Per i musicisti che vengono dal mondo delle etichette indipendenti, dice Bill Callahan, dichiarare l’età è una specie di tabù. Lui l’ha messa nel titolo del suo album. «Un giorno mio figlio mi ha chiesto se stavo lavorando a un disco e come si chiamava. “Hai qualche idea?”, gli ho chiesto. “Quanti anni hai?”. Gliel’ho detto, ci ha pensato un attimo e se ne è uscito con “Che ne dici di My Days of 58?”. È un modo poetico per dirlo, strano che sia uscito dalla bocca di un ragazzino di 10 anni che odia leggere e ama i videogiochi e i Simpson».
Oggi in realtà Callahan di anni ne ha 59 anni, i capelli sono più sale che pepe ed è soddisfatto di ciò che l’esperienza gli ha dato. È in collegamento Zoom dalla sua casa di Austin circondato chitarre e quadri come quello che appare sulla copertina di Apocalypse, uno dei tantissimi dischi che ha pubblicato da quando è emerso nella scena lo-fi a fine anni ’80. In My Days of 58 canta di invecchiare (Pathol O.G.), di paternità dal punto di vista suo, ma anche del padre da poco scomparso (Empathy), del tentativo di essere all’altezza delle aspettative della moglie (The Man I’m Supposed to Be). Se la musica che registrava decenni fa come Smog era molto scarna, My Days of 58 ha arrangiamenti folk più vivaci grazie alla batteria di Jim White e a fiati e archi che esaltano i testi confessionali e spesso esilaranti di Callahan. “Prendiamo la vita sul serio, ridiamo in faccia alla morte”, canta in The Man I’m Supposed to Be, che chiude con un falsetto “hee-hee”.
Aprirsi così tanto sarebbe stato impensabile anni fa per Callahan. I primi album a nome Smog era delicato e cupo. Alla fine degli anni ’90 ha trovato la sua voce e ha iniziato a registrare meditazioni ultra-ironiche su morte o desiderio, a volte su morte e desiderio (vedi Dress Sexy at My Funeral). All’epoca era inavvicinabile, letteralmente: faceva le interviste via fax. Ha iniziato a pubblicare dischi a suo nome nel 2007, nel 2014 si è sposato ed è diventato padre. A partire da Shepherd in a Sheepskin Vest del 2019 ha iniziato a mettere nelle canzoni un po’ più di sé.
Quando diventano anziani i bluesmen vengono celebrati. Com’è che non vale lo stesso con te?
Perché la parola “indie” finisce in “-ie”. Sembra qualcosa che dovrebbero fare i giovani.
Quindi ti consideri indie? Mi sorprende questa cosa…
Mi sembra l’etichetta più adatta. Ci sarebbero anche folk e country, ma non mi sento parte né dell’uno, né dell’altro. Indie significa semplicemente che sono indipendente e posso fare quel che voglio. Una volta odiavo la parola indie, la trovavo sminuente perché finiva in “-ie” e sembrava una cosa junior, tipo mini. Alla fine ho sposato l’idea. Ogni disco può suonare diverso dagli altri e nessuno può dirti «eh no, questo non è un disco indie», mentre invece possono dirti «questo non è blues». Non sono un tipo sentimentale, ma quando ripenso ai primi giorni della musica indipendente, stava davvero succedendo qualcosa. La gente prendeva le cose nelle proprie mani, organizzava i concerti da sola. Io portavo scatoloni di dischi nei negozi mentre ero in tour per cercare di venderne anche solo tre o quattro copie. Col senno di poi è stato un momento speciale, ma è passato.
Pensavi che saresti stato ancora qui a pubblicare dischi avvicinandoti ai 60 anni?
Sì. Quando ho deciso di provarci sul serio e non fare quello che avrei dovuto fare, tipo una laurea e una carriera, sapevo che l’avrei fatto per sempre, qualunque cosa fosse successa. Anche se alla gente avesse smesso di interessare, io avrei continuato.
Quando lo hai capito?
Prima di registrare Sewn to the Sky, il mio primo album (pubblicato nel 1990, nda). Ho comprato un quattro piste e ho stampato il mio primo disco con i miei soldi.
Come suonano se li riascolti i tuoi primi dischi come Sewn to the Sky e Julius Caesar?
Di merda.
Non era proprio quello il punto?
Credo di sì e l’ho dimostrato benissimo. Non ascolto Julius Caesar da un sacco di tempo, ma ha rappresentato un passaggio importante. I pezzi stavano diventando un po’ più ascoltabili, ma erano comunque ruvidi. Era un disco eccitante, veloce, quasi caleidoscopico, piuttosto vario.
E quand’è che hai trovato la tua strada?
Con Red Apple Falls (del 1997, nda). Ho capito di avere trovato la mia voce quando ho registrato in un vero studio e sono riuscito a sentire come suonavo. Mi ha dato la possibilità di scegliere meglio la direzione in cui andare e di essere più sottile. È difficile essere sottili quando usi un quattro piste.
Un tempo i tuoi testi parlavano di personaggi immaginari. Quanto del nuovo album è autobiografico?
Ultimamente tutto quanto lo è. Quando ho iniziato come Smog cercavo di entrare nella testa degli altri, come in Ex-Con. Il nuovo disco è per il 90% su di me. Viene dal cuore. Nella luna di miele non ho ho portato il mio cucchiaio per il chili (è un verso di Highway Born, nda), ma è l’unica cosa non vera.
Subito dopo però canti “è la verità”.
A me e a mia moglie il chili piace, dai, ci siamo quasi.
Quando ti sei orientato verso il racconto autobiografico?
Dev’essere stato con Shepherd in a Sheepskin Vest. Non facevo dischi da cinque anni e per me è un sacco di tempo. Ero diventato padre per la prima volta, stavo cercando di capire cosa significa esserlo, come conciliarlo con la vita che facevo prima e che era molto centrata sulla musica. È stato un bello shock. Pensavo: è giusto scrivere di matrimonio e figli? A qualcuno frega qualcosa? Poi ho capito che era l’unico modo in cui avrei potuto fare un disco. Così ho adottato una prospettiva autobiografica. Per questo ci sono tipo 20 canzoni su quel disco. Dovevo tirare fuori tutto.
Cosa hai fatto in quei cinque anni in cui non hai registrato?
Abbiamo vissuto a Santa Barbara per un anno quando mia moglie è tornata a studiare. Il bambino aveva bisogno di tutto, aiutarlo era la priorità. Era difficile lasciarla sola col bambino, quindi ho fatto il papà ed è un lavoro a tempo pieno.
Essere un musicista indipendente è bastato per mantenere una famiglia in quei cinque anni?
Sì. Prima di sposarmi avevo risparmiato un bel po’ di soldi. Avevo messo da parte una specie di vaffanculo-money… E poi per fortuna ho fatto molti dischi e la gente continua a comprarli, il che è fantastico. I vecchi dischi continuano a vendere, lentamente ma costantemente.
Come hai superato il blocco dello scrittore?
Per rimettermi in carreggiata sono andato da un terapeuta, ma quello che è successo davvero è che abbiamo lasciato Santa Barbara e siamo tornati ad Austin, nella stessa casa di prima, ed è lì che ho ricominciato. Ho capito che avevo bisogno di familiarità, di comfort. Ad Austin so dove sono le cose, so come muovermi, a Santa Barbara mi sentivo sradicato, non andava bene per la creatività.
Cosa hai ascoltato ultimamente?
Un amico mi ha regalato il primo di Garland Jeffreys. Era un disco luminoso, solare. È stato di grande ispirazione per My Days of 58, mi piace quel suono acustico. E ascolto sempre Merle Haggard. Potrei continuare ad ascoltarlo per tutta la vita, suona sempre benissimo.
Citi Lou Reed in Why Do Men Sing.
L’ho sognato dopo che è morto e nella canzone lo racconto. Penso sia importante celebrare chi è venuto prima di te. Uso molte delle sue progressioni di accordi, quelle che usano tutti. Sono tipo una geometria sacra. Hanno sempre un significato. Ho una cartolina che sto guardando proprio adesso che Lou ha scritto a una sua amica, che poi è diventata anche amica mia. All’inizio degli anni 2000 si scambiavano CD. Lei gli aveva mandato qualcosa di Smog e in quella cartolina lui ne parla entusiasticamente. Non dice quale album, ma probabilmente era Rain on Lens. L’ho incorniciata e appesa proprio qui.
Tra il sogno su Lou Reed e la nuova canzone And Dream Land, mi chiedevo se tieni ancora un diario dei sogni.
Sì, quando li ricordo. Sentivo che mancava qualcosa al disco, così ho scritto And Dream Land due giorni prima di iniziare a registrare. La parte in cui sono nel deserto sdraiato sulla schiena e mi sollevo verso l’astronave madre con una piramide luminosa nell’addome è un sogno bellissimo che ho fatto. L’ho fatto quando mi è stato diagnosticato un cancro a dicembre o gennaio dell’anno scorso. Era un tumore al colon, quindi ho visto quella piramide luminosa nel mio addome come un segno che sarebbe andato tutto bene, perché tradizionalmente le piramidi hanno poteri curativi.
E come stai adesso?
Bene. Sono stato operato. Era allo stadio 1, grazie a Dio, e non ho dovuto fare chemio o altro. Ho appena fatto la colonscopia di controllo dopo un anno ed è tutto a posto.
Una delle canzoni più divertenti di My Days of 58 è Pathol O.G., quella in cui canti che “è importante non trattare la tua scialuppa di salvataggio come uno yacht”. In che senso?
Fare musica è stata la mia scialuppa di salvataggio. Col tempo ho capito che a volte facevo le cose per inerzia o andavo in studio a suonare la chitarra per evitare di occuparmi di altro. È tipo un lasciapassare che ti permette di dire: ehi, sono un artista, mica posso portare la macchina a fare il cambio dell’olio. Ovviamente avere dei figli ha reso impossibile continuare a fare quella vita da artista puro e mi ha insegnato che ognuno ha una quantità finita di creatività dentro, quindi non c’è bisogno di stare 12 ore al giorno a lavorare, ne bastano cinque. Ho anche capito che una vita equilibrata mi dà tantissimo. Se sto sempre chiuso qua dentro divento noioso da morire. Non ho nulla di cui parlare o pensare. Ma se mi occupo della casa, se intreccio relazioni, se faccio dell’esercizio fisico e mi occupo delle cose che prima tendevo a trascurare, la mia vita ne guadagna in profondità.
Mi sembra che ti trovi bene con la vita casalinga.
L’ho sposata, per così dire. Questo è un lavoro e come in tutti i lavori la gente tende a mollare tutto alle 5. Mi piace cambiare marcia, cucinare per la famiglia, mentre una volta lo vivevo male. Vedi, ho già vissuto due vite diverse.










