Intervista a Marco Belinelli | Rolling Stone Italia
il predestinato

Marco Belinelli, da San Giovanni in Persiceto alla Casa Bianca

Il 16, 17 e 18 marzo arriva al cinema 'The Basketball Dream', documentario sulla carriera del cestista italiano più forte di sempre. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo chiesto che effetto faccia, guardare tutto all'indietro

Marco Belinelli

Marco Belinelli

Foto cortesia

I suoi primi 40 anni, Marco Belinelli li ha visti passare di corsa. Ne ha trascorsi 13 nel Luna Park dell’NBA, incastonati nei 12 a Bologna, tra Fortitudo e Virtus, che è come dire che in un universo parallelo Totti possa aver vinto ed essere stato amato nella Roma e nella Lazio. Una follia solo a pensarla, se uno non avesse davanti la faccia impertinente e pura della guardia tiratrice più forte cresciuta tra la Via Emilia e il West.

Marco Belinelli, da San Giovanni in Persiceto è arrivato a vincere l’NBA, eppure ti commuovi alla fine quando si rende conto improvvisamente di che razza di campione sia stato e ti dice quella frase che la sua Letizia Bronzetti, il suo braccio destro, ma pure sinistro, si è tatuata sull’avambraccio: “Alla fine ho vinto”. Che è pure il titolo del bel libro di Daniele Labanti che racconta il nostro miglior cestista di sempre. E poteva essere un ottimo titolo anche per il documentario che troverete in sala il 16, 17, 18 marzo 2026, se non fosse che The Basketball Dream è ancora più bello, giusto, preciso. Perché quest’uomo con la faccia di Rocky Balboa e l’accento inconfondibile l’ha vissuto, un sogno. E colo perché se l’è costruito da sempre, «da quando da ragazzo non andavo alle feste, perché per me la festa era giocare a pallacanestro».

Il 16 marzo peraltro se andrete alla prima a Roma, al Parco de’ Medici, troverete una Basket Station e tirerete con lui. Magari da tre. Un sogno, pure quello. Marco lo troverete raccontato in un documentario che sa raccontare un ragazzo normale che ha fatto cose eccezionali, con poesia e potenza espressiva, con garbo e la giusta enfasi. Perché lui ci insegna che quando il gioco si fa duro, i puri cominciano a giocare. E no, non è un refuso.

The Basketball Dream - Marco Belinelli I Trailer ufficiale HD

Che effetto fa vedersi da fuori e fare un bilancio dopo pochi mesi dal proprio ritiro?
Un gran bell’effetto, sto molto bene, sto vivendo questo momento post ritiro nella maniera più tranquilla e rilassata, non ho nostalgia dell’adrenalina quotidiana e ora rivedendomi posso dirmelo: sono stato bravino.
Quello che sento e che vorrei sentissero anche i giovani è la volontà e la voglia di non mollare mai. Anche quando era la cosa più facile, più desiderabile, ho tenuto botta e sono andato avanti per la mia strada, fregandomene di tutto e tutti.

Vedendo il documentario e parlando con te si ha l’impressione che tu non abbia mai del tutto realizzato che razza di campione tu sia stato.
Forse sì, forse non mi sono reso conto, almeno finora, di quante cose ho fatto. Anzi, anche ora che vedo tutto questo, c’è una parte di me che è incredula, stupita, soprattutto perché le vedi su un grande schermo con tua moglie, i tuoi genitori, i tuoi migliori amici vicino, che sanno quello che hai passato e chi sei, e leggi l’emozione nei tuoi occhi ma pure nei loro.

Ma una cosa è sicura: io quando ho vinto non me le sono godute o vissute come si dovrebbe, quando ho trionfato nella gara dei tre punti all’All Star di New Orleans contro Bradley Beal, dopo ho passato una serata normale, mi sono reso conto un po’ di cosa avevo combinato quando un mio amico mi ha mandato il link della sfida, con tanto di albo d’oro, e là solo ho capito di essere entrato nella storia. Per intenderci, io chi sono stato per il basket lo vedo più dalla tua emozione alla fine del film od ora che ci parliamo, che dai numeri o le statistiche o l’albo d’oro.

Dài, ora lo sai che Marco Belinelli non è più un nome e un cognome, ma un storia, un’icona, un brand.
Non lo capisco ancora cosa ho fatto nella mia carriera, fidati, io alla fine ho quella sorta di bella inconsapevolezza di chi voleva solo divertirsi e vincere giocando a basket. E vuoi proprio saperlo? Io sono felice di essere così.

C’è un punto che mi commuove nel documentario. Una scena di raccordo, tecnicamente la chiamano “copertura”. Voce fuori campo sull’immagine di te che nel cortile di casa tiri in un canestro, il canestro da cui hai iniziato, che sta tra una grondaia e un tetto. Mentre hai la palla in mano e tiri hai lo sguardo, la tensione fisica delle finali con San Antonio. Lì c’è tutto Marco Belinelli.
Hai ragione. Mi dimentico di tutto con la palla tra le mani, guardo il canestro di casa ed è come stare in Nazionale. Lo dice nel documentario Ale Mamoli (ex cestista e ora giornalista, nda): «Marco avrebbe avuto la stessa mentalità, amore, volontà, rispetto per il basket anche se avesse giocato solo in una serie minore». Questa è una cosa che mi piace di me, è puro e bello il mio amore per il basket, l’NBA è stato il sogno, ma io questo sport l’ho sempre vissuto come le partitelle nel cortile di casa.

Se dovessi dire in due parole che cos’è per te questo sport, quali pronunceresti?
Fare canestro. Non c’è nulla che sia comparabile, io al campetto ci andavo dalle due del pomeriggio alle sette e mezzo di sera e l’ossessione era sempre quella, chi voleva cercarmi, mi trovava lì. E poi, quando la palla entra in ogni modo come nella serie di Napoli, o con l’Italia a Berlino, quando fa quel rumore nella rete, quella che noi chiamiamo la stracciata, sono momenti difficili da raccontare, entri in una zona che è unica, inimitabile, in cui tutto ciò che ami e ti rende felice è lì.

Guardia tiratrice. Devi essere leader ma anche segnare valanghe di punti. A volte non è stato troppo per te?
E conta pure che ho iniziato come play. Sai, a ripensarci mi sa che da giovane mi sono tirato addosso troppe responsabilità, soprattutto in Nazionale. Non me ne pento, ma sentivo in qualche modo che potevo fare la differenza e cercavo di farla sempre, ovunque, di essere uomo squadra e un cecchino sotto canestro. Non rimpiango nulla, ma ci sono canestri e partite, come contro la Spagna, che ancora vorrei rigiocare. L’unico vero rimpianto della mia carriera è non aver vinto nulla in azzurro, ce lo saremmo meritati.

Ti pesa che non capissero quanto fossi esausto in quegli anni, in quelle estati in cui tornavi in azzurro?
Non scherziamo. Venendo dall’NBA sentivo il dovere, l’esigenza di dimostrare di più degli altri, ma la stanchezza non poteva mai essere un alibi. Le partite sono tante e pure i viaggi, ma l’NBA è un mondo in cui devi solo giocare a pallacanestro, impegnarti al massimo ed essere un professionista, lavorano tutti perché tu non abbia preoccupazioni, neanche portarti la valigia in camera.

Fammi entrare nelle tue cuffie. Cosa senti e soprattutto cosa sentivi prima delle partite?
Io adoro la musica hip-hop, Jay-Z, Notorious B.I.G. Devi pensare che avevo 19-20 anni nel 2007, arrivo in NBA e nello spogliatoio ho Stephen Jackson, Baron Davis, tutti collanoni e musica di un certo tipo: non potevo non amarla. Loro erano completamente dentro quel mondo in cui io ero stato catapultato all’improvviso e mi ci sono fatto trascinare volentieri, ne ero terribilmente affascinato. Però non uso la musica per caricarmi, non avevo un pezzo “rituale”, mettevo quello che andava in quel momento e poi quando mi cambiavo tiravo via le cuffie perché il silenzio e le parole con il preparatore erano il mio modo di concentrarmi.

Dài, non ti concedevi neanche un Al Pacino che urla in Ogni maledetta domenica?
Le scene di Rocky – che bello che era il coro che facevano per me negli Stati Uniti, io quella somiglianza con Stallone l’ho sempre sentita addosso -, Il Gladiatore, i video motivazionali di Michael Jordan, Kobe Bryant, il numero 0 a Toronto, la mia pubblicità dell’Adidas che mi ricordava che ero ripartito da zero e avevo fatto il culo a tutti. Non avevo riti, ma routine.

Si favoleggia di partite nei playground vicino ai vostri hotel con star di Hollywood. A te è mai successo?
No, non sono mai stato nel jet set, non era il mio. Né Celebrity Game o partite in alberghi tra vip e top player. Al di là di superparty in cui incontri star di Hollywood, ci sono un paio di cose che non dimenticherò mai. Finali San Antonio-Miami, siamo lì in Florida al Prime One Twelve, dobbiamo cenare. Sono all’ingresso e alla mia sinistra vedo Jamie Foxx. Un’apparizione, era famosissimo, sorrido perché penso di andarlo a salutare e poi mi dico “macché, non mi conosce, che ci vado a fare”. Mentre penso questo, lui si gira, alza le braccia e comincia a urlare «Marcow Belinielliii» con la gamba alzata e tutto storto a imitare una delle mie pose tipiche. Una cosa da non credere. Come Barack Obama che ci accoglie alla Casa Bianca e parlando con i giornalisti dice «e poi qui c’è Marco Belinelli che manca tanto ai Chicago Bulls» e io che rimango impietrito, lì, mentre sorrido pensando che l’uomo più potente del mondo sa chi sono e come cazzo mi chiamo. Si vede nella foto ricordo, in cui sono proprio dietro di lui. Va bene Duncan, Ginobili e Tony Parker, ma che sapesse chi ero io! O ancora, un momento indimenticabile è quando ho incontrato il Papa.

In Italia si odiano i vincenti, negli USA si vive per il business. Come hai fatto a sopravvivere a due culture così lontane da te?
Non ho mai sofferto la cultura sportiva dell’”odio per il vincente” o dello sport come show business a tutti i costi. La mia resilienza non è solo aver resistito ai momenti no, ma pure sbattermene della negatività altrui, senza malinconie, ho avuto questa capacità di non farmi condizionare mai da certe cose.

Chi è stato più importante in questa lunga cavalcata?
Io sono Marco Belinelli, ma lo sono anche grazie a chi è stato vicino a me. Martina, che è stata la mia prima ragazza e ora è la madre dei nostri figli, i miei genitori ma anche i miei fratelli Umberto ed Enrico che mi hanno sempre dato i consigli giusti, l’appoggio che mi serviva, che sono venuti con me in America e nel documentario non si vedono così tanto come e per quanto sono stati importanti. E poi gli amici, Elisa la mia agente. Ho avuto vicino una comunità speciale.

NBA Europe. I Friedkin ti chiamano e ti offrono la panchina di Roma. Come reagisci?
Ah no, l’allenatore non lo farò mai, magari il talent scout, adoro vedere le partite dei ragazzini e scoprire quel che è innato in loro, capire chi ha la forza mentale per arrivare, ma allenare non è per me, devi avere una testa che hanno altre persone, come il mio amico Peppe Poeta, ma non io. L’allenatore vede cose che i giocatori non vedono. Io sarò sempre un giocatore. Però dài, se mi chiamano a Roma per la NBA Europe come general manager ci vado. In fondo Roma era nel mio destino. Da giocatore scelsi di andare al draft, da dirigente potrei fare la scelta inversa!