, nei circoletti di Los Feliz: chiusa la serata, gli Oscar visti da qui ti fanno capire che i premi più attesi dell’anno sono istantaneamente dimenticati. Alle 20 ora locale il red carpet è già quasi sbaraccato, la awards season più lunga di sempre è archiviata. «Hai visto X che bel progetto sta cominciando?», origlio a una serata. Si pensa agli Oscar, e alle star, dell’anno prossimo, o forse no. Gli Oscar visti da qui ti fanno capire che qui il cinema forse è davvero l’ultima cosa che importa.
















