Fulminacci, leggermente fuori posto | Rolling Stone Italia
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Fulminacci, leggermente fuori posto

Muoversi con leggerezza tra le imperfezioni della vita, ricostruire partendo dai ‘Calcinacci’. Le fragilità che diventano linguaggio, l’ironia che non si trasforma mai in cinismo. «Faccio questa roba qua, se ti piace seguimi»

Fulminacci, leggermente fuori posto

Fulminacci

Foto: Filiberto Signorello

Fulminacci possiede una qualità rara nella musica italiana contemporanea: l’arte di non trasformare la vita in spettacolo, ma lo spettacolo in vita. L’oversize è una perfetta figura retorica per raccontare Filippo. Negli ultimi anni è diventato uno dei cantautori più ascoltati della sua generazione, eppure continua a muoversi nel successo con l’aria di uno che non ha nessuna fretta di occuparlo completamente. Non si comporta come un artista che deve dimostrare di essere all’altezza della scena. Piuttosto sembra testarne le proporzioni, come chi entra in una stanza nuova e si guarda intorno prima di decidere se sedersi o restare in piedi.

All’apparizione sul palco di Sanremo 2026 (la sua seconda) indossava un completo di almeno una taglia sbagliata. Era un’immagine curiosa: un cantautore giovane infilato dentro un abito più grande di lui, come se stesse provandosi addosso la dimensione di una vita futura. Un artista nato nell’ecosistema protetto dell’indie romano che si ritrovava improvvisamente dentro la macchina spettacolare del mainstream nazionale. È una trasformazione che di solito produce due effetti opposti e ugualmente spiacevoli. Il primo è la domesticazione: l’artista si adatta al nuovo ambiente, leviga gli spigoli, diventa più riconoscibile e meno interessante. Il secondo è la resistenza caricaturale: l’artista insiste così ostinatamente a restare “indie” da trasformare la propria autenticità in una posa. Fulminacci sembra aver saputo evitare l’una e l’altra trappola.

Sanremo 2026 - Fulminacci canta Stupida sfortuna

Il nuovo disco nasce proprio da questa zona di passaggio. Fulminacci ha un rapporto molto pragmatico con la visibilità. Nel suo caso la spettacolarità non serve a reinventare il personaggio, ma a mostrare meglio la persona. Durante la conversazione che abbiamo avuto con lui alla viglia dell’uscita di Calcinacci, lo ha detto con una chiarezza disarmante: «Io voglio sempre giocare il mio campionato. Le cose che mi piacciono e che credo di saper fare». È una frase apparentemente modesta ma, in realtà, piuttosto radicale. Significa che il passaggio al mainstream non deve cambiare la natura delle canzoni. Può cambiare il volume dell’amplificatore, non il tono della voce.

Perfino Sanremo, in questa logica, smette di essere un achillelaurificio e diventa semplicemente un megafono gigantesco per emettere «il miglior spot che puoi fare a te stesso», ci ha detto. «Questo sono io, faccio questa roba qua, se ti piace seguimi». Se vai a Sanremo cambiando pelle, anche arrivando primo hai perso in partenza. Quando gli chiediamo cosa siano davvero, per lui, i Calcinacci – che è anche il titolo del suo primo, omonimo mediometraggio (ci tiene che non risulti corto: «Sopra i 30 minuti, è medio») – Fulminacci risponde con una parola che sembra uscita da un manuale tecnico-poetico di edilizia sentimentale: ricostruzione.

È una metafora sorprendentemente precisa per descrivere non solo questi due lavori, ma anche il momento di rottura esistenziale in cui sono nati. Dopo sette anni Fulminacci si ritrova improvvisamente solo. Non sarà il genere di separazione da melodramma pop («Ci vogliamo ancora bene», si autorassicura), ma è sufficiente a cambiare l’orario in cui si sveglia la mattina e, quindi, il modo in cui scrive. «Mai prima delle 2 di pomeriggio», ha tenuto a precisare. Nascono così canzoni che sembrano muoversi dentro città mentali, tra semafori, metropolitane, cantieri e ricordi. In Stupida sfortuna la geografia urbana si tramuta per gli effetti di un espressionismo sì deformante, ma stranamente accomodante: “Ti troverò dentro a una foto / sotto l’acqua mentre nuoto / nella sabbia e nel cemento”. In Niente di particolare avviene una dichiarazione di poetica ancora più precisa: “Tra noi non c’è niente di particolare / niente di che / olio su un pezzo di pane”. È una frase quasi scandalosa per la musica pop, che vive di passioni gigantesche e sentimenti definitivi. Fulminacci invece insiste sull’insignificanza apparente delle relazioni, sui gesti che non necessariamente dovrebbero finire nelle canzoni.

È proprio qui che nasce il paradosso centrale della sua estetica. Quando un cantautore decide di raccontare la normalità, la normalità corre il rischio di diventare eccezionale. Ma Fulminacci tiene duro. Lo si evince in Casomai, dove la malinconia amorosa prende la forma di metafore domestiche quasi infantili: “Mi hai lasciato come il pane senza Nutella / il cielo senza una stella”. Sono immagini volutamente sproporzionate, buffe, imperfette.

Foto: Simone Biavati

La stessa logica torna quando il disco guarda al mondo della musica con ironia. In Mitomani, insieme a Tutti Fenomeni, Fulminacci descrive l’ecosistema dell’industria culturale con una lucidità quasi sociologica: “Gli accrediti ai concerti / gli abbracci ai release party / le iniziali sui contratti”. La chiosa è una definizione generazionale piuttosto precisa: “Siamo solo mitomani col cuore a pezzi”. Eppure questa ironia non diventa mai cinismo: Fulminacci conserva una forma di candore molto particolare. Quello che gli permette, nello stesso pomeriggio a briglie sciolte, di confessare senza imbarazzo: «Io non capisco niente di politica. Non ho mai letto la Costituzione, né la Bibbia». Poi aggiunge, con la stessa calma, che andrà sì a votare al prossimo referendum ma: «Sarà il voto di un coglione che si fa convincere da qualcuno».

È il tipo di fraseggio che la maggior parte degli artisti eviterebbe accuratamente. E non già perché sia troppo scandalosa, ma perché troppo sincera. Come quando parla di Sal Da Vinci. Il quale, nel panorama della musica italiana, non è esattamente la musa ispiratrice dell’indie cantautorale. Eppure Fulminacci lo racconta così: «È una delle persone più cordiali che io abbia mai incontrato. Un’anima nobile. Quando ha vinto era emozionato davvero, non stava performando». Fulminacci sembra riconoscere immediatamente la differenza tra autenticità e performance. E sceglie sempre la prima, anche quando la seconda sarebbe più conveniente.

Mitomani (con Tutti Fenomeni)

Invece di costruire un personaggio più grande di lui, Fulminacci ha fatto l’operazione opposta: non ha nascosto le proprie fragilità psicologiche ma le ha trasformate in linguaggio. L’ansia, l’imbarazzo, la scelta di Francesca Fagnani come duettante per la serata delle cover diventano materia artistica. Molti musicisti inventano un’estetica e poi cercano di adattare la propria personalità a quell’estetica. Fulminacci fa esattamente il contrario: prende la propria personalità e la lascia diventare musica. Così il paradosso iniziale – cosa succede quando un cantautore indie entra nel mainstream – trova una soluzione piuttosto elegante: non bisogna restare piccoli ad libitum. Non serve fingere di essere ancora nel bistrot sotto casa. Bisogna semplicemente continuare a sembrare leggermente fuori posto, purché lo si sia davvero.

Fulminacci non cerca di riempire completamente lo spazio che gli viene dato. Ci abita dentro con una calma svagata, lasciando sempre un po’ di aria attorno. E se continua a muoversi tra le imperfezioni della vita con questa leggerezza, è forse perché ha capito un’altra cosa molto semplice, ma niente affatto banale: un edificio pericolante non è necessariamente la fine della storia, spesso è soltanto l’inizio di un nuovo cantiere. Del resto, soprattutto nella sua Roma, capitale mondiale del riciclo architettonico e morale, i calcinacci sono da sempre sia ciò che resta, di una costruzione, quando si rompe; sia il materiale con cui se ne ricomincia un’altra. E questo vale tanto per i palazzi o le chiese quanto per le persone.