Dave Mustaine, senza rabbia | Rolling Stone Italia
Un bel finale

Dave Mustaine, senza rabbia

Intervista a Mr. Megadeth, un uomo cambiato. «Un tempo mi incazzavo per un sacco di cose inutili, oggi la cosa che mi fa più imbestialire è la doccia, perché dopo il tumore ho la pelle ipersensibile, altro che Metallica»

Dave Mustaine, senza rabbia

Dave Mustaine

Foto: Ross Halfin

È strano, ma può bastare una semplice e-mail per farti tornare di colpo il quindicenne brufoloso e capellone che ascoltava heavy metal a un volume inumano nei dieci metri quadrati della sua cameretta. Dopo averlo inseguito per un po’, l’incontro (telematico, sia mai) con Dave Mustaine porta con sé molta nostalgia, non solo personale. La parabola dei Megadeth pare giunta alla conclusione e fa comunque strano vedere di fronte a sé un uomo che ha messo a ferro e fuoco tutto e tutti e che ora parla con gentilezza e senso dell’umorismo di molte cose per cui un tempo avrebbe fatto il diavolo a quattro. Unica richiesta, quella di non parlare di Dio e di politica. Due cose da poco, direte voi, ma anche i due argomenti più facilmente strumentalizzabili. D’altra parte, sappiamo anche bene che Mustaine parlava di atrocità della guerra e di pace in vendita (ma c’è qualcuno che voglia comprarla?) già molti anni fa, quindi le risposte potete immaginarle da voi.

Il focus della chiacchierata diventa quindi inevitabilmente la storia del gruppo e dello stesso Mustaine che, di fatto, è l’unico membro presente dal primo all’ultimo omonimo album con cui il cerchio va a chiudersi. Se c’è una cosa che non ha mai fatto difetto a Mustaine è la capacità di scrivere canzoni. Lo dimostra il fatto che, a quarant’anni dall’inizio di tutto, Megadeth non solo suona vitale, feroce e ispirato, ma è anche riuscito nell’impresa delle imprese: debuttare al numero uno della classifica americana Billboard 200. Un traguardo mai raggiunto prima dalla band di MegaDave. Un cerchio che si chiude, finalmente, nel modo giusto.

Quando appare sullo schermo, Mustaine è rilassato, presente, sorprendentemente sereno. Ride, si interrompe, chiede di rimettere le cuffie per non perdersi nemmeno una parola e tiene i lunghissimi capelli raccolti in un cappello. «Onestamente non mi sono mai chiesto che tipo di autore io sia, forse non mi è mai interessato. Non posso nemmeno dire che una canzone è buona se funziona solo chitarra e voce, visto che un pezzo medio dei Megadeth contiene quaranta assoli (ride). L’unica cosa che posso dire è che non ho mai seguito mode o trend e lo dimostra il fatto che se l’avessi fatto al momento giusto, forse oggi sarei un uomo più ricco. Ho provato ad ammorbidire il sound e altre volte a seguire strade meno scontate, ma sono sempre tornato nel luogo in cui mi sentivo maggiormente a mio agio».

I Megadeth oggi. Foto: Ross Halfin

In effetti, questo è il motivo per cui i Megadeth non suonano nelle grandi arene come i Metallica ma, allo stesso tempo, quella stessa tenacia li ha fatti considerare paladini del thrash, scalzando persino i rivali che, per dirla con le parole dell’uomo della strada, non beccano più un album da 25 anni. «Tornando alla questione della scrittura, la verità che alla fine si deve per forza trovare qualcuno che scriva le canzoni e io sono sempre lì (ride). Peraltro, questo è forse l’album in cui c’è stata più collaborazione da parte degli altri». È una risposta apparentemente semplice, quasi brusca, ma dentro c’è tutta la sua carriera. Un percorso difficile, fatto di dipendenze, malattie e rotture brusche; di album fondamentali e di altri rivenduti immediatamente dai fan nei mercatini dell’usato, ma con un lieto fine in cui la saggezza sembra aver preso il sopravvento.

Quando si parla del debutto al numero uno in classifica, la voce di Mustaine cambia leggermente. Non parla con enfasi, solo più lentamente, come se stesse scegliendo con cura le parole. «Lo speravo, inutile girarci attorno. Era una delle ultime cose che mi mancavano in questa industria. Essere arrivato tante volte vicino… numero due, numero tre. Ma il numero uno è raro. Ed è speciale». Poi aggiunge qualcosa di più personale: «Prima hai detto che sembro un uomo felice. Ed è vero, io sono generalmente felice. Ma questa è una felicità diversa. Una felicità molto rara. Ho fatto una quantità di cazzate notevole e non le rinnego. Nemmeno ti dico che ho raggiunto la pace dopo la malattia o perché inevitabilmente i giorni sulla terra sono meno. Semplicemente non sento più rabbia e questa è stata una svolta».

Ripensando alla realizzazione dell’ultimo disco, Mustaine sorprende per la concretezza della risposta. Nessun dramma creativo, nessuna difficoltà in studio: «A un certo punto pensavo andasse persino troppo bene per i miei standard e mi stavo quasi preoccupando. La cosa più difficile in realtà è stata quella di organizzare le persone», dice ridendo. «Io vivo in Tennessee, due membri della band vivono in California e uno in Svezia. Niente contro la Svezia eh, ma far viaggiare tutti avanti e indietro è stato complicato». Quando gli chiedo quale canzone rappresenta il cuore emotivo dell’album, Mustaine sposta subito il discorso su un altro piano: «Il nucleo emotivo dei Megadeth non è mai stato una singola canzone. È sempre stata l’onestà». La chiave, insiste, è una sola: «Se non sei onesto, la gente lo capisce. Non puoi aspettarti che i fan si riconoscano in quello che fai se non stai dicendo la verità. Se sono piene di stronzate, le canzoni non funzionano».

Ride The Lightning (Bonus Track)

La versione di Ride the Lightning dei Metallica, va da sé, è uno dei momenti più simbolici dell’album. «Era un rischio e infatti non tutti hanno apprezzato. O meglio, hanno apprezzato la scelta, ma avrebbero voluto la mia versione del pezzo. La verità è che questa è la mia versione del pezzo. Perché ho scritto insieme a James quel pezzo. Poi chiaro che se rifai una canzone di qualcun altro, devi farla almeno bene quanto l’originale. O meglio». Per un attimo, l’occhietto di Dave sembra quello incendiario di un tempo, ma è solo una piccola provocazione. «L’idea è partita dal mio manager, ma ho pensato subito fosse favolosa. Ce ne siamo dette molte, io più di tutti, ma col tempo ho cercato di fare del mio meglio per ricucire i rapporti, che infatti oggi sono molto buoni. Registrarla ora aveva senso. Era una storia rimasta aperta». Poi aggiunge un dettaglio dolceamaro: «Una volta mi incazzavo per un sacco di cose inutili, oggi la cosa che mi fa più incazzare è la doccia, perché dopo il tumore ho la pelle ipersensibile, altro che Metallica».

Peccato che una storia così debba finire proprio quando le cose sembravano aver trovato finalmente un equilibrio. «Gli ultimi tre album sono dannatamente buoni. Prima ho fatto anche cose discutibili, ma sempre in buona fede. Ora so come essere il leader di un gruppo senza prevaricare, per esempio. Quarant’anni di carriera mi hanno insegnato un po’ di tutto: songwriting, produzione, ingegneria del suono. Ho persino frequentato una scuola per diventare ingegnere, ma quando ho imparato quello che mi bastava me ne sono andato, come sempre (ride)».

Il risultato, oggi, è evidente. «Tutto quello che ho imparato mi ha reso un musicista migliore. Un uomo migliore. Qualcuno ha detto che con gli ultimi album ho trovato la formula magica per un album dei Megadeth, ma non credo. Mi basta essere amico di Vic Rattlehead (la mascotte presente su ogni disco della band, nda)», scherza. Poi si fa più serio: «Il thrash ha sempre avuto un elemento di divertimento, ma anche di paura. Sia a livello di testi che di musica. Non sai mai cosa succederà dopo. Un assolo? Un cambio? Un colpo secco? Tutti e tre? Questo perché una canzone deve essere un piccolo viaggio, deve tenerti sulle spine. Non dirti subito dove stai andando». E se potesse incontrare il giovane Dave all’inizio di questo viaggio? «Gli direi di continuare. Forse di essere anche un po’ meno stronzo, ma nemmeno così tanto. Perché alla fine tutto è servito per non mollare quando tutto sembrava suggerirmi di farlo. Non sono mai stato uno che si arrende».