C’è qualcuno che può ancora raccontarci la vera Amy Winehouse, lontano dalle morbosità del Club 27 e dal rumore bianco delle speculazioni mediatiche. È Dale Davis, bassista, direttore musicale e, soprattutto, amico fraterno che ha tenuto il tempo per la cantautrice londinese dal 2003 fino al suo ultimo respiro.
Davis è l’uomo alla guida della Amy Winehouse Band, un autentico atto di devozione sonora. La band originale, protagonista in studio e sui palchi di un sound inconfondibile capace di definire un’epoca, torna in Italia con un repertorio che continua a parlare alle nuove generazioni in tutto il mondo e celebra il ventesimo anniversario di Back to Black. Pubblicato nel 2006, l’album non è stato solo un successo commerciale, con oltre 20 milioni di copie vendute nel mondo, ma un terremoto culturale. Un disco capace di fondere il soul con una sensibilità moderna, cruda e devastante, consacrando Amy come una delle voci più importanti del XXI secolo. Prodotto da Mark Ronson e Salaam Remi, Back to Black racconta la fine dolorosa della relazione tra la cantante e Blake Fielder-Civil, esplorando temi come la tossicità amorosa, la solitudine, il lutto, il tradimento e l’autodistruzione. Oltre all’amore perduto, l’album tocca l’abuso di sostanze e le paure di una ventenne, affrontati con onestà brutale.
Vent’anni dopo, canzoni come Rehab, Love Is a Losing Game, You Know I’m No Good e Back to Black non suonano come un reperto archeologico, ma come una ferita ancora aperta, una testimonianza di talento puro mai scalfito dal tempo. Tra visual e footage esclusivi, lo show della Amy Winehouse Band farà tappa in sei città ad aprile: il 24 a Pordenone (Capitol), il 25 a Cesenatico (Teatro Comunale), il 26 a Milano (Santeria Toscana 31), il 28 a Firenze (Teatro Puccini), il 29 a Roma (Largo Venue) e il 30 a La Spezia (Teatro Civico). Il viaggio proseguirà in estate, con una nuova data annunciata per il 12 luglio a Taranto (Monreve Summer Festival).
«Amy non era una statua di cera destinata a un museo del dolore. Era una ragazza che guardava il mondo con una luce diversa da chiunque altro», racconta Dale Davis. Per lui bisogna compiere un esercizio necessario per avvicinarsi alla figura di Amy Winehouse: separare la donna dal mito, il talento dal gossip, responsabile per troppo tempo di aver soffocato le sue note. Non c’è alcuna traccia di un’operazione nostalgia nelle sue parole, ma solo la volontà di restituire a Winehouse il suo abito più autentico: quello di una musicista pura, geniale, profondamente umana. «Bisogna smettere di raccontare solo il declino» suggerisce il bassista «e tornare a parlare del suo genio».
Cosa ti infastidisce di più quando senti parlare di Amy oggi?
Beh, il problema è che tutti hanno un’opinione, quindi cerco di non dare troppo retta a quello che leggo o sento in giro perché non serve a nulla. Io conosco una storia diversa. Gli artisti, poi, riceveranno sempre critiche, anche chi non ha una vita così controversa come quella di Amy.
Si parla sempre del suo declino, ma quali sono gli aspetti della cantante che il mondo tende a dimenticare?
Non credo la gente dimentichi. Semmai, ora le persone si rendono conto della sua grandezza come artista, autrice, essere umano. Generosa, molto spirituale, in contatto con un piano superiore. Tutti si identificavano in lei. Riusciva a esprimere i suoi problemi in un modo comprensibile a tutti, trasmettendo i suoi sentimenti attraverso parole e canzoni.
Negli anni sono usciti documentari e biopic, come Amy (2015) e Back to Black (2024). Quale verità fondamentale manca ancora in queste narrazioni?
Non c’è molto altro da aggiungere. Credo la differenza tra Amy e Back to Black sia che nel primo non si concentrano su Cynthia, la nonna, come fanno invece nell’altro. E penso sia una parte molto importante tralasciata, lei era molto importante per Amy. Non credo ci sia molto altro da svelare. Detto ciò, da musicisti, noi vediamo un lato invisibile agli altri.
Qual è questo lato invisibile?
Amy era una persona bellissima con cui stare e molto intelligente. Il suo umorismo era incredibile e aveva una capacità di osservazione unica. Era immensamente generosa. Ti voleva bene, ti dava tutto. Era così generosa da dare talmente tanto fino a restare lei stessa senza nulla.
Però si dice spesso che Amy avesse un carattere difficile. Pensi fosse solo un modo per difendersi?
Penso a qualcuno come Amy, in quella categoria di superstar, che più diventa famosa, più si sente sola. E a volte, quando arrivi dove sognavi di essere, non è proprio come te lo immaginavi. Potrei anche sbagliarmi di grosso, ma lei non ha mai parlato apertamente dei suoi problemi e dei suoi pensieri intimi. E ci vuole un carattere davvero molto forte per restare in silenzio.
Parliamo di Back to Black, che quest’anno festeggia il ventennale. Com’è cambiato il rapporto di Amy con la musica sotto la pressione del successo globale?
Aveva semplicemente meno tempo per fare musica. E purtroppo, è scomparsa solo cinque anni dopo quel disco, ma in quel periodo sono successe molte cose. Se avesse avuto solo un anno in più, avrebbe potuto continuare a fare tante altre cose. Avrebbe ritrovato la musica, la sua passione. C’è stato un momento in cui ha perso quell’amore a causa dello stress. Ma tutto è accaduto così in fretta, nel giro di pochi mesi ha vinto tanti premi e il disco è balzato subito al vertice delle classifiche. È stato tutto molto veloce.
Qual è il ricordo di lei lontano dai riflettori che preferisci?
Il luccichio nei suoi occhi e il suo grande sorriso. Li vedo ancora davanti a me, ogni giorno. Sono quelle le cose invisibili alla gente.
Quando è avvenuto il vostro primo incontro?
Il primo incontro, ancora prima di lavorare con lei, è stato quando io suonavo in un club privato, il Ten Rooms, e lei è entrata insieme a due amiche. Ho ancora davanti a me la quantità di luce emanata dai suoi occhi quando li aprì e mi guardò. Aveva solo 18 anni.
E l’ultimo?
Due sere prima della morte. Come la prima volta, era venuta a vedermi suonare in un club. Poi due giorni dopo, tre ore prima che andasse a dormire per l’ultima volta, abbiamo avuto una conversazione telefonica di 15 minuti. L’ultima cosa che mi ha detto è stata «Ti voglio bene» e ha riattaccato.
Dopo tanti anni in tour, senti di averle restituito il posto che merita nella storia, lontano dal gossip?
Sì, in una certa misura. Cerchiamo di mantenere le canzoni fresche, le suoniamo quasi nello stesso modo di allora, non voglio cambiare le cose. Noi non siamo grandi come lei, la stiamo onorando in modo da permettere alle persone, soprattutto ai più giovani, di conoscerla e divertirsi.
Perché hai scelto proprio Bronte Shande come voce della band?
Prima avevamo una cantante italiana, si chiamava Alba Plano. Poi, nel 2018, ho fatto una serata open mic e qualcuno doveva cantare dei brani di Amy ma si è tirato indietro all’ultimo momento. Bronte ha ricevuto la chiamata mentre era in pigiama, è arrivata subito ed è salita sul palco. È stata incredibile. Ho pensato: se dovessi avere la possibilità di coinvolgerla nel progetto, lo farò. Tre anni dopo è entrata nella band.














