È scontato, ma tocca partire da qui: Jeff Buckley è cresciuto senza padre. Tim stava con un’altra donna, voleva fare il cantautore, doveva esplorare il mondo e scrivere canzoni alle sirene. Che il bambinetto lo spupazzasse la madre, che finissero i sogni di lei. E così ha tagliato la corda prima che nascesse il figlio. Ci sta perciò che nel nuovo documentario sull’uomo di Grace le voci più importanti siano di donna. «Femminile e maschile», dice Alanis Morissette in un’intervista d’archivio in cui parla del canto di Buckley e dell’uso che faceva della voce. Giustissimo. Segue frammento del video in cui Jeff canta nel suo registro più alto “Kiss me, please, kiss me, but kiss me out of desire”. Sono passati solo 200 secondi dall’inizio del documentario e tutto quel che uno ha dimenticato torna improvvisamente indietro: gli anni ’90, la ricerca di una musica estatica, la meraviglia di Grace, la morte tragica.
La figura centrale di It’s Never Over, nei cinema italiani il 16, 17 e 18 marzo, è la madre Mary Guibert, che gestisce l’eredità del figlio. Per qualcuno l’ha fatto con eccessiva disinvoltura, specialmente nei primi anni quando veniva considerata una sfruttatrice della memoria di Buckley, il destino che accomuna chi non si rassegna al fatto che la voce di un congiunto d’enorme talento cessi di risuonare e chi crede che si possa legittimamente guadagnare con quello che ha lasciato e quindi demo, riedizioni, dischi dal vivo. Guibert sta al centro anzitutto perché è rimasta incinta che non era neanche maggiorenne, lo ha cresciuto da sola e lui da piccoletto le gettava le mani al viso e le chiedeva se sarebbe andato tutto bene. «Sono stata un genitore imperfetto», ammette, «ma lui mi capiva». Lei è inizio e fine, le prime parole del bambino e l’ultima telefonata dell’uomo. Lei un po’ scapestrata, cannaiola impenitente, lui a volte le fa da padre. Succede che litighino, come quando lei interviene in un forum di fan e lui le lascia in segreteria un messaggio durissimo.
Donna è anche la regista Amy Berg e non potrebbe essere altrimenti. Ha iniziato a parlare del film a Guibert 18 anni fa. L’idea di fare un biopic, magari con protagonista Brad Pitt, si è trasformata in un documentario ufficiale, e per forza di cose tendente all’agiografia. Del resto i materiali non mancano, a partire da foto e video di Jeff bambino e ragazzo, interviste, esibizioni dal vivo, scene giù dal palco, per la strada, ovunque. La ex storica Rebecca Moore parla della misoginia che spinge la gente a considerare persone come lei «la ragazza di» o peggio ancora «una figura patetica». È la prima che si sente parlare nel documentario e non è un caso. Dopo tanti anni Joan Wasser (Joan As Police Woman, l’ultima partner) trattiene a stento le lacrime. Anche lei parla del rapporto tra Jeff e Mary. Sapeva che la madre era stata ferita e lui ci stava malissimo. «Le donne supereranno mai le cicatrici inflitte loro da un mondo dominato dagli uomini?», scriveva Buckley. Voleva essere diverso da quegli uomini, questo lo si capisce. Non sempre c’è riuscito.

Foto: Piece of Magic Entertainment
Il dramma è ben apparecchiato, siamo pronti per l’avvicinamento col padre e la delusione che verrà. Guibert vede l’annuncio di un concerto di Tim e porta il bambino sensibile a conoscere finalmente il papà col quale non può, non potrà non confrontarsi, hanno la stessa faccia, talenti simili, la medesima predisposizione naturale per la musica, lo stesso istinto di ribellione per le costrizioni stilistiche. Il bambino s’aggrappa alla gonna di mamma, ma poi passa quattro giorni col padre e la di lui famiglia. «Mi ha dato questa», dice quando torna a casa. “Questa” è una scatola di fiammiferi con su scritto “Love you” e un numero di telefono. Mancano due mesi alla morte per overdose di Buckley padre. Il voiceover del figlio è definitivo: «Non mi ha mai richiamato».
Cresce strano questo ragazzo che cerca di suonare la chitarra come Al Di Meola. Per i bulli del liceo è un «frocio», per le ragazzine è un tale sfigato che glielo scrivono sulla custodia della chitarra, «geek». Ha per la testa frasi come «ho deciso di trasformare la musica in una donna e mi sono concesso a lei, e poi ho deciso di tramutarla in un uomo e di concedermi a lui», roba che in bocca agli altri suonerebbe ridicola, ma lui ha un talento che gli altri non hanno. Femminile e maschile, ha ragione Morissette. Poteva cantare sgolandosi Kick Out the Jams finché voleva, ma la sua voce era un’altra cosa, era Judy Garland e allo stesso tempo Robert Plant e anche nei picchi elettrici le sue canzoni erano prive della mascolinità di un certo tipo di rock e mossa dall’idea ambiziosa di fare una musica che nessuno aveva mai sentito prima, nemmeno lui. Quando cantava era estasi e tragedia.
Nel documentario c’è altro, c’è tanto, a partire dal debutto nella chiesa di Sant’Anna di Brooklyn nel 1992 con le canzoni del padre di fronte alla bella gente della scena di New York. Lui, col cappotto di papà, canta I Never Asked to Be Your Mountain, la canzone scritta da Tim dopo averlo abbandonato. Se ne va con una sessantina di biglietti da visita in tasca. È una storia grandiosa, anzi, è l’inizio di una storia grandiosa. E poi la scena artistica dell’East Village, le cassette di Michael Bolton usate per i messaggi matti sulla segreteria telefonica, i viaggi mentali, la sensazione e la voglia di libertà assoluta. E naturalmente il Sin-é, il club irlandese dove poteva sperimentare senza pressione e cantare Moondance mettendoci dentro la scura di Dublino (“It’s a marvelous night for a Guinness”), facendo passare il pubblico dalle risate allo sbalordimento. E ancora, la Columbia Records, Grace («Il miglior album mai fatto», pare abbia detto Bowie), l’amicizia con Chris Cornell, le storie con Rebecca e Joan, il tour, il fastidio per essere considerato un sex symbol (figo era figo, non si discute), il sesso e Hallelujah. Ma anche il lato oscuro, la depressione, la sindrome dell’impostore, l’insicurezza, il fastidio per i continui paragoni col padre. È la storia di un artista che ha delle pretese, soprattutto da se stesso.

Foto: Gie Knaeps/Getty Images
«A volte volevo essere Nina Simone, a volte Nusrat Fateh Ali Khan», dice Buckley. Sono gli anni ’90, nessuno lo ferma dicendogli che un bianco non può interpretare i pezzi di un cantante qawwali pachistano. Lui lo fa e i due vanno subito d’accordo. «Sfidava i ruoli tradizionali maschili e femminili», dice la discografica Michele Anthony. Ha una voce di velluto strappato, scrive testi che sembrano sogni meravigliosi e disturbati, canta in modo spericolato muovendosi lungo suppergiù quattro ottave. Il tema della morte resta lì e non se ne va, c’è il senso della tragedia romantica. «La sua sensibilità non era stata schiacciata come quella di alcuni uomini», dice Wasser. «Tutti sono sensibili», diceva lui, «ma a volte gli uomini non vogliono ammetterlo». Lui te lo sbatteva in faccia.
Una storia matta che racconta Ben Harper. I due si incontrano all’Eurockéennes del 1995 dove suonano entrambi e si danno appuntamento per vedere Page & Plant. Per Jeff è come andare alla Mecca. Harper arriva sotto il palco e non lo trova. Alza gli occhi e lo vede che si è arrampicato sull’impalcatura del palco e resta lì appeso a non so quanti metri da terra «e ha ogni decibel che gli scorre nelle vene: una sfida alla morte». Una ripresa dall’elicottero mostra un puntino chiaro sopra al palco, una follia. È un Buckley un po’ diverso, quello della prima parte, ci sono anche le sue leggerezze, le sue piccole buffonate. Molto bene, non è stato solo pensoso e tragico, era uno che faceva cazzate in giro con gli amici della banda.
Il tono s’incupisce nella seconda parte, è naturale. Per via degli anticipi, Buckley è indebitato con la casa discografica e ha bisogno di un secondo disco di successo anche perché Grace, e questo lo si scorda spesso, negli Stati Uniti non è andato benissimo. Teme di perdere la libertà che ha avuto quando ha registrato il debutto. Un intervistatore gli chiede quanto ci vorrà prima di sentire un nuovo album, anzi glielo chiedono praticamente tutti. Lui risponde che «se vi vorrà molto tempo mi troverete appeso a un cappio». Presagi. Wasser ricorda la volta in cui le ha detto «non durerò ancora a lungo» e piange mentre lo rammenta.
Buckley si rifugia a Memphis, lontano da tutto, cerca di fare una vita ordinaria. «Non so come essere un uomo», confessa. Dice di avere un disturbo maniaco-depressivo, forse lo squilibrio chimico dovuto alle droghe si mischia al trauma, ha un crollo psicotico. E però, suggeriscono Amy Berg e gli intervistati, prima di immergersi vestito nel Wolf River si riprende, fa i conti col passato, trova la strada per scrivere nuove canzoni. La poliziotta che dà alla madre la notizia del figlio disperso le spiega che devono aspettare che finisca di piovere a Memphis, il sole porterà a galla il corpo, che cosa orribile. Non era strafatto, assicura il tour manager, aveva bevuto una sola birra. La madre fa ascoltare l’ultimo messaggio che Jeff le ha lasciato in segreteria: «Chiunque può essere famoso, ma ci vuole un vero spirito per crescere un figlio».
Inutile dire che la musica è meravigliosa. «Quando sarò morto è l’unica cosa che resterà». È andata così.
















