

Foto: Casper Sejersen
Harry Styles di lei ha detto: «È una autrice e interprete capace di catturare momenti di intenso dolore e trasformazione e usare l’energia per creare pura gioia», chiamandola ad aprire i suoi prossimi concerti a Amsterdam. Charli XCX l’ha voluta fortemente per la sua Brat Era nel remix del singolo 360, citandola come ispirazione in un discorso di ringraziamento ai Brit Awards. Gracie Abrams l’ha voluta al suo fianco al Lollapalooza per la cover di Dancing On My Own, raccontando che dopo averla scoperta a 8 anni ha capito che c’erano «un prima e dopo» nel pop. E, a suo modo, Ariana Grande l’ha omaggiata (o almeno si è profondamente ispirata a lei, anche vista la produzione dello svedese Max Martin) in We Can’t Be Friends (Wait for Your Love), singolo del suo ultimo album capace di raggiungere il primo posto nella classifica americana. In poche parole: il pop di oggi ama Robyn. E le deve moltissimo.
Nessuno ha contribuito a plasmare il pop contemporaneo quanto Robyn. Apparsa appena 16enne sul mercato mondiale, la cantante ha subito conquistato la Top 10 americana con due brani del suo album d’esordio, Robyn Is Here, prodotti proprio dal connazionale Max Martin, inserendosi nella tradizione del pop svedese che, dagli Abba a oggi, resta una delle più prolifiche e qualitativamente valide al mondo. Non avrà tra le mani il segreto della celebre “formula Max Martin”, una leggenda metropolitana che vorrebbe spiegare il successo del produttore (29 volte in cima alle classifiche americane), ma di quelle lezioni in tenera età Robyn ha fatto tesoro, sviluppando in questi tre decenni di carriera una sua idea di pop, diventata presto canone comune a cui colleghi e colleghe, inconsciamente o meno, hanno attinto. In poche parole: Robyn è la madre del pop contemporaneo.

«Non esiste una “formula Robyn”», racconta divertita dal suo studio a Stoccolma dove da poco ha terminato il suo nuovo album Sexistential, in uscita questo venerdì. «Ogni persona ha la propria biologia, il proprio cervello, le proprie esperienze, il proprio algoritmo per le decisioni. Però, ecco, so bene cosa cerco: semplicità, minimalismo, profondità, emotività». Ma forse, pensandoci meglio, una formula dietro alle sue riconoscibilissime canzoni e al suo successo esiste: «Ho un modo divertente per capire se una canzone funziona. Mi chiedo: posso immaginare una persona gay felice che la ascolta? Se riesco a visualizzarla, è fatta. Se non ce la faccio, significa che c’è qualcosa da cambiare». Non è un caso che Robyn sia, tra le tante cose, anche una mother venerata dalla comunità LGBTQ+.
Oggi Robyn non è più la giovane 16enne spensierata di Robyn Is Here, né la 18enne che scriveva di aborto e veniva censurata negli States, ma una donna di 46 anni iscritta alle dating app (come Raya, quella super esclusiva per persone di un certo successo), diventata da poco single mom tramite fecondazione assistita. Sexistential, il suo primo album in studio dal 2018, già dal titolo è un manifesto sul desiderio, la maternità, l’essere donna. E se la voglia di «scrivere pop universale» è quella di sempre, stavolta gli argomenti che ritroviamo all’interno dell’album sono maturati con lei: IVF e sessualità, indipendenza e femminismo. «Per me sesso ed esistenza sono sempre stati collegati. Nella sessualità, dentro o fuori dalle relazioni, ho trovato dei punti di svolta. Mi sono conosciuta, mi sono confrontata con me stessa», racconta. «In quel periodo della mia vita facevo dating e allo stesso tempo ero incinta. La dualità era fortissima. Siamo esseri umani con emozioni e bisogni chiari, ma c’è anche questa parte esistenziale dove nessuno sa perché siamo qui. Queste due esperienze devono convivere. Da qui il titolo, forse un po’ kitsch, ma perfettamente a fuoco, di Sexistential».
Il punto di svolta arriva, in modo sorprendente, da un’intervista di André 3000. Poco prima di compiere 50 anni, l’ex Outkast aveva spiegato di aver abbandonato l’idea di scrivere un disco rap perché nessuno avrebbe voluto sentirlo rappare sulle cose del suo quotidano, dalla vista che peggiora alla colonscopia in agenda. Ma a Robyn questo fa scattare un’idea: lei sì che vuole rappare (perché sì, Robyn sa fare anche quello) della vita di una donna di quarant’anni e di tutte quelle cose che André non vorrebbe mettere in rima. E in una strofa della title track, dichiara: “Ero su Raya mentre facevo l’IVF / Ho sviluppato un PTSD a causa di tutti gli esami / Ho pubblicato sfoghi ormonali su Instagram / Scorro il mio feed mentre allatto al seno”.
Per far funzionare questa estrema onestà, a volte scomoda, il filtro da utilizzare è quello dell’ironia «Ti dà una prospettiva diversa. L’ironia destabilizza. Se usata male può ferire, ma se usata bene cambia la prospettiva in un secondo». E in Sexistential continua: “Stavo per avere un figlio da sola / E il mio medico mi ha detto: ‘Allora, Robyn, chi è il donatore dei tuoi sogni?’ / Beh, Adam Driver mi ha sempre fatto un po’ eccitare”.

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Sexistential è un disco che parla di desiderio, non per forza legato esclusivamente «alla sessualità e alla voglia di scopare», ma quello che ti fa sentire «sensuale e attratta da tutte le cose che danno piacere». E Robyn, per raccontare questo ardere nella vita ricorre, come sempre, al ritmo. Perché Sexistential è un album pop, ma immerso nella tradizione della musica dance. «Quello che mi entusiasma davvero è il modo in cui ritmo e melodia si relazionano nella scrittura. Le persone danno molto significato alle note, ma quello che succede davvero quando scrivi una canzone è che inietti ritmo nella melodia», spiega. «Il ritmo dipende dallo spazio. Lo spazio tra i suoni è importante quanto il suono stesso. È questo che ci fa muovere e che dà specificità a un brano o un artista». E conclude: «Quando scrivo mi interessa come il ritmo delle parole può cambiare una melodia». Popstar sì, ma anche una nerd della produzione che ascolta «cento kick diversi» per scegliere il più adatto per il brano.
Per questo, e non solo, ci sono voluti otto anni – un’infinità nella pop culture – per arrivare a Sexistential. In mezzo: anni di scrittura, il Covid, una gravidanza, un altro periodo di produzione e riscrittura. Sempre al fianco di Klas Åhlund, collaboratore di lunga data: «Quando lavori così a lungo con qualcuno devi poter essere vulnerabile. Devi poter stare insieme nello spazio dell’imbarazzo», racconta aprendo all’intimità della fase creativa. «Una grande parte dello scrivere canzoni sta nel passare attraverso scelte cringe, imbarazzanti, brutte. Se non tolleri quello spazio potresti perdere la parte bella che arriva dopo. Più riesci a restare nello spazio scomodo, più hai possibilità di trovare qualcosa di interessante». Ma come funziona tra loro? Come si guada il pantano del cringe assieme? «Parliamo molto dei nostri sentimenti. Abbiamo conversazioni su cosa mettere nelle canzoni, su qual è il modo migliore per comunicare un’emozione».
Sexistential è un album che potrebbe diventare un instant classic del pop elettronico, in cui la formula Robyn arriva in maniera limpida e precisa. Elettronica, melodia, cassa dritta, umorismo. «Ci sono stati momenti in cui non sapevamo se avrebbe funzionato. Ci siamo spinti fino a fare qualcosa di semplice, minimalista, ma al tempo stesso complesso e dettagliato. E sono molto felice», può dire finalmente oggi, con un pugno di singoli liberati e un disco pronto a essere lanciato nel mondo. Senza voglia di guardarsi indietro: «Una parte del pop di oggi è nostalgica. Come società in questo momento stiamo cercando di ridefinire molte cose ed è facile aggrapparsi all’idea secondo cui ciò che c’era prima era meglio. Con questo album abbiamo dovuto spingerci oltre la tentazione della nostalgia. La nostalgia è una qualità noiosa a cui dovremmo dedicare il meno tempo possibile». La soluzione? «Io cerco di stare nel presente. È difficile starci, ma credo sia il posto migliore in cui stare».

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In questi 30 anni Robyn ha definito l’identità della popstar contemporanea: libera, senza vergogna, sensuale. Dannatamente cool. A questo si aggiunge la capacità di scrivere canzoni minimali in cui ballare e piangere sono azioni che si alternano mentre ci si lamenta dei mal di schiena e del dolore provocato da una notte su tacchi durante una notte nel club. Don’t Fucking Tell Me What to Do (non dirmi cosa cazzo devo fare), cantava in Body Talk, album che ha segnato il suono del pop per gli anni a venire con hit come Dancing On My Own e Call Your Girlfriend; puro pop emotivo in cassa dritta.
Popstar con l’attitudine punk, clubber con il pancione da single mom. Questi sono i contrasti che raccontano Robyn: «Penso che il modo in cui ho usato la mia tristezza o la mia solitudine mi abbia aiutata a creare. È una capacità importante. A volte è stato molto doloroso, a volte ho dovuto affrontare ansia, tanto stress. Ma non ho mai avuto il desiderio di dover piacere a qualcuno».
Nonostante le pressioni («le percepisco, mi piacciono») per replicare, almeno numericamente, quegli episodi di successo, questi otto anni d’attesa dimostrano il coraggio di Robyn di seguire – prima di tutto – il proprio ritmo, dettare i propri tempi. Un tempo di mezzo necessario che ha aiutato anche a storicizzare le sue pubblicazioni e la sua carriera, creando uno spazio d’apprezzamento tra lei e le generazioni di popstar successive. «A volte sono abbastanza libera da riuscire ad attingere a qualcosa che anche altre persone possono sentire», riflette. «E allora è estremamente gratificante, è gioia pura. Ma è anche fottutamente orribile, doloroso, noioso. Perché penso che chiunque possa farlo. Io sono solo stata fortunata: sono nata nel posto giusto, ho avuto persone fantastiche intorno a me che mi hanno permesso di buttarmi nella cosa che amo. A volte vedo che questo ha un effetto sugli altri, che ispira altre persone, ed è la cosa più bella, un complimento enorme». E sottolinea: «Ma so anche che bisogna lavorare duramente per ottenerlo».
Mentre parliamo la parola madre torna più volte. E in un’epoca in cui il pop si rifà spesso al concetto di motherhood, non possiamo che concludere chiedendole se anche lei ha questa percezione, questa sensazione di essere un modello, un’ispirazione per gli altri artisti. Lei risponde diretta, d’istinto: «Io sono solo Robyn. Non posso pensare a me stessa come a un modello. Sarebbe folle. Non so se il mio lavoro sarà importante tra cento anni; l’unica cosa è che cerco di fare cose che resistano alla prova del tempo». E, sorridendo educata, conclude: «Non mi prenderei mai il merito per quello che fanno gli altri».

Foto: Casper Sejersen